Sul commercio e le finanze portarono lume il Filiasi, il Marini, il Fanucci, il Marsigli, il Pagnini[251]. Il Mansi trattava degli spettacoli e del lusso: Pier Luigi Galetti pubblicava iscrizioni, disposte secondo i paesi, cioè Venezia, Bologna, Roma, marca d’Ancona, Piemonte. Nelle Barbarorum leges antiquæ il Canciani per ordine e critica rimase troppo inferiore alle raccolte fattesi dappoi. Contende egli che il diritto romano persistette nel medio evo[252]; tesi già sostenuta da Donato Antonio d’Asti napoletano[253], e che pure come nuova di zecca hanno ammirata i nostri quando ce la presentò il tedesco Savigny, allora appunto che più severi eruditi mostravano con quante riserve la si dovesse accettare.

In gran conto erano allora tenute le immunità, fossero le ecclesiastiche, o de’ Comuni, o de’ corpi civici, salvaguardie potenti d’una libertà, che i principi ammodernatori conculcarono, e gli statisti ammodernatori tentano invano supplire: laonde si raccoglieva solertemente che che vi si connettesse, dibattevasi a lungo se sul tal possedimento avesse l’alto imperio un re o un abate o il papa, se il tal parlamento o senato potesse negar l’imposta o interinare un decreto; quistioni antiquate dacchè il libero nostro secolo derise le franchigie particolari, e affastellate le offerse in olocausto ad un potere unico, centrale, non rattenuto dalle tradizionali consuetudini, ma al più da qualche carta improvvisata o ricalcata e senza garanzia di stabilità.

Ma non basta adunare ricca suppellettile di notizie, perocchè, come ogni altra scienza, la storia non è una raccolta ma un’interpretazione di fatti; sicchè alla ricerca deve farsi seguire la discussione, saper interrogarli con quell’acume che trasforma in verità ciò che altri riferisce senza pure intenderlo, distribuirli con accorgimento, esporre con candidezza, darvi significato, carattere, alito di vita. In questo campo non mietè abbastanza l’Italia. Chi potrebbe oggi più leggere nell’Aretino la guerra Gotica, nel Fino e in Tommaso d’Aquileja la guerra d’Attila, quella di Federico Barbarossa in Cosimo Bartoli, la vita di Carlo Magno nell’Acciajuoli o nell’Ubaldini, il regno d’Italia sotto i Barbari nel Tesauro o in Ericio Puteano, le storie longobarde nel Rota, la italiana in Girolamo Briano o in frà Umberto Locato[254] e in altrettali, meri esercizj di penna o inette compilazioni? L’elegantissimo descrittore Carlo Botta nel ricco suo frasario non trovava epiteti abbastanza ingiuriosi pel medioevo; egli declamatore perenne, e compilatore di libri già pubblicati, nè paziente a cercar la verità, nè severo ad esporla. Seco s’aduna la caterva de’ servili alla moderna accentrazione, e de’ ligi alla scuola enciclopedista, che tutti futile dispregio o cieca idolatria, non descrissero il medioevo se non per astrazioni e luoghi comuni, cioè tenebre condensate, universale ignoranza, regresso d’ogni civiltà, conculcamento d’ogni dignità umana, trapotenza di preti, ghiotta infingardaggine di frati, concatenata usurpazione di pontefici, eccidj fraterni, repubblichette. L’età il cui grido era Dio lo vuole, poteva essere intesa da quella che ripeteva solo Il re lo vuole? E noi ribattiamo questo chiodo perchè crediamo che la peggiore qualità d’un tempo o d’un uomo sia la debolezza, e tanto più quando si vanti di forza.

In altra sfera vanno collocati il Machiavello e il Vico, precursori di quella che poi dagli stranieri comprammo col nome di filosofia della storia. Il primo, nel quadro del medioevo che antepose alle sue Storie fiorentine, sotto la minutezza dei fatti investiga le idee generali: ma quel caos inaspa il suo sguardo, la ancora scarsa erudizione non bastava ad avviarlo, e di raccorre tutti i frutti gl’impediva la preoccupazione politica, la quale era tanta, che di lettere e d’arti non fa quasi cenno, egli vissuto nella città più colta de’ mezzi tempi. Affatto pagano poi di sentire, la società civile non misura che sul modello antico, separata dalla giustizia e svolgentesi nella libertà; e sempre iroso a que’ pontefici, che pur erano a capo dell’incivilimento[255].

Giambattista Vico considerò il genere umano come un uomo solo che procede sotto la mano di Dio, ma rinchiuso entro un circolo fatale, dove avanzato che sia, dee retrocedere per corsi e ricorsi inevitabili. Il medioevo non parvegli dunque che una ristampa dell’evo eroico: che se ciò lo rimoveva dal vilipendere questa evoluzione provvidenziale dell’umanità, gli toglieva di valutare il compimento e l’attuazione del cristianesimo in esso avvenuti, e che devono impedire per sempre il ritorno della barbarie.

Solo un’indagine improba eppure amorevole, una meditazione estesa eppur profonda, una critica severa eppure non dispettosa potevano condurre a intendere tempi, in cui dell’antica società tanti sfasciumi ancor sussistevano, mentre la nuova non era per anco costruita; tempi coordinati in maniera, che la storia loro era storia della Chiesa, e di questa formava parte primaria la storia d’Italia, in grazia dei papi. Perciò torrenti di luce vi addusse il cardinale Baronio, che nello stendere gli Annali della Chiesa profittò dell’archivio più ricco, qual è il vaticano, pubblicando un profluvio di documenti, e principalmente di lettere, fonte opportunissima[256], vagliandoli con dottrina multiforme, e traendone la verità con metodo, chiarezza, precisione, e con una lealtà, nè tampoco contrastatagli dagli avversarj più risoluti[257]. Fra tanta farragine, era impossibile non inciampasse in falso, e ne lo corressero il Pagi e il Mansi, per nominar solo i nostri. Dal 1198 fino al 1565, tempi di più copiosi materiali, lo continuò Oderico Rainaldi critico non altrettanto assennato: ma questi due rimarranno sempre il repertorio più dovizioso e la storia più pregevole de’ mezzi tempi[258].

Lodovico Muratori, immenso dotto che non lasciò intentata veruna parte del campo dell’erudizione, e per giudicare del quale bisognerebbe sapere quanto egli seppe, in sei grossi volumi latini pubblicò le Antichità Italiche del medioevo, sotto distinti titoli riunendo quel che dalla sua raccolta degli Scrittori di cose italiane gli risultava intorno al regno d’Italia, ai consoli, alle monete, al vestire, a mangiari, giuochi, riti, investiture, feudi, sigilli, arimanni, repubbliche, tiranni, lingua, guerra, e così via. Siffatta segregazione di parti distrae da quell’unità di veduta, dalla quale soltanto deriva un giusto concetto del medio evo. Pure egli seppe ricorrere a fonti variatissime che ad altro occhio sfuggirebbero, e ne dedusse varietà e punti d’aspetto, che se oggi compajono o scarsi o comuni, erano maravigliosi per allora; un’infinità di quistioni snodò, altre ne propose chiaramente, il che è già un avviamento a risolverle; molte baje rimosse, molte dubbiezze ripianò, molte verità pose in sodo; col buon senso supplì più volte a ciò che non dava l’erudizione, sicchè di rado riesce fallace se anche spesso è riconosciuto incompleto. Peccato ch’egli siasi dispensato dall’esaminare e paragonare le istituzioni germaniche, delle quali tanto ritraevano le italiche!

Poi, con una celerità che somiglia a portento, compilò gli Annali d’Italia, ove per anni dispose gli avvenimenti della nostra patria dall’êra volgare fino all’età sua. Le date controverse si trovano in lui discusse, e il più spesso noi lo seguiamo: ove non colse, scegliemmo quella che ci risultò migliore da indagini, delle quali risparmiamo la noja al lettore. La forma prescelta il costringeva a separare i fatti dalle cause loro e dalle conseguenze, e quindi gli toglieva ogni spaziosa prospettiva; espose poi con una vulgarità che disabbellisce fino il vero[259]: pure gli durerà perenne il titolo di padre della storia italiana, e da lui è forza pigliar le mosse non solo per trattare dell’Italia, ma dell’età media in generale.

Per gli Estensi, al cui soldo viveva, più volte egli ebbe a combattere le pretensioni della Corte romana; e, debolezza della nostra natura, l’uomo nelle quistioni suole incalorirsi in modo da perdere il senso del vero, se anche sulle prima l’avea. Il Muratori serbò sempre rispetto verso i papi; non ne dissimula le taccie, ma non le esagera, critico sì ma riverente. Udito che a Roma i falsi zelanti, che sogliono peggiorar le cause anche migliori, armeggiavano per far proibire l’opera di lui, ne scrisse al pontefice; e Benedetto XIV gli rispose, aver bensì trovato nelle opere di lui qualche passo riprensibile intorno alla dominazione temporale, non essere però mai venuto nell’intenzione di sottoporle a censure, persuaso che un uom d’onore non devasi conturbare per materie non concernenti il dogma nè la disciplina.

Tutt’al contrario, Pietro Giannone, nella Storia civile del regno di Napoli, a modo di avvocato affastellò quanto venisse opportuno alla sua tesi, copiando a man salva altri autori, senza accennarli nè curare tampoco di unificarli, purchè garrissero le usurpazioni della Corte romana, tanto ardita da voler vincolare la onnipotenza dei re siciliani, contro della quale più tardi non restarono che le diátribe e le insurrezioni: confondendo tempi e costumanze, restringendo la vista al suo territorio, invece di paragonare cogli altri paesi, dà aria di prepotenza e d’intrigo a ciò ch’era piana conseguenza di dogmi generalmente accettati.