Il Risorgimento d’Italia di Saverio Bettinelli per un certo calore, che, se non porge, lascia intravvedere la verità, si discerne tra le futili produzioni del secolo passato. Le Rivoluzioni d’Italia di Carlo Denina, di sufficiente imparzialità e di viste non profonde ma estese, possono ancora raccomandarsi come libro elementare. Il difendere le istituzioni ecclesiastiche come egli fece, trovasi comune a tutti gli storici leali[260]; eppure la lealtà era merito raro, quando la storia si facea facilmente mediante le sentenze, la dissertazione e la declamazione, e veniva riducendosi in una gran congiura contro la verità. Della quale era campione Voltaire, che anche troppo si occupò delle cose italiche, principalmente nel Saggio; e pedissequo di lui con maggiori studj l’inglese Gibbon, la cui Storia della decadenza e caduta dell’impero romano abbraccia tutto il medioevo italiano. Di amplissima erudizione, ma freddo schernitore, non conosce entusiasmo, non crede ad eroismo o a sagrifizj, sieno a vantaggio della Chiesa, della patria o della scienza; travolge le intenzioni dove non osa i fatti, e con una celia o con qualche lubricità sverta le fame più intemerate. Idoli entrambi dell’età passata, si trovò chi ardì affrontare gli scherni e i soprannomi per combattere i loro pregiudizj, e strappare il manto porporino che ne copriva l’inumano egoismo.

Meglio di qualunque nostro i materiali adunati compaginò un ginevrino, che gloriavasi d’origine italiana, e che fra noi lungamente dimorò, e le cose nostre affezionò sempre, Sismondo de’ Sismondi. Quell’esposizione sua famigliare; l’attenzione allargata ai fatti contemporanei di tutta Europa; l’evitare i trabalzi, cercando la connessione degli avvenimenti parziali col punto di azione comune d’un dato tempo; la felice scelta di quelle particolarità, le quali presentano l’allettativo d’una storia municipale, mentre egli sa intarsiare ciascuna colle vicine, e indicarne le cause e lo spirito; la costanza nelle vedute che al suo tempo pareano liberali, e che prima di morire egli si udì rinfacciare come aristocratiche; un invariabile rispetto per la dignità dell’uomo, un interesse continuo per la classe più numerosa, una predilezione decisa per la forma di governo che nel medioevo prevaleva in Italia, senza quella cieca deferenza pei re che da un secolo era l’alito degli storici, fanno che non v’abbia colta persona che non voglia averlo letto, e a lui attinge le cognizioni e i sentimenti la gioventù.

Ma prima di tutto egli difetta d’ordine. — L’Italia ne’ tempi di mezzo offre tale un labirinto di Stati uguali e indipendenti, che a ragione si teme smarrirvi il filo. Noi non ci dissimuliamo quest’essenziale difetto dell’argomento assuntoci; ma quand’anche i nostri sforzi fallissero, il lettore vorrà saperci grado di quel che femmo per raggiungere l’intento». Queste parole della sua prefazione adduciamo più a nostra scusa che a sua incriminazione, troppo noi sapendo quanto lo sminuzzamento dell’Italia tolga che o la rarità de’ fatti renda spedito il racconto, o la loro importanza gli rechi interesse: ma in quel labirinto egli non cercò orientarsi col filo delle idee; ravvicina e aggruppa gli eventi e li drammatizza, ma nulla più; e alla giusta intelligenza di secoli eminentemente cattolici gli metteva ostacolo non tanto l’arida negazione calvinica, quanto la filosofistica disistima per le istituzioni vitali di quel tempo. In conseguenza muove da convenzionali assiomi per giudicare le specialità d’un tempo; nelle controversie tra i principi e i preti parteggia sempre coi primi, egli che pur sentenzia sempre pei popoli contro i principi; trova ridicole quelle quistioni, sotto la cui forma si producevano i capitali problemi economici e governativi; non vede che una trica da sacristia in quella guerra de’ preti a Milano, che diede occasione all’emancipazione comunale; pretenderebbe che Gregorio VII, Innocenzo III, Tommaso d’Aquino, non solo avessero le idee, ma usassero il linguaggio di De l’Olme o di Rousseau.

D’altra parte egli, intitolando Storia delle repubbliche la sua, saltò di piè pari la fasi più problematica del nostro medioevo, vale a dire l’invasione dei Barbari, lo stato di conquista, la feudalità. Soltanto dallo studio di questi può raccogliersi la trasformazione del mondo romano nel nuovo; laonde egli il cardinale problema della formazione de’ Comuni non isnoda, ma recide, facendone una concessione, da re Ottone prodigata onde umiliare i contumaci vassalli; di maniera che ad un re straniero dovrebbe attribuirsi il merito d’un ordine di cose, al cui svolgimento i re stranieri furono sempre l’ostacolo maggiore. Poi in Italia fino al Mille s’era chiamato regno la metà superiore; dappoi questo nome passò a indicare il paese meridionale; estese porzioni della penisola durarono costantemente a dominio di dinasti: ond’egli, prefiggendosi di descrivere le repubbliche, avrebbe dovuto decomporre la storia nostra, se fortunatamente non avesse rotto le barriere che improvvidamente si era poste, e non si fosse affezionato agli ultimi Svevi e avversato agli Angioini, quanto già per amore dei Milanesi e de’ Veneziani riprovava il Barbarossa e Massimiliano[261].

Parte vitale nella storia d’Italia sono le arti e le lettere. Saverio Quadrio e Mario Crescimbeni aveano già diretto pazienti ricerche sulla letteratura, ma soffogando fatti vitali sotto insignificanti particolarità: e di ciò ha peccato pure Girolamo Tiraboschi. Con solerzia disseppellì nomi, accertò date e titoli di libri in modo da ben poco lasciar da correggere e supplire; ma nulla più; non seppe esaminare l’intento degli autori, non assimilarsi ai tempi, non connettere l’andamento letterario colle grandi quistioni, sotto la cui varietà ad ogni suo passo l’umanità riproduce i problemi sociali; non presentare insomma la letteratura come espressione della civiltà. Invece di giudizj proprj, appoggia o riprova gli altrui, limitandosi a metterli a fronte, e pretendendo conciliarli anche dove è men possibile; pronto sempre a ridirsi quando altri, fosse pure il ciclico Andres, gli oppongano argomenti o anche soltanto asserzioni[262]. Del resto, non grazia di linguaggio, non scelta d’immagini, non cura di rendersi piacevole, non costante elevazione del pensiero; nè si accorse quanti fatti letterarj sfuggano inavvertiti, a segno che per iscriverne la storia bisogna, collo studiare l’immaginazione e la natural legge de’ suoi sviluppi, compiere i documenti che ci pervennero mutilati, e domandarne alla scienza dello spirito umano.

Alle dispute cronologiche sostituite l’analisi de’ libri, siano pur inconcludenti da non meritarla, o così capitali da non bastarvi; moltiplicate que’ ravvicinamenti di altre letterature, di cui difetta il nostro; animate la vita degli autori cogli aneddoti, pei quali si dimentichi la fisionomia generale del tempo; il tutto spolverate coi frizzi irreligiosi e cogli epigrammi disumani della bottega di Voltaire, e avrete travestito il gesuita Tiraboschi nell’enciclopedistico Ginguené. La sciagurata inclinazione a raccogliere e tracannare tutto ciò che ne piove di Francia, od è pensato e scritto alla francese, fece raccomandato alla gioventù anche questo libro; per modo che la storia del paese che è centro del cattolicismo s’impara sopra un autore calvinista ed uno incredulo. Ma come osare di muoverne lamento se non sappiamo apprestar nulla di più piacevole a chi legge, di più ragionevole a chi pensa?

Uno straniero venne in Italia, come usano gli oltramontani, per farvi una passeggiata, lodarne il sole e le donne, dare un’occhiata, e oracolare sentenze, tutte sapienza di sensi: ma albergatosi a Roma, prese vaghezza delle arti, e cominciò a studiarle; e sempre colla valigia disposta al ripartire, vi rimase trent’anni. Dei suoi studj fu frutto la Storia delle arti, dove esso D’Agincourt, sebbene non guarito dallo sprezzo filosofico, raccolse o indicò tanti lavori del medioevo, che neppure dall’aspetto del bello fu più lecito chiamarlo barbaro. Viemeno poi dacchè l’attenzione si diresse sulla maestà delle cattedrali, e smettendo d’idolatrare le sole forme, si riconobbe la ispirazione sublime nell’esecuzione, per quanto scorretta, delle miniature, dei sepolcri, delle vetriate.

Sicuramente a migliorarci contribuirono non poco gli stranieri, sia pel modo nuovo con cui osservarono la storia del proprio paese, sia per quel che dissero intorno al nostro, scarchi d’ire e d’amore per vicende che non li concernono, e di quella boria che noi scambiamo per amor di patria, e che si fa più viva quando una nazione sentesi più conculcata e impotente a un risorgimento, di cui vorrebbe mostrarsi meritevole. Però ci sia permesso credere che troppo facilmente si condiscenda a sistemi venutici d’oltremonte, sino a contorcere i fatti acciocchè capiscano in quelle cornici. Ad alcuni Tedeschi principalmente dobbiamo senza fine chiamarci obbligati dell’avere esaminato dal proprio punto d’aspetto i casi nostri in un’età nella quale le istituzioni tenevano tanto del germanico; e se anche, per esaltare le proprie, han talora depresso le cose nostre, a loro dobbiamo, non foss’altro, una più retta conoscenza di quella civiltà germanica, che si combinò colla romana per formare la moderna, e che valse a restituire all’individuo l’importanza che prima era riservata al cittadino e allo Stato. Ma sminuiremo per questo il sommo pregio delle reliquie romane e reputeremo che a poco valesse una civiltà indigena, che pur tanto operò là dove non era che importata? Questo annichilamento del popolo italiano, questa trasfusione del sangue nordico, necessaria perchè il latin seme disbarbarisse[263], come crederle, se, a tacer Roma, vediamo Venezia, incontaminata da conquiste, rifarsi tanto magnifica coi soli corrotti elementi dell’Impero declinante, ma colla libertà?

Ricerche più sagaci, esami più complessi; più meditati giudizj, opinioni meno pregiudicate chi può negare alla nostra età? Arrivammo a questa traverso una rivoluzione, di lunga mano preparata nel campo delle idee, prima che fosse violentemente attuata nel campo dei fatti; e cui carattere principale fu demolire il passato per riformare radicalmente la società civile, scatenarsi sopratutto contro il medioevo, perchè è il meno intelligibile a chi rifiuti le evoluzioni storiche, e giudichi non dal complesso ma da frammenti. Settant’anni[264] passarono da quella prima scossa, eppure non è tempo ancora di giudicarla, perchè durano tuttavia, non che gli effetti, i movimenti; essa divertì le menti dalle placide ricerche, dissipò quelle società monastiche dove la fatica era alleggerita e completata dall’affratellamento; e quasi si volesse far guerra al passato non solo nelle sue conseguenze ma fin nelle sue memorie, parte si sperdeva, parte si spostava de’ documenti. Pure tra il frastuono susseguito non mancò fra noi chi continuasse le indagini erudite: Brunetti cominciava in qualche modo il Codice Diplomatico toscano[265]; Meo gli Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli; la principessa Elisa Baciocchi faceva compilare le Memorie e documenti per servire all’istoria del principato lucchese, opera che, con più elevata intelligenza proseguita sinora, è una delle più copiose fonti alla storia civile italiana.

Quando poi lo strepito della guerra si tacque, cessate le paure d’un passato irremeabile e la rabbia del distruggere, la scienza potè le accumulate ruine contemplare senza beffa e senz’odio. Il crollo delle istituzioni denigrate lasciò un tal vuoto, da convincere quanto bene poteano aver fatto in altri tempi: si conobbe che la civiltà e la verità non entrano nel mondo di sbalzo, non per decreti di re, non per insurrezioni di plebe, ma progressive, e pigliando le mosse dalle istituzioni anteriori, sicchè rannodata la catena de’ fatti e dei concetti, e considerata l’umanità come un uomo solo che progredisce sempre e non muore mai, nulla dovea considerarsi con disprezzo, perchè tutto era acconcio coi tempi, e perchè scala al ben presente, il quale pure non è che un avviamento a progressi futuri. Sarebbe ragionevole chi uscisse colle maschere ne’ giorni di Passione? o chi l’albero maledicesse di primavera perchè mostra soltanto i fiori e non ancora le poma?