Allora anche fra noi si tornò a studiare il passato senza iracondia nè vilipendio, con intendimenti più acuti e meno declamazioni; e a tacere per ora gli storici, abbondarono i raccoglitori, preziosi anche quando manchino d’intelligenza, come il Daverio, il Ronchetti, il Marsand e qualche vivente[266]. Cognizioni non ordinarie cumulò il Cicogna nella Raccolta delle iscrizioni venete: altre sono sparpagliate ne’ giornali e in opuscoli di circostanza. Ma a due pubblicazioni vuolsi retribuire lode speciale. L’Archivio Storico del Vieusseux, con una erudizione scevra di pedanteria e conscia dei più recenti problemi storici, che sono anche problemi sociali, se più abbonda in memorie moderne, non poche ne apprestò intorno al medio evo. Di queste poi fu generosissima la Deputazione di storia patria, istituita a Torino, e che coi nove volumi finora pubblicati[267], di materie in gran parte inedite o almeno rimigliorate, ajuta i cercatori delle patrie storie, tanto più che de’ collaboratori alcuni sono insigni essi medesimi in questi studj.

Di potente sussidio ci vennero anche pubblicazioni forestiere, fra cui principalmente i monumenti storici della Germania dal 476 al 1500, dal Pertz ideati sul modello del Muratori; i Regesta degl’imperatori di Böhmer, di Döniges, d’altri; quelli dei pontefici di Jaffe[268]; le vite di Gregorio VII, d’Innocenzo III, d’altri papi, concepite in senso diverso dal vulgare.

Ed ora che la storia è divenuta l’arsenale donde assumono armi la teologia, la politica, la statistica, la morale, quella d’Italia fu un tema di moda, e non solo tra i confini delle Alpi: ma se degli illustri contemporanei io devo farmi scolaro anzichè erigermi giudice, da chi è competente odo asserire che i nostri non parvero avanzarsi a paro coi passi del secolo; che ci mostriamo piuttosto dilettanti che studiosi; che l’opera più estesa in tal fatto, la Storia d’Italia del Bossi, è compilazione indigesta, scompleta, avventata e cosparsa delle stizze d’un levita apostato; nel che le somigliano quella del Levati in continuazione alla Storia Universale del Ségur, e d’alcuni altri che si permisero di esser frivoli in materia sì grave, di pensare come Voltaire quando Voltaire più non avrebbe pensato così, di avere pel proprio soggetto un dispregio ancor più di pigrizia che di riflessione, o d’isterilirsi nel pedantesco sussiego, nelle frasi generiche, ne’ sentimenti convenzionali e preconcetti.

Nuovo guasto le recò l’epidemia politica, travisandola perchè rappresentasse, o almeno alludesse al presente, e ad umbratili dispute sovraponendo l’incubo dell’onor nazionale; e gli strapazzi e le denunzie contro chi dipingeva al vero Teodorico, Carlo Magno, Federico II, Innocenzo III, non erano ispirati da zelo del vero o da intolleranza coscienziosa, bensì da avversioni e da amori per fatti e persone odierne.

L’antipatia al dominio temporale dei papi, antica quanto esso, ed incalorita oggidì dall’opposizione a chiunque governa, quand’anche non governasse male, alterò sempre i giudizj su tempi ove i pontefici supremavano; e come alcuni tessevano impavide apologie degli atti meno scusabili, così altri divisarono un’ambizione tradizionale, una cospirazione a danno del pensiero e della libertà, continuata per quindici secoli fra ingegni e volontà così disparate; e mentre un imperatore cancellava dai calendarj il nome di Gregorio VII, i sofisti divinizzavano Crescenzio e Arnaldo da Brescia. Che dirò dei sentimentali, che dappertutto mettono qualche frase di carità, di fratellanza e, quel che più fu abusato a’ nostri giorni, di nazionalità e d’odio agli stranieri? idee sconosciute al tempo che descrivono, quanto quelle di barche a vapore o di telegrafi elettrici.

Di questi luoghi comuni si stomacarono alcuni; ma proponendosi d’evitarli, fransero nel paradosso, inneggiando sol perchè vilipeso, conculcando sol perchè venerato; solite eccedenze delle riazioni. Non mancarono però scrutatori pazienti ed assennati estimatori, che esercitando la critica su fatti d’erudizione e sentendo l’importanza di opporre la realità al vago e all’incompleto, trovarono da cambiare intere serie di fatti, convenzionalmente ricevuti per istorici, e più spesso il modo di valutare qualche avvenimento che, messo in relazione coi precessi e coi successivi, acquistava un color nuovo, dava un nuovo significato ad un uomo o ad un’età.

Sebbene qui, all’opposto dei troppo imitati Francesi, si deprima, non foss’altro col silenzio, ogni opera compaesana, adorando l’Italia e conculcando ciascun Italiano, e, come Sansone, si adoperi la mascella del giumento morto per uccidere i vivi, pure corrono al labbro di ciascuno i nomi di que’ nostri che operarono a raddrizzare i concetti scolastici sia intorno al medioevo in complesso, sia specialmente intorno alla storia italiana, e massime all’età longobarda, alla condizione delle plebi, all’origine dei Comuni: e forse non manca se non una robusta sintesi che tutti quegli sforzi particolari assuma in una potente unità, che ne sia insieme il frutto e la riprova, seguendo quella catena di cognizioni, di sentimenti, di atti, di libertà che, non mai interrotta, collega noi moderni con tutti gli antepassati nella grand’opera del propagare la dottrina, e così elevare le classi inferiori, estendere la libertà, proteggere la dignità, consacrare l’eguaglianza sotto la disciplina della coscienza, anzichè sotto la violenza ufficiale.

CAPITOLO CV. Calata di Enrico VII.

Da Federico II in poi nessun re di Germania erasi coronato in Italia; gli eletti assumevano il titolo di re de’ Romani, professavano sempre di volere venirvi, come di volersi crociare, nè all’una adempivano nè all’altra promessa: sicchè per sessantaquattro anni Italia non vide principi tedeschi. Il cavalleresco Adolfo di Nassau della supremazia imperiale diè segno col mandare qualche vicario, ma ben presto rimase vinto ed ucciso da Alberto d’Austria.

Questo erasi ciuffato la corona (1298) col profondere privilegi agli elettori, e al papa promettere di francheggiarne i diritti contro qualsifosse aggressore, nè far pace o tregua coi nemici di esso; ma al par di Rodolfo suo padre non volle pericolarsi nelle vicende d’Italia, attento piuttosto a consolidare sua casa, meglio che non fossero riusciti gl’imperatori sassoni e gli svevi. Se non che colle sue tirannie disgustò i popoli, che gli si rivoltarono a Vienna, in Stiria, e con migliore fortuna nella Svizzera, allora redentasi in libertà: coll’avarizia esacerbò il nipote Giovanni di Svevia, che lo uccise.