Filippo il Bello re di Francia chiese allora (1308) al suo papa un’altra grazia, che cingesse a Carlo di Valois la corona germanica; e già aveva compro alquanti elettori, sicchè la Germania fu ad un punto di subire uno straniero: ma il papa sollecitò perchè i voti si concordassero sopra Enrico VII, ch’egli promise incoronare imperatore. Costui, signore di poco più che della piccola contea di Luxemburg, ma imparentato con molti principi, e fra altri con Amedeo V conte di Savoja, allettando gli animi col valore e la cortesia, presto riuscì a quel ch’era omai il primo intento degl’imperatori, aggrandire la propria famiglia, collocando sul trono di Boemia suo figlio Giovanni (1310).

Francesco da Garbagnate, nobile ghibellino, sturbato da Milano al cadere dei Visconti, e come eretico condannato a portar sempre una croce, viveva a Padova di fare il maestro, quando udita l’elezione del nuovo cesare, vende i libri per comprare armi, e va a lui, e lo inanima a calare in Italia per ristaurarvi la parzialità imperiale; troverebbe ajuti non solo da questa, ma anche dai Guelfi, mal soddisfatti del papa esulante e di chi facea per esso. All’umore cavalleresco di Enrico talentava codesto sfoggiare in Italia un’autorità, della quale aveva concetto meraviglioso; e senz’armi e senza ricchezze calava in paese che un secolo e mezzo avea resistito a’ suoi predecessori potenti. Ma nella lunga assenza degli imperatori erasi rintuzzato il geloso sentimento repubblicano, alle ispirazioni franche della libertà municipale sottentravano le reminiscenze romane, nè sopra Enrico pesava l’odio giurato alla casa Sveva, nè a lui correva l’obbligo di vendette ereditarie. Capo dei Ghibellini come imperatore, realmente professava la grande imparzialità; a un Ghibellino che gli offriva averi e vita purchè desse vantaggio alla sua parte, rispose: «Io venni per il tutto, non per le parti»; anche il papa, desideroso di opporre qualcuno alla prevalenza della Francia, mandò i suoi legati ad accompagnarlo, farlo il ben arrivato nelle città guelfe, e imporgli la corona d’oro[269].

Ma la grande rappresentanza pontifizia, schiaffeggiata nella persona di Bonifazio VIII, avea tagliato i proprj nervi col trasferirsi in Avignone; senza ritegno sparlavasi contro la Babilonia d’Occidente, la prostituta dell’Apocalissi; anche spiriti serj e pii guardavano la supremazia del papa come distinta dalla causa della Chiesa; indignati contro di quello, bramavano un’autorità che lo deprimesse, e al solito ponevano grandi speranze in Enrico, «uom savio, di nobile sangue, giusto e famoso, di gran lealtà, pro d’armi, di grande ingegno e di grande temperanza, e che parte guelfa e ghibellina non voleva udire ricordare» (Compagni). In fatto Enrico, estranio a tali dissidj, ammetteva e questa e quella, i tiranni e i magistrati municipali; i Pisani, che gli spedivano sessantamila fiorini perchè avacciasse a passare in Toscana; e i signorotti che promettevano condurlo traverso all’Italia col falco in pugno, senza mestier di soldati.

Per la Savoja e val di Susa giunto a Torino (1310), surrogò vicarj suoi a quelli del re di Napoli; ad Asti ebbe un incontro de’ signori lombardi, cui promise non voler far divario tra imperiali e papalini, ma venire a rimetter pace, a cancellare di bando i fuorusciti, e tornar le città dalle private signorie sotto l’immediato suo dominio. Di fatto riconciliò in Vercelli i Tizzoni cogli Avogadri, in Novara i Brusati coi Tornielli, in Pavia i Beccaria coi Langosco; restituì i Ghibellini a Como e a Mantova, i Guelfi a Brescia e a Piacenza; ma non potè indurre gli Scaligeri a ricever in Verona i conti di Sanbonifazio, esulanti da sessant’anni.

In Lombardia primeggiava sempre Milano, non dimentica dei tempi del suo glorioso riscatto, ma dai Torriani già abituata al dominio d’un solo, quando l’arcivescovo Ottone Visconti la acquistò (1277), e l’invigorì coll’unire alla civile la podestà ecclesiastica (pag. 28). Fortunato di non aver bisogno di supplizj per assodarsi, e fatto potente dalle città ghibelline che gli si congiunsero, studiò tramandare la potestà al nipote Matteo. Il quale fu eletto capitano dal popolo milanese, poi da quello di Novara e Vercelli; indi vicario imperiale di Lombardia (1295), a nome di Adolfo di Nassau; finalmente, alla morte di Ottone, signore di Milano. Altre molte città imitarono l’esempio. A Bergamo lottavano Colleoni e Suardi contro Bongi e Rivoli, e i primi mandarono a chiedere Matteo, che corse in loro ajuto, e ne fu gridato signore. In Pavia Manfredi de’ Beccaria, dopo sanguinose baruffe, soccombette a Filippone Langosco, e Matteo carezzò costui e ne chiese la parentela; ma egli, sospettatolo d’ambire quella città, ruppe gli accordi. Intanto il Visconti s’imparentava colle due famiglie principali della parte ghibellina e della guelfa, dando una figlia ad Alboino degli Scaligeri di Verona (1293), e al suo primogenito Beatrice, sorella di Azzo d’Este, vedova di Nino de’ Visconti di Pisa, signore d’un quarto della Sardegna. Le feste di quell’occasione furono delle più splendide che si vedessero, ripetute con gara di sontuosità a Modena, a Parma, a Milano.

Ma costei era già stata promessa ad Alberto Scotto signore di Piacenza, il quale legossi al dito l’ingiuria. Vinta, non estirpata, la fazione de’ Torriani rinforzavasi pei rancori e per le gelosie, consueti contro un dominio nuovo. Vi soffiò lo Scotto, e strinse lega coi tiranni Filippone Langosco predetto, Antonio Fisiraga di Lodi, Corrado Rusca di Como, Venturino Benzone di Crema, i Cavalcabò di Cremona, i Brusati di Novara, gli Avogadri di Vercelli, Giovanni II di Monferrato; Guido, Mosca ed altri Torriani accorsero dal Friuli, dove s’erano rifuggiti presso il patriarca loro zio; molti signori milanesi e fin di casa Visconti tenner mano coi congiurati; e ben presto Milano a rumore espelleva i Visconti (1302), il Rusca ribellava Como, benchè cognato di Matteo, onde questi cesse alla fortuna: e un decreto dichiarò decaduti i Visconti, un altro nominò capitano della città Guido della Torre. Mutazioni effimere, e Matteo, che facea sua vita in quiete nella villa di Nogarola, chiesto da alcuno come gli parea di stare, rispose: — Bene, perchè so adattarmi al tempo»; e quando pensasse rientrare in Milano: — Quando i peccati de’ Torriani soverchieranno quelli ch’io aveva allorchè fui cacciato».

Per le città lombarde allora tornarono a galla quei ch’erano sommersi; e Alberto Scotto, principale macchina di quelle vicende, ottenne signoria su varj paesi, autorità su tutti. Ma ben presto egli s’ebbe inimicato signori e popoli; e avendo mosso l’esercito contro i Pavesi, trovossi di fronte Cremaschi, Lodigiani, Vercellini, Novaresi, Milanesi, Comaschi e il marchese di Monferrato, che posero anche a ruba il Piacentino. Per lo Scotto campeggiarono i Correggio, i Visconti, gli Alessandrini, i Tortonesi, gli Astigiani; e i nomi di Guelfi e Ghibellini riviveano dappertutto con mutata significazione, il primo indicando i fautori de’ Torriani, l’altro quei de’ Visconti, cui lo Scotto offrì di rimetterli nella città d’onde poc’anzi gli avea snidati. Sebbene non ne seguisse battaglia, i Piacentini erano sazj di tanti guasti, e ordirono una congiura che non valse se non a portare alcuni al patibolo: ma poi insorti popolarmente, cacciarono lo Scotto, cacciarono Giberto Correggio che volea farsi signore, e al grido di Popolo richiamarono i Landi, i Pelavicini, gli Anguissola fuorusciti, dai quali fu chiesto capitano della città Guido Torriano. Costui era dunque sul montare; ma ben presto egli pure eccitò scontento nei popoli, dissensioni nella propria famiglia, fino a dover imprigionare l’arcivescovo Cassone suo cugino co’ fratelli, imputati di attentare alla sua vita.

A Guido non dovea dar per lo genio il proposito di Enrico VII di trarre a immediato suo dominio le città lombarde, contro i patti della pace di Costanza; ma non avendo potuto opporgli una lega guelfa, si piegò al volere del popolo, ed uscì inerme ad incontrare Enrico (1310 — 3 xbre), che con lungo codazzo di signori entrò in Milano da dominante, e prese la corona di ferro, presenti i deputati di tutte le città di Lombardia e della Marca. Guido solo non aveva abbassato l’insegna quando fu ad incontrarlo; ma i Tedeschi gliela abbatterono, ed Enrico gl’intimò: — Riconosci il tuo re; duro è ricalcitrare contro lo stimolo»; pur risoluto a tenersi imparziale, lo riconciliò coi Visconti. Dappertutto intanto sostituiva vicarj imperiali ai podestà eletti dai cittadini, rimpatriava gli esuli, e godeva sentirsi acclamato ristoratore della pace, della giustizia, della libertà.

Sul principio era in fatto universalmente il ben venuto, ma non tardò a scontentare i Milanesi col voler introdurre in città uomini armati, e coll’esigere un donativo. Di questo trattossi nel consiglio, e Guglielmo Pusterla propose cinquantamila zecchini; Matteo Visconti, liberale colla roba altrui, soggiunse: — Vorrete almeno assegnarne diecimila altri per la regina». Al che Guido Torriano indispettito: — E perchè non fare addirittura il numero tondo, centomila?» e il notajo regio protocollò centomila, e non ci fu modo di dibatterne uno.

Per questo valsente Enrico concedette un amplissimo privilegio ai Milanesi (1311 — 20 marzo); per cinquemila ne diede un altro ai Monzaschi[270], comminando a chi li violasse gravissime pene, pagabili non già ad essi Comuni, ma alla sua camera. In procinto poi di calare verso la bassa Italia, pensò tôrre degli ostaggi, e in apparenza di onore domandò al Comune cinquanta cavalieri, fra’ quali Matteo Visconti, Galeazzo suo figlio, Guido Torriano e Francesco suo figlio. S’accorsero a che parava; peggiorati gli umori, tornavasi ad esclamare contro i Barbari vecchi e nuovi; e i figli dei due capiparte, affiatatisi, cominciarono quel grido di Morte ai Tedeschi, che tante volte e prima e poi fu sinonimo di Viva la libertà. Il popolo prese le armi, e faceva Dio sa quale scena se tutto davvero i Visconti fossero stati d’accordo coi Torriani; ma questi furono assaliti ed espulsi di città abbattendone le case; Matteo, che giocava a due mani, col mostrarsi tranquillo ottenne dall’imperatore il comando, e titolo di vicario per cinquantamila fiorini, oltre venticinquemila annui.