I Torriani però aveano dato il segno ai Guelfi di Lodi, Crema, Cremona, Brescia, che cacciarono i vicarj imperiali e corsero all’arme; ed Enrico, dissipato quel benevolo sogno di stare amico a tutti, dovè colla forza risoggettarle; Cremona ebbe atterrate le mura, arrestati ducento principali, imposti centomila fiorini, e i soliti arbitrj d’un’occupazione militare. Tebaldo Brusato, che, per interposto di Enrico, era stato ricevuto in Brescia dal ghibellino Matteo Maggi, avea côlto il destro per vendicarsi e imprigionar questo e gli altri capi, e farsi signore coll’ajuto de’ fuorusciti guelfi; onde Enrico assediò quella città, che, atterrita dall’esempio di Cremona, si difese mezz’anno: il Brusato, anche caduto prigione, continuò ad esortare i suoi alla difesa, sicchè Enrico il fece barbaramente uccidere. Fieramente lo vendicarono i Bresciani, che ferirono anche il fratello del re, sinchè, consumati tra malattie e ferro tre quarti dell’esercito, Enrico li ricevette a capitolazione, traendone denaro e maledizioni, paga de’ conquistatori.
Enrico dunque, venuto a portar la pace, dietro lasciava nimicizie ribollenti, sicchè quell’anno dappertutto furono abbattute, ricacciate le varie fazioni, i vicarj imperiali, i signorotti; battaglie in ogni città e campagna; e per aggiunta la peste, sviluppatasi in quell’assedio, andò sempre compagna all’esercito imperiale.
Il tempo che intorno a Brescia egli consumò, avea lasciato intiepidire gli amici suoi, rinforzarsi i nemici, principali de’ quali erano Roberto nuovo re di Napoli, i Bolognesi e i Fiorentini. Fatto denaro col nominare vicarj di Mantova i Bonacolsa, di Treviso i da Camino, di Verona gli Scaligeri, Enrico si volse a Genova, la quale, stanca del parteggiare fra gli Spinola e i Doria, la prima volta accettò dominio forestiero (9bre), sottoponendosi per venti anni a lui, che vi costituì vicario Uguccione della Faggiuola. E ben fu sua ventura che Genova e Pisa il fornissero nella sua povertà quando tutti lo abbandonavano, sicchè colle navi loro approdò in Toscana.
Firenze, Atene d’Italia, passionata delle lettere e delle arti belle, feste ed allegrie frapponeva alla serietà degli affari; gelosa della sua democrazia, la portava sino all’esclusione, cioè alla tirannide. Il vederla in tanto fiore mentre era governata da magistrati mutabili ogni due mesi, nè rieleggibili che dopo tre anni, mostra quanti possedesse cittadini capaci di reggere la cosa pubblica; e perciò erano richiesti anche fuori ad ambasciate e a governi[271]. Come negozianti non amavano le armi, fidando meglio nei maneggi politici; e non avendo codice e fissa costituzione, si sosteneano per clientele e parenti.
Fedele alla causa italiana, quale almeno s’intendeva allora, Firenze non ismaniava di divulgare la libertà ove il pregio non ne fosse sentito; ma persuasa che Italia dovesse la civiltà sua a quel contrastare indipendente, guardava che tirannide straniera o natìa non vi si consolidasse, e perciò teneva la bilancia; guelfa di solito, ma non repugnante all’accostarsi ai Ghibellini quand’uopo le paresse.
Dentro cozzavansi ancora Bianchi e Neri; e Benedetto XI (1304), più leale amator della pace che Bonifazio VIII, mandò fra Nicola da Prato cardinale d’Ostia perchè vi rimpatriasse i Bianchi fuorusciti. Il popolo ne esultò; ma i grandi della parte Nera, per tôrgli credito, sparsero ch’egli avesse incitato i Bolognesi contro Firenze, sicchè ad urli fu cacciato da quei che un istante prima lo aveano accolto a plausi, ed egli pose all’interdetto la città. Subito furono in armi le parti, e tra la baruffa s’attaccò un incendio, alcun disse per opera di ser Neri Abbati (10 giugno); e niun provvedendo a spegnerlo, distrusse da mille settecento case con incalcolabile perdita di masserizie e mercanzie, spezialmente ne’ magazzini de’ Cavalcanti e de’ Gherardini, che ne rimasero rovinati.
I Bianchi, ricoverati in Pistoja, invigorivano pe’ sussidj de’ Pisani, Aretini, Bolognesi; sicchè i Fiorentini chiesero per capitano Roberto figlio di Carlo il Zoppo, che con Aragonesi e Catalani gli ajutò a stringere d’assedio Pistoja. Invano il papa spedì frati e cardinali, lusinghe e interdetti; essi durarono finchè ebbero la città, e ne fecero strazio (1306), la smurarono, ne spartirono il territorio fra sè ed i Lucchesi. A’ Guelfi rimase dunque il sopravento, comunque scomunicati: Pisa e Arezzo, sole città ghibelline, aveano dovuto implorar pace; ma anche la taglia trionfante divideasi, colla consueta vicenda in moderati ed esagerati. Principale autore della cacciata de’ Bianchi, a capo de’ Guelfi Neri rimase Corso Donati «cavaliere della somiglianza di Catilina romano, gentile di sangue, adorno di belli costumi, sottile d’ingegno; per sua superbia fu chiamato il barone, e quando passava per la terra molti gridavano, Viva il barone, e parea sua la terra; la vanagloria il guidava; molti servigi facea. Fu di corpo bellissimo fino alla sua vecchiezza; a gran cose sempre attendea; pratico e dimestico di gran signori e di nobili uomini, e famoso per tutta Italia; nimico dei popoli e dei popolani, amato da’ masnadieri[272], pieno di maliziosi pensieri, reo e astuto».
Trionfava egli dei Cerchi, antichi emuli suoi; ma i nobili, recatoselo in sospetto, lo contrariavano per mezzo delle magistrature. Se non che egli s’appoggiò a’ Bordoni e ai Medici, famiglia popolana che cominciava a venir su, e al suocero suo Uguccione della Faggiuola, caporione de’ Ghibellini in Romagna e Toscana; ed a forza prosciolti i prigionieri di stato, cacciò la Signoria (1308) tacciandola di venale e corrotta. Ma questa sparse che egli affettasse la tirannide, e diè nelle campane; il popolo accorse armato in piazza, i priori delle arti citarono Corso, e fra due ore lo condannarono come ribelle e traditore del suo Comune. «Incontanente mosse dalla casa de’ priori il gonfalone della giustizia col podestà e capitano ed esecutore, con loro famiglie e coi gonfaloni delle compagnie, col popolo armato e colle masnade a cavallo, a grido di popolo, per venire alle case dove abitava messer Corso» (Villani). Egli si asserragliò, sperando sopragiungesse il domandato Uguccione: ma aggravato di gotta mal si potea difendere, e arrestato nella fuga, mentre veniva ricondotto, si precipitò da cavallo e morì. Alquanti anni dopo, i suoi consorti uccisero Betto Brunelleschi (13 7bre), cittadino di gran nome che credeano autore della morte di Corso; e dissotterrato questo, gli resero esequie splendidissime, tra mezzo alle armi d’amici e nemici. Non andò guari che Pazzino de’ Pazzi, assassino di Betto, fu trucidato dai Brunelleschi e Cavalcanti; onde si diceva che lo spirito di Corso andasse ancora in volta, prèndendo vendetta di chi l’aveva contrariato.
I Fiorentini furono i soli che mandassero ambasciatori ad Enrico VII; e quand’egli ne diresse uno a loro, risposero «che mai per niuno signore i Fiorentini inchinarono le corna». Spedì novamente annunziando il suo arrivo e chiedendo gli alloggi; e i Fiorentini gli replicarono, non aver essi mai creduto degno d’approvazione un imperatore che conduce esercito di Barbari in Italia, mentre dovere di lui sarebbe affrancare da’ Barbari (1310) questa nobilissima provincia[273], e si diedero piuttosto a Roberto re di Napoli. Ma i conti Guido ed altra nobiltà castellana stettero coll’imperatore, a questo si presentarono i fuorusciti in Genova, e fra essi probabilmente Dante, il quale, avversissimo ai signori stranieri quando trattavasi di Carlo di Valois, allora dettò il trattato Della monarchia, e a nome proprio e de’ concittadini fuorusciti scrisse «al gloriosissimo e felicissimo trionfatore e singolare signore messer Arrigo, per la divina Provvidenza re de’ Romani e sempre augusto, mandando baci alla terra dinanzi a’ suoi piedi»; e con ragioni e testi ed esempj rincorava ad assalire al più presto Firenze, «radichevole cagione delle discordie italiane; vipera, volta nel ventre della madre; pecora inferma, la quale col suo appressamento contamina la greggia del suo signore: Mirra scellerata ed empia, la quale s’infiamma nel fuoco degli abbracciamenti del padre»: venga dunque Cesare e colpisca i Filistei, sicchè restituita a’ fuorusciti la loro eredità, «cittadini e respiranti, in pace ed in allegrezza le miserie della confusione rivolgeranno». Parole; ma poi «il tenne tanto la riverenza della pátria, che venendo l’imperatore contro a Firenze, e ponendosi a campo contro la porta, non vi volle essere, contuttochè confortatore fosse stato di sua venuta»[274].
I Pisani, che calavano a misura del crescere di Firenze, si lusingarono che Enrico, il quale, scarso di possedimenti in Germania, meditava piantarsi in Italia, vorrebbe far sede e metropoli dell’Impero la loro patria. Coi costoro denari dunque e coi soccorsi di quanti covavano nimicizia pei Fiorentini, Enrico move sopra di questi; ma essi tre tanti di forze gli opposero a onore di santa Chiesa e a morte del re di Lamagna (1312). Il quale, preso tra le armi, la fame e la peste, dovette andarsene, mettendoli al bando dell’Impero per «la sfrenata mentecattaggine e la non domata superbia contro alla real maestà»; e si affrettò a far una pomposa mostra nella sua coronazione a Roma.