Abbiam veduto i papi credersi di avere assicurato l’indipendenza d’Italia coll’ottenere da Rodolfo d’Habsburg la rinunzia alle pretensioni che gl’imperatori ostentavano su varie terre nostre: ma con Nicola III rientrarono in una politica barcollante, che non vedea di là dalle necessità istantanee. Nella schiavitù poi d’Avignone, in mano al re di Francia, perdeano quella sicura libertà che la Chiesa invoca con quotidiana preghiera. Intanto Roma rimaneva strazio delle fazioni, combattute tra Orsini e Colonna, ingranditi dal favore dei due papi Nicola III e IV. I primi accolsero Enrico, ma i Colonnesi e il fratello di re Roberto armati guardavano la città; per modo ch’egli dovette prendere a forza Ponte Milvio, il Campidoglio, il Coliseo, il Laterano, dove serragliate le vie, si fece coronare (29 giugno) dai legati, non senza che la festa e il banchetto fossero insultati dai nemici.
Consunto allora il tempo del servizio feudale, i baroni tedeschi abbandonano Enrico; i Ghibellini di Lombardia sono richiamati dalla guerra che rompono loro i Guelfi; le malattie si aggravano; onde l’imperatore, rimasto con pochi uomini e men denaro, senza sottomettere Roma torna verso Firenze a bandiera spiegata, e accampa dirimpetto a San Salvi. «Firenze non era murata, ma tutta fu all’armi: il vescovo con tutto il chericato ne venne alla porta Sant’Ambrogio, poi il capitano e il podestà e alcun gonfaloniere, e tutti vi s’accamparono e posero trabacche, e tolsono lettiere e tavole da mangiare e finestre, e in meno di mezza notte infino a Pinti fu tutto steccato, e innanzi dì molte bertesche fatte, e corritoj sopra gli steccati» (Stefani). V’accorse poi gente d’arme dalle città vicine, ma non vollero attaccar l’imperatore, il quale non potendo avere Firenze, si partì da oste sfogando il suo dispetto contro il territorio.
Firenze divenne allora caporale del partito guelfo; e stretto lega con Bologna, Lucca, Siena e con chiunque mostrava i denti all’imperatore, dava il cenno a tutta Italia; perseverò a difendersi, ma non assalì l’imperatore, sia che conoscesse troppo inferiori le milizie cittadine a guerrieri esercitati, sia che prevedesse il necessario sfasciarsi dell’esercito imperiale.
Enrico cercò che il papa scomunicasse i Guelfi e Roberto di Napoli; e forse il papa v’inchinava, quando ecco Filippo il Bello gli manda quegli stessi ribaldi che aveano sfregiato Bonifazio VIII, i quali, entrati nella cancelleria, tolgono quante bolle vi trovano, al pontefice rinfacciano di operare contro un parente di quella casa di Francia che tanto di lui benemeritò; si ricordasse di Bonifazio[275]. Enrico dunque solo ed assottigliato di uomini e di vettovaglie, sarebbesi tolto dall’impresa se avesse avuto di che pagare i debiti; e non appena Federico di Sicilia gli spedì denaro a ciò, tornossene a Pisa[276], assai male di sè e di sua gente. Volendo almeno far qualche scena imperatoria, v’alzò tribunale, spiegando pretensioni superbissime. Già si conosceva una sua costituzione per «reprimere le colpe di molti, che, sfrenatisi dalle fedeltà, e ostili al romano impero, nella cui tranquillità consiste l’ordinamento del mondo, violano gli umani e i divini precetti, dai quali è imposto che ogni anima sia sottoposta al principe»[277]. Allora poi emanò una costituzione, ove dichiaransi ribelli e sleali all’Impero tutti quei che palesemente o in occulto facesser opera avversa all’onore e alla fedeltà sua, o agli uffiziali suoi. Contro di essi doveva procedersi per accusa, inquisizione o denunzia, sommariamente e semplicemente, senza strepito o figura di giudizio.
Le città ribelli non avendo obbedito alla citazione, egli spogliò Firenze (1313) del mero e misto imperio, d’ogni giurisdizione e di tutte le immunità, i feudi, gli statuti, i privilegi, confiscandone i beni e i castelli, facendo infami i magistrati suoi: a que’ cittadini nessun dia ricovero o soccorso, ma possano essere pigliati da ciascuno come ribelli e banditi: concedeva agli Spinola e al marchese di Monferrato di contraffare i fiorini al conio di san Giovanni; insieme dichiarava scaduto dal trono e condannato alla decollazione re Roberto, e dispensati i sudditi suoi dal giuramento.
Sentendo quanto sieno ridicole le minaccie di sole parole, sollecitava dalla dieta germanica e dai Ghibellini d’Italia un buon polso di gente, ma poco avanzava: Clemente V ricordossi della franchezza de’ suoi antecessori, e credendo invasi i suoi diritti col deporre Roberto suo ligio, minacciò scomunicar l’imperatore se mettesse piede sul Napoletano, e per contraccolpo alla costituzione di lui proclamò la santa Sede essere superiore all’Impero. Solo per gelosie particolari Pisa e Genova provvidero di settanta galee Enrico VII, il quale, mentre Federico di Sicilia l’assecondava invadendo Calabria, entrò in via per Napoli con duemilacinquecento cavalieri oltramontani, millecinquecento italiani e proporzionato numero di pedoni. Casa d’Angiò stava dunque in gran frangente, e «preso che Arrigo avesse il regno, assai gli era leggero di vincere tutta l’Italia e dell’altre provincie assai» (Villani); quando a Buonconvento presso Siena (24 agosto) morì improvviso[278], e lasciò l’Italia più tempestata che prima non fosse, e l’autorità degli imperatori spoglia dell’antico prestigio, troppo apparendo l’estrema sproporzione fra i diritti che pretendeano e le forze con cui volevano attuarli.
CAPITOLO CVI. Roberto di Napoli. — Uguccione. — Castruccio. — Lodovico il Bavaro. — Giovanni di Luxemburg.
La morte d’Enrico VII tolse il cuore ai Ghibellini. Pisa, perduti i due milioni spesi per lui, e trovandosi esposta alla vendetta de’ Guelfi, credette risanguar l’erario coll’imporre un accatto su tutte le merci che entrassero nel suo porto; ma i Fiorentini si drizzarono a quel di Telamone, ove trasferendosi gli altri negozianti che con essi aveano a fare, ne derivò l’ultimo crollo al commercio di Pisa. Esausta e minacciata, ricorse al solito infelice compenso di buttarsi in braccia altrui, eleggendo a signore Uguccione della Faggiuola, figlio di Rinier da Corneto, famigerato masnadiero in val del Savio.
Il popolo parlava di Uguccione come suole di cotesti avventurieri, con fole esagerate: che mangiasse straordinariamente per sostentare lo straordinario corpo, a coprire il quale voleansi armi straordinarie; ch’egli bastasse a sostenere l’impeto d’un esercito o ristaurare una battaglia; nient’altro che collo sguardo volgesse in fuga i nemici; eppure fosse gajo, ingegnoso, di arguti ripicchi, di generosa cortesia. In realtà, confinando i suoi feudi coi Ghibellini di Toscana e di Romagna, e sentendosi ambizione pari al coraggio, avea tentato signoria in molte parti; in Arezzo dominò dal 1292 al 96, nimicando tra loro i Ghibellini, sinchè ne fu respinto per chiamare Federico di Montefeltro; allora capitanò Cesena, Forlì, Imola, Faenza, sinchè nel cacciò Matteo d’Aquasparta. Nel 1300 sedendo podestà di Gubbio escluse i Guelfi di colà, ma essi rientrarono con alterni guasti: tornato podestà in Arezzo, ne fu snidato coi Verdi. Era podestà di Genova quando i Pisani lo chiamarono signore; ed egli, assoldate le bande tedesche rimaste sciopere alla morte d’Enrico, subito recò devastazioni al Lucchese, e minaccie al resto di Toscana.
In questa i nobili aveano perduto la voglia di dare soccorso alla repubblica, la quale in ogni provvedimento li sfavoriva; i popolani aveano pei traffici disusato le armi; di guisa che Firenze, Lucca, Prato, Pistoja credettero anch’esse opportuno cercare salvezza col darsi un padrone. Tant’era venuto di moda questo sottomettersi a un principe! ma i soli durevoli furono quelli dell’Italia meridionale.