Dopo la pace di Calatabellota continuarono a regnare in Sicilia Federico I col titolo di re di Trinacria, a Napoli Carlo II col sopranome di Giusto. Ebb’egli per moglie Maria sorella di Ladislao IV re d’Ungheria; e morto questo in verde età senza successione (1290), Carlo fece attribuire il titolo di quel regno al figlio Carlo Martello. Rodolfo imperatore, sempre in occhi onde aggrandire casa d’Austria, l’aveva prevenuto col conferire quella corona al proprio figlio Alberto; quand’ecco fra i due alzarsi un altro pretendente. Andrea II d’Ungheria nel 1235 avea sposato Beatrice del marchese d’Aldrovandino d’Este. Rimasta in breve vedova e gravida, Bela, nato da altra moglie di quel re, la cacciò in prigione e ad ogni peggior trattamento: essendo però capitati in Ungheria ambasciadori di Federico II, essa trovò modo di fuggire con loro, e rientrare alla casa paterna. Quivi diede in luce un bambino, che fu detto Stefano, e che sposò l’ereditiera della nobile famiglia Traversari di Ravenna, poi in seconde nozze Tommasina Morosini veneziana, da cui generò un figlio. Questo, di nome Andrea, di soprannome il Veneto, chetò gli Austriaci collo sposarne una figlia, e regnò in Ungheria; ma morto improle (1301), gli sottentrò Carl’Uberto o Caroberto figlio di Carlo Martello predefunto, pel quale alle sorti di Napoli si mescolarono funestamente anche quelle dell’Ungheria, mentre una figliuola di re Carlo di Valois recava in dote incerti diritti sull’Impero Orientale all’altro figliuolo Filippo.
Morto Carlo II, si disputò se dovesse succedergli il nipote Caroberto di Ungheria (1309); ma Roberto secondogenito, affrettatosi ad Avignone, ottenne che il papa desse a lui l’investitura del Regno, e confermasse al nipote quella d’Ungheria; anzi il papa gli perdonò trecentomila zecchini d’oro e cinquantamila marchi d’argento, di cui suo padre era debitore alla Chiesa.
Qui comincia il lungo regno di Roberto, detto il Buono, dai letterati acclamato un Salomone, perchè li favoriva, assisteva alle lezioni dell’Università, e non preteriva occasione di far pompa di un’eloquenza pedantesca. Spertissimo degli affari, e poco incline alla guerra, industriavasi di metter pace nelle città; senza l’inflessibilità che spezza gli ostacoli, avea la perseveranza che li logora; rendea personalmente la giustizia, il che è un modo di lederla spesso, ma che piace ai popoli; e molti in fatto si diedero spontanei in sua balìa. Quanto visse fu considerato capo della taglia guelfa, e parve in procinto di diventar signore di tutt’Italia; eppure nè d’un palmo di terreno accrebbe il regno avito. Non interruppe mai guerra a Federico di Sicilia, sostenuto dai Ghibellini e dagli imperatori; e col mandare ogn’anno una flotta a guastarla, sperava che quell’isola per istracca gli si butterebbe nelle braccia. Papa Clemente V, non che annullare la sentenza di Enrico VII contro di lui «in forza dell’indubitata autorità sua sull’Impero e pel diritto di succedere allo imperatore nella vacanza»[279], nominò Roberto (1313) vicario imperiale di tutta Italia; il quale fu anche chiamato senatore dai Romani, e signore da Ferrara, Parma, Pavia, Bergamo, Alessandria, Firenze; al che aggiungendo molti feudi in Piemonte e la contea di Provenza, veniva ad essere fra i maggiori potenti.
A fronte a lui stava Uguccione, il quale fece trionfare Pisa, e la indusse ad escludere dalle magistrature chi non provasse d’essere sempre stato ghibellino egli e i suoi antenati. Perchè guelfa osteggiò Lucca, ricca e potente quasi a par di Firenze, e fiancheggiata da una nobiltà avvezza a lanciarsi da’ suoi castelli per far preda in terra o sul mare; e avutala a tradimento, con soldati tedeschi manomise i tesori dai cittadini accumulati principalmente coll’usura, e quelli che il papa v’avea fatti venire da Roma per trasferirli in Francia; e la tenne a dominio. Firenze, sgomentata del crescere di costui, da re Roberto cercava generali capaci di reprimere i Ghibellini; ma alla giornata di Montecatino (1315 — 14 giugno) questi prevalsero con grave strage dei Guelfi, dove perirono anche i figliuoli dei due capitani nemici, Carlo de’ reali di Napoli e Francesco d’Uguccione, che furono sepolti in una stessa tomba nella badia di Buggiano[280]. Roberto si diè tanto attorno, che indusse Pisa e Lucca a pace con Firenze, Siena e Pistoja.
Uguccione intanto reggeva le due città alla militare, fiero contro ogni sospetto; talchè esse tramarono con Castruccio Castracani degli Interminelli. Costui esigliato dalla patria, per dieci anni corse il mondo a venture, acquistando grido di valore col servire in Francia, in Inghilterra, in Lombardia; avea prestato mano ad Uguccione nell’occupare Lucca, poi cogli scontenti s’intese per abbatterlo. N’ebbe fumo Uguccione (1316), e lo pose in carcere; ma mentre vi aspettava il patibolo, ecco il popolo sollevato ne lo trae, e lo solleva al dominio di Lucca, la quale si riordinò a popolo. Uguccione accorse colla cavalleria da Pisa, ma allora anche questa si rivoltò, ed egli sbaldanzito ritirossi alla corte di Can Grande, ove s’imbattè con Dante, che a lui indirizzò la prima sua cantica, e che forse alluse a lui nel veltro che prometteva liberatore di quest’umile Italia[281]. Castruccio per riconoscenza ottenne il titolo di capitano e difensore del popolo di Lucca per dieci anni, poi a vita; vi munì una cittadella, superbamente intitolata Augusta e abbellita come una reggia; e accettata la pace offerta da re Roberto (1320), fu tolto capitano de’ Ghibellini di Toscana. In tante guerre e viaggi aveva imparato non meno la tattica che l’amministrazione; valoroso, perfido, ingrato quanto si richiede per salir sublime; a torture e supplizj mandò chiunque l’avesse contrariato o beneficato; scoperto una trama, fe propaginare venti persone, cioè sepellirle vive col capo in giù, e cento esigliarne; con buona economia raddoppiò le entrate, chiamossi attorno i castellani della Versilia e dell’Appennino, e col premiare il valore si creò un poderoso esercito.
Lucca, per quanto ricca e commerciale, era troppo angusta alle aspirazioni di lui; e sempre fingendo operare pel suo Comune, egli invase la Garfagnana e la Lunigiana: ma Spinetta Malaspina, che vi possedeva sessantaquattro castelli, gli recise la marcia, sostenuto dai Fiorentini. Addosso a questi s’avventò Castruccio, guastando le valli di Nievole e dell’Arno inferiore, assalse Prato, sorprese Pistoja togliendola a Ermanno de’ Tedìci abate di Pacchiano, che vi si era fatto tiranno; e coll’esibire maggiori somme, trasse a sè le bande di ventura che i Fiorentini aveano soldate.
Tocca d’onta, Firenze chiama a stormo i cittadini ed anche i fuorusciti, e aduna il più grosso esercito che mai coscrivesse, e che costava tremila fiorini d’oro il giorno, oltre mille Fiorentini che servivano a cavallo a proprie spese; e l’affida a Raimondo Cardona, avventuriere catalano. Ma costui pensando men tosto a vincere che a incassar denaro col dispensare dalla milizia i ricchi mercanti, li condusse per le insalubri maremme di Biéntina, dove uggiati o febbricitanti, pagavano per ottenere congedo. Castruccio guata e aspetta, poi ad Altopascio li sconfigge (1325 — 13 7bre), prende Cardona e il carroccio, e col mandare il territorio a sacco si rifà delle spese di guerra. Mentre avea destra l’aria, tenta sorprendere Firenze, saccheggia le ville del piano di Peretola, ricche d’addobbi e di capi d’arte quali non sarebbonsi trovati altrove, e fin sotto le mura fa correre beffardamente il palio da cavalieri, da fantini e da bagasce. Nè certo i Fiorentini sfuggivano alla servitù, se una Frescobaldi non avesse distolto suo figlio Guido Tarlati vescovo d’Arezzo dal congiungere le sue forze a quelle dell’ardito venturiero.
«Addì 10 novembre Castruccio si trovò in Lucca per fare la festa di san Martino con grande trionfo e gloria, vegnendogli incontro con grande processione tutti quelli della città, uomini e donne, siccome a un re; e per più dispregio de’ Fiorentini, si fece andare innanzi il carro con la campana, che i Fiorentini avieno nell’oste, coperti i buoi d’ulivo e dell’arma di Firenze, e l’insegne del Comune a ritroso, facendo sonare la campana, e dietro al carro i migliori prigioni di Firenze, e monsignor Raimondo di Cardona, con torchetti accesi in mano a offerire a san Martino. E poi a tutti diede desinare, che furono da cinquanta dei migliori di Firenze, gravandoli d’incomparabili taglie.... E di certo Castruccio trasse di nostri prigioni e de’ Franceschi e di forestieri presso a fiorini cento migliaja d’oro, onde fornì la guerra» (Villani).
Giacomo d’Euse caorsino fu maestro (1316) poi cancelliere d’Università; indi con brighe e col denaro di re Roberto succeduto papa col nome di Giovanni XXII, si era stabilmente collocato in Avignone, dominio d’esso re, il quale perciò lo regolava a sua voglia, e preparavasi ad annichilare i Ghibellini in Italia; e sembra veramente che il papa e il re, prevalendosi della discordia de’ due imperatori eletti in Germania, pensassero sottrarre a questi tutta davvero la penisola, e assodarvi la sovranità di Roberto. Forte ostacolo vi mettevano Castruccio nella media Italia, nella superiore Matteo Visconti, contro del quale Roberto mosse coi tesori e colle maledizioni papali; ma quegli colle armi e più colle negoziazioni ne disperse le minaccie.
Gran rumore levò a que’ giorni l’impresa di Genova, la quale, prospera pel commercio di Levante, ignorava la quiete interna, nè mai si comportava così male come quando pace godesse. I suoi ricchi non sedevano nei fondachi aspettando i compratori, ma scorreano il mare quai capitani di vascello, avvezzando i marinaj a rispettarli e ubbidirli; e poichè talvolta ogni figlio di famiglia comandava un bastimento, migliaja di persone si trovavano al soldo d’una casa sola, obbedienti per abitudine, per bisogno, per riconoscenza. Grosse e sanguinose faceansi dunque le battaglie fra’ Doria e Spinola ghibellini, Grimaldi e Fieschi guelfi; convertiti i palagi in fortezze, vi si assalivano e respingeano, e uom a uomo nemici, ciascuno esercitava una funesta attività; a vicenda popolani e nobili vedeansi trionfanti o cacciati; le piraterie pareano rese legali dalle nimicizie. I Ghibellini, prevalsi al venire di Enrico VII (1318), poi sbanditi dai Guelfi, invocarono i loro consorti d’ogni paese, e alla patria posero assedio per mare, mentre dalle valli del Bisagno e della Polcevera la stringeva Marco Visconti, prode figliuolo di Matteo. Tutta Italia prese parte al fatto; e Pisa, Castruccio, Can della Scala, il marchese di Monferrato, il re di Sicilia, fin l’imperatore di Costantinopoli fiancheggiarono gli assedianti, mentre Fiorentini e Bolognesi coll’armi, il papa co’ monitorj davano mano a Roberto che la difendeva. Questi, benchè solesse lasciar le imprese ai generali, venne in persona colla flotta, entrò nel porto, e ottenne insieme col papa la sovranità di Genova, ch’egli meditava far centro delle operazioni de’ Guelfi nell’alta Italia; i Ghibellini, durati dieci mesi gli attacchi, dovettero andarsene, e i Genovesi ne disfecero i palazzi e le ville, saccheggiarono i magazzini, e portarono in processione le reliquie del Battista in ringraziamento della vittoria. Quali danni una sì lunga guerra recasse a città tutta commercio, ognuno può figurarlo. Il popolo minuto, vedendosi oppresso malgrado l’abate che il rappresentava, aveva istituito una Motta del popolo, dieci capitani aggregando all’abate per costringere il vicario a far giustizia; e quando ricusasse, toccavano a martello. Roberto sconnettè questa lega, e tenne il dominio dodici anni, dopo i quali si crearono due capitani del popolo, con un podestà, oltre l’abate.