Intanto i Ghibellini s’erano attestati a Soncino sul Cremonese, e fermata una lega sotto la capitananza di Can della Scala, rinnovarono le ostilità in varie contrade. Giovanni XXII fece processar d’eresia lo Scaligero, Matteo Visconti, Passerino Bonacolsi, gli Estensi ed altri; e comunque protestassero di loro fede, proclamare contro di loro la crociata. La guidò il cardinale legato Del Poggetto, nipote del papa, cattivo soldato e cattivo prete; ed ebbe lo svantaggio, malgrado il valore del suo capitano Cardona predetto. Il papa, ormai implicato a sostenere le scomuniche colle armi, mandò allora contro di noi il guelfo Filippo di Valois, cugino del re di Francia, con sette conti, centoventi cavalieri banderesi, e seicento uomini d’armi: giunto pien di baldanza a Mortara, le forze maggiori e più i donativi del Visconti lo fecero capitolare (1320). Deserto dai Francesi, Giovanni voltasi agli Austriaci, e da Federico il Bello ottiene una spedizione comandata da suo fratello Enrico d’Austria (1321); ma questo pure cedette all’armi stesse.
Matteo Visconti, sorretto da quattro prodi figliuoli, Galeazzo, Marco, Luchino, Stefano, e da tutti i Ghibellini, avea tratte a sua obbedienza Bergamo, Pavia, Piacenza, Tortona, Alessandria, Vercelli, Cremona, Como; riscattò per ventiseimila fiorini il tesoro della basilica di Monza, che i Torriani aveano dato in pegno, e di propria mano ve lo depose sull’altare; conobbe il cuore umano e i proprj tempi, e ne profittò; dalle traversie non lasciossi fiaccare; e benchè in dominio nuovo, risparmiò il sangue, e più che coll’eroismo preferì arrivare a’ suoi fini colla prudenza e la simulazione. Banditagli addosso la croce come dicemmo, imputandolo d’eresia, necromanzia ed altri delitti, fra cui quello di aver messo impacci alle condanne della santa Inquisizione, il cardinale Del Poggetto dannò lui, i figli, i fautori alla confisca de’ beni e alla schiavitù della persona come fossero Saracini; e Pagano della Torre patriarca d’Aquileja menò l’esercito contro gli antichi emuli di casa sua.
Atterrito della scomunica, e vedendo i popoli poco disposti a soffrirla per le ambizioni d’una famiglia, dinanzi alla gente raccolta in duomo fa solenne professione di fede cattolica, manda a trattare col legato, e poichè gli parvero esorbitanti le condizioni, esorta i figli a rientrare nel grembo della Chiesa, poi si riduce nella canonica di Crescenzago presso a Milano, ove muore (1322), lasciando nome di abile capitano e destro politico.
Grave colpo alla causa. Galeazzo suo primogenito, malgrado le minaccie papali e le trame degli scontenti, avea conseguito il titolo di capitan generale; ma avendo tentato la moglie di Versuzio Lando gentiluomo di Piacenza, questa città gli fu ribellata, e dietro le altre e fin Milano, come a nemico della Chiesa. Principali attizzatori erano il cugino Lodrisio Visconti e quel Francesco da Garbagnate ch’era stato primario nel rimettere in dominio Matteo, e n’avea avuto grandi compensi. Coll’esercito della lega, scorto dal legato pontifizio e dal Cardona, essi batterono Marco Visconti, l’Ettore de’ Ghibellini, e penetrarono fin sotto Milano, che tennero assediata due mesi (1323). Marco guadagnò a denari molte bande tedesche che militavano coi pontifizj, altre ne chiese all’imperatore Lodovico Bavaro, e così allargò Milano; uccise di proprio pugno il Garbagnate cadutogli in mano alla battaglia di Vaprio, fe prigioniero il Cardona. I nemici tennero saldo alquanto in Monza, ma poi Galeazzo la ebbe, e vi fabbricò un forte castello con ispaventevoli prigioni, chiamate i forni, di pavimento convesso e di volta tanto bassa che il rinchiuso non potea nè reggersi in piede nè coricarsi se non abbiosciato. — Fortezze e carceri, necessarj corredi d’ogni tirannia.
Le turbolenze d’Italia erano aggravate dal non avervi più nè il papa, assiso oltremonti, nè l’imperatore. Alla morte d’Enrico VII, competerono la corona di Germania Federico il Bello duca d’Austria, e suo cugino Lodovico di Baviera: divisi i voti, l’uno si pretendea legittimo perchè coronato dall’arcivescovo di Colonia, cui sempre era competuta questa solennità, l’altro perchè coronato a Francoforte come i precedenti: e non avendo altre norme a chiarire il loro diritto, ricorsero al giudizio di Dio, cioè alle battaglie, con otto anni di guerra civile insanguinando le rive del Reno e del Danubio. Federico, sostenuto dai nobili, mentre l’altro era dalle città libere, a Mühldorf sull’Inn (1322 — 28 7bre) combattendo restò prigioniero: allora Lodovico, bandita la pubblica pace in Germania, pensò venire a ripristinare in Italia i diritti imperiali.
Papa Giovanni non aveva accettato veruno de’ due contendenti, ma quando la vittoria diè ragione al Bavaro, si mostrò disposto a riconoscerlo; se non che i consiglieri insinuarono a questo: — Qual bisogno ha della sanzione papale un imperatore vittorioso?» Gli ascoltò; e dell’autorità sua volle far assaggio mandando intimare al legato pontifizio che non molestasse Milano: ma di quest’atto si adontò il papa, il quale pretendeva toccasse a sè solo decidere fra i due competitori; onde dichiarò sottratta l’Italia dall’imperiale giurisdizione, in modo che non potesse essere incorporata o infeudata all’Impero[282]; alla chiesa d’Avignone fece affiggere un processo (1324), ove il Bavaro veniva accusato di tutti gli atti che avea compiti nell’ingiusta qualità di re de’ Romani, e intimandogli di deporre questo titolo. A vicenda il Bavaro appellò ad un concilio, chiamando il pontefice con termini indegnissimi, turbator della quiete, scandaloso, profanatore de’ sacramenti, eretico; sicchè questo lo denunziò scomunicato e deposto, interdetti i paesi che seco avessero a fare; e cercò portare all’impero il re di Francia.
Ecco scissa di ricapo la cristianità; le Università di Bologna e di Parigi disapprovano il papa; giuristi e teologi, difendendo l’imperatore, avventano dicerie scatenate contro la corte pontifizia; le dottrine antipapali si diffondono, e le coscienze e la quiete sono turbate in Germania e in Italia. A questa s’avviò Lodovico, ed arrivato con pochi uomini a Trento (1327), s’affiatò coi principali Ghibellini, Marco Visconti, Passerino Bonacolsi, Obizzo d’Este, Guido Tarlati, Can della Scala, e cogli ambasciadori di Sicilia, di Castruccio, de’ Pisani; dai quali avuta promessa di cencinquantamila fiorini d’oro per le spese, proseguì il viaggio per Brescia e Como, portando agli avversi minaccie e crucci, ai fautori suoi l’interdetto papale. In Milano (30 maggio) fecesi porre la corona di ferro da Guido Tarlati e Federico Maggi vescovi interdetti d’Arezzo e di Brescia: benchè sospettasse Galeazzo Visconti d’intelligenze col papa, gli mostrò volto d’amico, e lo confermò vicario; poi di botto lo fece arrestare coi fratelli Luchino e Giovanni (quest’era prete; Stefano morì il giorno stesso) e col figlio maggiore Azzone, e gittare nei forni di Monza. Le viltà sono più stomachevoli nel forte: il mondo credette false le corrispondenze che diceva sorprese a Galeazzo, e colle quali tentò giustificare questo primo tradimento, a cui molti n’accompagnò, tenendo egli l’Italia come un paese da manomettere e ingannare. Se n’avvidero i nostri, e lo guardarono con diffidenza anche quando il favorirono per ispirito di parte.
Posti a Milano un podestà tedesco (agosto), e un governo di ventiquattro cittadini preseduti da un tedesco, i quali gli decretarono cinquantamila fiorini pel viaggio, seguitava innanzi cavando denaro dai Ghibellini, e fiancheggiato da Marco Visconti nimicato ai fratelli, e da Castruccio, a’ cui consigli s’abbandonava con una confidenza che non fa onore al suo discernimento, perchè Castruccio non volea che crescere la propria autorità col traversar l’Italia a fianco dell’imperatore.
Pisa, sazia di favorire la parte ghibellina, che le attirava ingenti spese, scomuniche dal papa, e infedeltà dagl’imperatori, offrì sessantamila fiorini a Lodovico se non v’entrasse: ma Castruccio, che si struggeva di possederla, persuase Lodovico ad assalirla, dopo tenutone per ostaggi gli ambasciadori. Durato un mese l’assedio, le urla del popolaccio costrinsero la città ad arrendersi, pagando cencinquantamila fiorini; e l’imperatore ne conferì la sovranità a sua moglie, ed eresse in ducato (1328) Lucca, Pistoja, Volterra e la Lunigiana a favore di Castruccio.
I Fiorentini sentendosi minacciati, chiesero a signore Carlo di Calabria unico figlio di re Roberto, il quale vi venne con bell’esercito di Provenzali e Catalani, e col fiore de’ signori del Reame e ducento cavalieri armati. Parendo quindi malagevole per allora l’aggredir Firenze e sfidare il duca di Calabria, Lodovico per la maremma grossetana[283] battè la marciata sopra Roma (gennajo). La trovò tutto sossopra; malgrado la supremazia di Roberto che n’era stato fatto senatore perpetuo, tutto guastavano gli oligarchi, i Colonna, i Porcello, gli Orsini, i Savelli, i Frangipani; e gli animi erano sempre peggio inaspriti contro il papa, che lasciava vedova la sposa. Sciarra Colonna, che all’annunzio della calata di Lodovico aveva espulsi i nobili e i Guelfi, ed erasi fatto eleggere capitano del popolo con cinquantadue delegati de’ cittadini e degli agricoltori, avendo di nuovo sollecitato invano il pontefice al ritorno, presentò al Bavaro un’accusa contro di Giovanni; e il Bavaro, sempre ispirato da una turba di eretici e di frati contumaci che a lui era accorsa, il fe citare dai sindaci di Roma, accusare d’eresia e di molteplici delitti, e in contumacia dichiarare decaduto, sostituendogli antipapa frà Pietro Rainalduccio da Corvara col nome di Nicola V; e da questo si fece incoronare (12 maggio).