«L’imperatore e la moglie, con tutta sua gente armata, si partirono la mattina di Santa Maria Maggiore vegnendo a Santo Pietro, armeggiandoli innanzi quattro Romani per rione, con bandiere, coverti di zendado i loro cavalli, e molta altra gente forestiera, essendo le vie tutte spazzate, e piene di mortella e d’alloro, e di sopra ciascuna casa tese e parate le più belle gioje e drappi e ornamenti ch’avessono in casa. Chi ’l coronò furono Sciarra della Colonna ch’era stato capitano di popolo, Buccio di Porcello e Orsino degli Orsini stati senatori, e Pietro da Montenero cavaliere di Roma, tutti vestiti a drappi a oro: e coi detti a coronarlo furono cinquantadue del popolo e il prefetto di Roma sempre andandogli innanzi, come dice il titolo suo; ed era addestrato dai sopradetti quattro capitani senatori e cavalieri, e da Jacopo Savelli e Tibaldo di Sant’Eustazio e molti altri baroni di Roma; e tutt’ora si faceva andare innanzi uno giudice di legge, il quale avea per istratto l’ordine dello imperio, e col detto ordine si guidò infino alla coronazione; e non trovando niuno difetto fuori la benedizione e confirmazione del papa che non v’era, e del conte di palazzo di Laterano il quale s’era cessato di Roma, che secondo l’ordine dell’imperio il doveva tenere quando prende la cresima all’altare maggiore di Santo Pietro, e ricevere la corona quando la si trae, si provvide innanzi di fare conte del detto Castruccio duca di Lucca. E prima con grandissima sollecitudine il fece cavaliere, cingendogli la spada con le sue mani e dandogli la collana; e molti altri ne fece poi cavalieri pur toccandoli con la bacchetta dell’oro; e Castruccio ne fece in sua compagnia sette. Ciò fatto, si fece consecrare il detto Bavaro come imperadore da scismatici; e per simile modo fu coronata la sua donna come imperadrice. E come fu coronato, fece leggere tre decreti imperiali, primo della cattolica fede, secondo d’onorare e riverire i cherici, terzo di conservare la ragion delle vedove e de’ pupilli: la quale ipocrita dissimulazione piacque molto a’ Romani. E ciò fatto, fece dire la messa; e compiuta la solennitade si partirono da San Pietro, e vennero nella piazza di Santa Maria Araceli, dove era apparecchiato il mangiare; e per la molto lunga solennità, fu sera innanzi che si mangiasse, e la notte rimasono a dormire in Campidoglio»[284]. Lodovico sentenziò che i pontefici non potessero rimanere due giorni fuori di Roma senza l’assenso del popolo romano: e il popolo applaudiva a decreti che non aveano nè senso nè forza.

Allora meditava cavalcare sopra Napoli a punire quel re, e sostenere Federico di Sicilia: ma i Ghibellini, o stanchi di tanti pesi e dell’interdetto, o per naturale mobilità, gli venivano meno. Galeazzo Visconti, per le istanze di Marco, il quale l’aveva tradito per dividerne il potere, non per vedere umiliata la propria casa, avea colla spesa di venticinquemila fiorini recuperata la libertà, e passando a chiusi occhi le offese, veniva nel seguito di Lodovico, sinchè morì a Pescia, scomunicato e a servizio altrui. Castruccio, udito che i Fiorentini, mentr’egli pompeggiava a Roma, invadevano i suoi dominj, volò a salvarli, ripigliò con orribile saccheggio Pistoja e Pisa che tenne senza badare ai diritti imperiali, sicchè «trovossi in sul colmo d’essere temuto e ridottato, e bene avventuroso di sue imprese più che fosse stato nullo signore o tiranno italiano; signore di esse città e di Lunigiana, e di gran parte della riviera di Levante, e di più di trecento castella murate» (Villani). Quand’ecco nel meglio del fare morì (1328), e Firenze e Toscana rimbaldirono d’allegrezza, come cansate dal maggior pericolo che avessero mai corso.

Privo di questa sua mandritta e di denaro, privo per morte di Marsiglio da Padova teologo, suo ispiratore nella sciagurata controversia col papa, Lodovico, che non avea saputo se non farsi ridicolo e vituperevole colle pompe e coi processi, e con que’ fastosi improperj ai pontefici che alternava con abjette sommissioni, invece della promessa flotta di Federico di Sicilia sentendo arrivar le truppe di re Roberto, levossi di Roma più che di passo, inseguito a sassate dal popolo cui aveva imposto trentamila fiorini, e che adesso gridava — Viva santa Chiesa, giù Pier di Corvara, morte ai Tedeschi», dei quali dissotterrò perfino i morti in quel frattempo, e buttolli nel Tevere come scomunicati. Egli tornato a Pisa, e fattevi nuove scene di congressi e deposizioni, vi si trovò fin nelle mura insultato dai Fiorentini: le perfidie e le violenze con cui smungea denaro fin da’ suoi più devoti finirono di diffamarlo. Immemore de’ servigi ricevuti da Castruccio, dopo aver fatto pagare a’ costui figli la conferma del dominio, vendette Lucca a Francesco Castracani, parente e nemico di quelli, che così trovaronsi ridotti al mestiero di condottieri. Molti Sassoni suoi soldati non ricevendo le paghe, ruppero l’obbedienza, e tentato invano sorprender Lucca, s’aggomitolarono sulla montagna del Ceruglio che divide il paludoso pian di Fucecchio dal lago di Bientina, donde signoreggiando il val di Nievole e il val d’Arno, interrompeano le comunicazioni tra Lucca e Pisa, e viveano di rapine. Speditovi Marco Visconti per chetarli, essi il tolsero a capo, ed occupata Lucca, la esibirono al miglior offerente per risarcirsi delle paghe.

Quando Azzone Visconti succedette al padre, tant’era bassa la sua famiglia che dovette a denaro comprar dal governatore la facoltà d’entrare in Milano; ma quivi s’affrettò a recuperare l’autorità, dall’imperatore comprò il vicariato per dodicimila fiorini alla mano e mille al mese finchè restasse in Italia, poi presto ne cacciò il governatore; e conoscendo Lodovico sullo sdrucciolo, e volendo fraudargli il resto del pagamento, si buttò colla Chiesa, chiamandosi vicario pontifizio. Anche i signori d’Este s’erano rappattumati col papa; Brescia, datasi a re Roberto, snidava i Ghibellini a cui segno era governata. L’imperatore, i cui soldati disertavano a chi più li pagasse, a Lodi si vide chiuse le porte in faccia: accampò sotto Milano, ma chetato a denaro, se n’andò oltr’Alpi, maledetto dagli Italiani che, in grazia sua, lungo tempo erano dovuti stare senza sacramenti, e lasciando svilita l’autorità imperiale, che egli avea venduta a ritaglio, e pregiudicati gli amici più che i nemici suoi. Il suo antipapa fuggì tra le maremme, ma scoperto nel suo nascondiglio, abjurò al cospetto di tutta Pisa: spedito ad Avignone, vi fu assolto, e finì la vita sotto custodia nel palazzo papale. E tutte le città s’affrettarono a domandar la ribenedizione del pontefice: Lodovico stesso propose più volte di venire all’obbedienza, purchè gli fosse conservata la dignità imperiale; ma Giovanni negò sempre, guardandolo come scaduto, e volendo una nuova elezione.

Sormontano allora in Lombardia la parte guelfa e Roberto; in Romagna le città, profittando dell’assenza de’ pontefici, agitano una burrascosa indipendenza; i Polenta assodano il loro dominio a Ravenna, a Rimini i Malatesta, a Urbino i Montefeltro, i Varano a Camerino; da venti altre signorie s’erano costituite fra l’Appennino, l’Adriatico e il principato di Benevento, appena frenate d’ora in ora da qualche legato pontifizio, che colle alleanze, colle armi, cogl’interdetti cercava rintegrare l’autorità papale. Bologna, posta nel cuor d’Italia, popolosa, trafficante, altera della sua Università, disputava con Firenze la capitananza dei Guelfi, e conservavasi libera, benchè in gran setta fosse e divisione. I signori ghibellini, vincitori de’ Guelfi toscani ad Altopascio, diedero ai Bolognesi una memorabile sconfitta a Monteveglio (1328), uccidendo il podestà Malatestino da Rimini e il fiore de’ cittadini: sicchè la città sgomentata si diede al cardinale Del Poggetto, che quivi piantatosi in aspetto di proteggere gl’interessi papali, mirava a formare per sè un principato: e già erasi ridotte a devozione Parma, Reggio, Modena, altre città di Romagna.

Intanto Carlo di Calabria, senza riguardo a’ patti con cui Firenze avea garantita la propria libertà, ne smungeva quattrocencinquantamila fiorini d’oro annui invece dei ducentomila stabiliti; volle diritto di guerra e pace, sorretto dai nobili cui il principato talentava meglio che la democrazia; indulgeva ogni licenza a suoi parziali; e coll’abolire le leggi che reprimevano il lusso delle donne, aggiunse ai pubblici guaj le querele domestiche. La morte che avea salvato Firenze da Enrico VII e da Castruccio, la campò anche da Carlo. Libera allora di sè (1329), si diede a riformare di nuovi ordini la riavuta libertà, tali che il popolo non governasse direttamente e universalmente, pure nessuno ne fosse escluso con legge generale. Gli eleggibili erano sinceramente riconosciuti da cinque magistrature, che rappresentavano interessi diversi: i priori quei del Governo, i gonfalonieri quei della milizia, i capitani di parte quelli dei Guelfi, i giudici di commercio quelli de’ mercanti, i consoli delle arti que’ degli artieri. I quattro consigli furono ristretti a due, uno di trecento guelfi e popolani sotto il capitano del popolo, l’altro di cenventi plebei e cenventi nobili sotto al podestà, rinnovabili ogni quattro mesi.

Allora prese nuovo fiore e preminenza. Pistoja, redenta dai Tedìci e dai Castracani, si unì ad essa in perpetua amicizia, saldata con reciproche cortesie, e così i castelli del ridente val di Nievole già confederati tra loro. Marco Visconti le esibì Lucca, ed essa improvvidamente la ricusò, nè lasciò l’accettasse una compagnia di mercanti; onde la comprò Gherardino Spinola genovese. Esso Marco, privo di quella fermezza per la quale soltanto il valore può riuscire ad alcun fine, falliva alla causa ghibellina col trattare coi Fiorentini; e forse al legato pontifizio offrì di tradirgli Milano; poi tornato a questa città, cominciò a maggioreggiare, tanto che i suoi parenti, tra per vendetta delle offese avutene, tra per sospetto di nuove, lo invitano a un banchetto, e la mattina è trovato con una soga al collo nella fossa.

Morti erano i caporioni tutti de’ Ghibellini, Castruccio, Gian Galeazzo, Can Grande di malattia, Marco Visconti e Passerino d’assassinio; Azzone Visconti, riconciliato col pontefice, otteneva per lo zio Giovanni, fatto cardinale dall’antipapa, l’assoluzione e il vescovado di Novara; insomma la bandiera ghibellina era dappertutto in travaglio. Ma neppur la pontifizia stava in onore: i nomi di Guelfi e Ghibellini non significavano più affezione all’uno e all’altro dei due luminari del mondo, ma odio all’avverso; e sotto di quelli continuavano a mutarsi le effimere signorie: unica aspirazione omai, al perdersi della libertà.

Trovavasi di quel tempo nel Tirolo Giovanni di Luxemburg re di Boemia, figlio d’Enrico VII, cavalleresco quanto il padre, e che male acconciandosi ai costumi slavi, andava randagio, guatando ove fossero litigi da accomodare o nozze da concludere; riconciliò il Bavaro con casa d’Austria, cercò rappattumarlo anche col papa, ma questo ricusò ogn’altra condizione se non che Lodovico scendesse dal trono. A questo re della pace i Bresciani mandarono offrire la loro città (1331), purchè li soccorresse contro i fuorusciti ghibellini, che Mastin della Scala voleva rimettere in città. «Povero di moneta e cupido di signoria», egli vi accorse, quietò le fazioni, indusse Mastino a desistere; e la fama di sue romanzesche imprese, il nobile aspetto, l’eloquenza, la generosità, il fare aperto e amichevole affascinarono gli animi, meno sospettosi perchè egli non armava diritti, ma dovea tutto alla libera elezione. Per quel solito farnetico d’imitazione, i Bergamaschi l’invitarono a signore; e così Crema, Cremona, Pavia, Vercelli, Novara, Parma, Reggio, Modena; anche Lucca, senza rincrescimento abbandonata dallo Spinola che mai non avea potuto godervi pace; perfin Milano, ove Azzone si rassegnò ad intitolarsi vicario di lui, aspettando senza gelosia il tramonto d’un regno che prevedeva effimero. Dappertutto egli ripatriava gli sbanditi, toglieva via le guarnigioni lasciate dal Bavaro, le quali non poteano vivere che di saccheggio. Ma lavorava egli pel papa o per l’imperatore? nessuno lo sapeva, giacchè facendo bel viso a Guelfi e a Ghibellini, tutti del pari sommetteva, pur professando non accettare le signorie che per rimettere l’ordine e la concordia.

Pel quale desiderio di tener buoni tutti, pontifizj o imperiali, Giovanni s’abboccò col legato. Bastò sì poco perchè gl’Italiani lo prendessero in sospetto d’intendersi con costui onde spartirsi l’Italia e tutti ridurre in servitù. Prima Firenze, che, più calcolatrice e men passionata delle altre città, avea resistito alla moda, si restrinse col re di Napoli; il papa indispettì del vederlo trattare da padrone col suo legato, e gli avversò i Guelfi; i Ghibellini ne insusurrarono il Bavaro, il quale si alleò coi duchi d’Austria e con altri signori suoi avversarj per invadere gli Stati di quel che gli si era mostrato intrinseco amico: sicchè il re della pace, divenuto causa di guerra universale (1332), fu costretto tornare in Germania, lasciando i dominj d’Italia a Carlo suo figlio, raccomandato ai duchi di Savoja. Ma questi ben presto l’ebbero abbandonato; Ghibellini lombardi e Guelfi toscani s’accordarono per ritorgli le città, e ad Orzinovi fu tessuta una lega fra’ signori ghibellini, la repubblica di Firenze e re Roberto, assicurandosi a vicenda i possedimenti. Carlo non oppose gran resistenza, bastandogli cavar denaro, ed aver campo ad altre imprese.