Giovanni in Germania avea dissipato i sospetti, salvato i proprj dominj, disperso Austriaci e Ungheresi; poi tornò per rimettere in accordo il papa coll’imperatore, e se il suo fare fu indarno, almeno riportò onore di molti tornei, e combinò nozze; e ottenuti da Filippo IV di Francia centomila fiorini, soldò milleseicento cavalieri (1333), e con questi ricomparve in Italia, ove tutti pareano intenti a cancellare ogni ricordo della dominazione di lui, o a farne lor profitto. Il papa, che voleva umiliare i Fiorentini avversi al cardinale legato, lo favorì: ma scarso di denaro ed avvedendosi di eccitar gelosie d’ogni parte, quanto a principio aveva ispirato confidenza, provvide a far denaro; vendette Parma e Lucca ai Rossi per trentacinquemila fiorini, Reggio ai Fogliano, Modena ai Pio, Cremona a Ponzino Ponzone, la riviera di Garda ai Castelbarco, e se n’andò in Francia a ferir torneamenti, conciliare parentele e paci; finchè nella battaglia di Crécy (1346), vecchio e cieco, combattendo gl’Inglesi che invaso aveano quel regno, obbligò molti cavalieri a legare i loro cavalli col suo e spingersi avanti a corpo perduto, menando a caso, finchè cadde nel fitto della mischia.
Poveri re e imperatori, che senza soldati nè denaro comparivano un tratto fra questi signori e questi repubblicani ben forniti degli uni e dell’altro; e non mostrando altro intento che di riguarnire alquanto la borsa, mietevano odio e vilipendio. Che se conseguivano lode in Germania, essi che nè tampoco sapeano leggere[285], fra la civiltà e la finezza italiana pareano barbari, fra le costituzioni nostre tiranni. Lodovico il Bavaro vendette ogni cosa e perfidiò; Giovanni di Luxemburg fu più leale, ma altrettanto vendereccio; Carlo di Boemia vendeva e impegnava: onde io non so che si volesse Dante quando invocava la vendetta di Dio sopra Rodolfo d’Habsburg e Alberto suo figlio perchè lasciavano deserto questo giardin dell’Impero, e non venivano a ricomporre il freno di questa fiera indomita; o il Petrarca allorchè ad esso Carlo dirigeva retorici inviti. Qual bene aveano mai gl’Italiani a sperare dagli imperatori? quali mai dai papi? eppure di loro lontananza continuavano a piagnucolare; e intanto si valevano del nome degli uni e degli altri per parteggiare, ammantar le proprie ambizioni, e tempestare in una libertà che nè sapeano stabilire nè voleano rinunziare, e che soccombeva or alla tirannia delle moltitudini, or alla tirannia d’un solo.
CAPITOLO CVII. I tiranni. I figli di Matteo Visconti. Gli Scaligeri. Casa di Savoja.
Tutte ormai le antiche collegate lombarde sono ridotte a signoria di principe. Il primo esempio fu dato da Ferrara, quando nel 1208, al soccombere de’ Ghibellini e di Salinguerra Torello, conferì pieno arbitrio ai marchesi d’Este (t. VI, p. 310): ma questi andarono in dechino, ed Azzo VIII, effeminato e crudele, ribellatesegli Modena e Reggio, fu ridotto a nulla più che Ferrara e il proprio patrimonio. Morendo, invece del fratello chiamò erede il figlio d’un suo sterpone; di che sorse guerra intestina, e i vicini ne profittarono per cincischiar quella casa. I Veneziani, ausiliarj del bastardo, occuparono Ferrara: Clemente V, sostenendo il fratello di Azzo, spedì il cardinale Pellagrua suo nipote con un esercito, che predicò la crociata come contro i Turchi, e fulminò contro de’ Veneziani la bolla più smoderata, escludendoli sin alla quarta generazione da ogni dignità ecclesiastica e secolare, confiscati i loro beni in qualunque parte del mondo, libero il ridurli schiavi senza divario tra innocenti e rei; e vi fu chi ne profittò. I Veneziani venuti a guerra coi Pontifizj ed appoggiati specialmente da Bolognesi e Fiorentini, toccarono una terribile rotta sul Po (1309), fin seimila uomini perdendo tra di ferro e annegati: il Pellagrua fece impiccare quanti Ferraresi gli aveano favoriti, e destinò vicario della città re Roberto, senza alcun riguardo agli Estensi: i Veneziani dovettero comprare con centomila fiorini l’assoluzione. I Provenzali di Roberto fecero pessimo governo di Ferrara, che ribramando un signor proprio, si levò a rumore, espulse gli stranieri, e rimise gli Estensi (1317), che all’uopo s’erano collegati coi Ghibellini. Qui armi e scomuniche e processi d’eresia, malgrado de’ quali gli Estensi tennero il dominio.
Agli Ezelini in Treviso, Feltre e Belluno era sottentrato Gherardo da Camino, per bontà e beneficenza soprannomato il semplice Lombardo, e come nobilissimo lodato da Dante. Riccardo suo successore fu nel 1312 scannato nelle proprie stanze da un villano.
Dopo finiti i Traversara capi de’ Guelfi, Ravenna era venuta a Guido Novello, signore del castello di Polenta presso Brettinoro: cacciato dai Bagnocavallo, vi rientrò e ne fu fatto signore il 1275; ospitò Dante, e trasmise il reggimento ai figli Bernardino e Ostasio. Il primo generò Guido e Rinaldo arcivescovo di Ravenna: l’altro signoreggiava Cervia, della quale non contento, trucidò l’arcivescovo e s’impadronì anche di Ravenna (1322).
Rimini con buona parte della marca Anconitana era tiranneggiata dai Malatesta da Verucchio. A Pandolfo succedette il nipote Ferrantino; ma Ramberto cugino suo l’invitò con altri parenti a cena, e li fece prigioni, invano Polentesa madre di Ferrantino correndo la città colla spada sguainata per levarla a rumore: se non che un altro figlio di Pandolfo tra pochi giorni recuperò Rimini (1326), liberò i presi e cacciò Ramberto. Questi procurò ogni via d’ottenere perdono; a una caccia solenne buttossi a’ piedi di Ferrantino supplicandolo di misericordia, e Ferrantino lo scannò.
De’ Montefeltro, i quali ebbero Sinigaglia e Forlì, Guido salì in maggior fama; ed essendo mandato (1382) un esercito francese da papa Martino IV ad assediare Forlì, consigliò i cittadini a riceverli entro, distribuirsegli nelle case e avvinazzarli; la notte esso li sorprese, e ne fe macello. Come capitano di ventura s’illustrò Federico, che possedette Urbino e altre città ghibelline: ma avendole gravate per sostenere la guerra contro i Guelfi, Urbino gli si rivoltò, lo fece a pezzi con un figliuolo, e si diede al pontefice.
Mantova erasi fatta libera alla morte della contessa Matilde, coi soliti rettori o consoli, e col podestà, al quale poi nel 1272 la generale assemblea dei Quattrocentonovanta surrogò due vicarj cittadini, che furono Pinamonte de’ Bonacolsi e Federico conte di Marcarìa. Pinamonte affettava il dominio, e prese via dal mandar voce fra il popolo che il marchese di Ferrara volesse adunghiare anche Mantova; onde il popolo, sempre credulo a chi disapprova e accusa, bestemmiando il marchese ed esaltando il Bonacolsi, diede a costui pieno arbitrio di sbandire chi credeva, cioè chiunque gli potesse fare ostacolo, e massime i conti di Casaloldi. Allora chiaritosi ghibellino, s’alleò con quel marchese di cui avea finto paura, fece assassinare Ottonello da Zenecalli che l’assemblea gli avea posto accanto, e gridarsi capitano perpetuo (1276) colla solita ciurmeria del voto universale. I Casaloldi, gli Arlotti, gli Agnelli, i Grossolani ed altri fuorusciti congiurarono per recuperare la città, e vi s’introdussero armati; ma un traditore n’avea dato avviso a Pinamonte, che li disperse.
Gli successe suo figlio Bardellone (1291), brutto d’ogni vizio; Taino fratello di lui cercò l’appoggio degli Estensi per isbalzarlo: intanto però Bottesella loro nipote, avute truppe da Alberto della Scala, cacciò l’uno e l’altro a morire in esiglio (1299), e si fece signore coi fratelli Butirone e Rinaldo Passerino. Quest’ultimo, rimasto solo al comando, sparnazzò il denaro pubblico a favorire la parte imperiale, tanto che ebbe in piedi dodicimila uomini, e da Enrico VII comprò il titolo di vicario imperiale. Ottenne anche Modena, promettendo lasciare in pace i signori della Mirandola che prima vi dominavano, poi li fece prendere e morir di fame: così avuta a patti la Mirandola, la mandò a sacco e fuoco. Tre scomuniche e venti anni di guerra gli facevano avverso il paese; soffiava negli odj Luigi Gonzaga suo cognato, inuzzolito di quella signoria, e anche di vendicare Filippino suo figlio, alla cui moglie avea giurato far onta il figlio di Rinaldo per vendetta d’una rapitagli amante. E poichè que’ tirannetti erano sempre disposti a nuocersi a vicenda, il Gonzaga ebbe soccorsi dallo Scaligero, intelligenze in città, e la mattina 16 agosto 1328 la invase e corse, uccise Rinaldo, strappò dall’altare suo figlio Giovanni abate di Sant’Andrea, e lo lasciò perir di fame nella torre dov’era morto il signore della Mirandola: all’altro figlio Francesco furono strappati i genitali e postigli in bocca. Il saccheggio fu orrendo, e la sola parte toccata a Cane si fa ammontare a centomila fiorini. A proposta di Claudio Agnello, uom ricco e creduto, il popolo elesse capitan generale il Gonzaga. L’imperatore, che dianzi aveva approvato Rinaldo, allora approvò lui come vicario; il Comune con ventimila fiorini ottenne che il papa l’assolvesse dell’assassinio, e con annua festa solennizzò il cominciamento di questi nuovi signori, che poi furono marchesi, poi duchi, poi nulla.