Sole rimanevano governate a repubblica Bologna e Padova, le città degli studenti. Questi a Bologna portavano vita e ricchezze, ma insieme irrequietudine, a leggi nè a tribunali negando sommettere i loro privilegi. Nel 1315 i rettori dell’Università, chiamandosi offesi dal pretore, si ritirarono all’Argenta; e gli scolari davano vista essi pure d’andarsene, se persone autorevoli non si fossero interposte, facendo confermare le antiche franchigie dell’Università, esentarla dal bargello, capo della polizia incaricato di tener quieta ed onesta la città: all’Università e ai rettori non si tenesse porta in palazzo; essi rettori con un compagno e quattro donzelli di loro scelta potessero portare qualunque arma offensiva o difensiva; cancellato ogni decreto o bando contro le persone che aveano dato occasione al disgusto; cacciati quelli che avean fatto ingiuria ai rettori; niuno scolaro potess’essere richiesto davanti al pretore od a’ suoi giudici.

Poco stante, Giacomo di Valenza studente rapisce la nipote del celebre leggista Giovanni d’Andrea; e il podestà a viva forza lo prende e condanna a morte. I condiscepoli fremono, romoreggiano, e nol potendo salvare, migrano a Siena, giurando non tornare se non ricevano soddisfazione. Bologna rimase squallida, finchè Romeo de’ Pepoli indusse a mandare agli studenti le scuse volute, e rinunziare ogni giurisdizione sopra di essi.

Questo Romeo, negoziante, dell’ingente rendita di cenventimila fiorini si valea per primeggiare, e spesso per corrompere o eludere le leggi. Crebbe allora di riputazione; onde i Gozzadini, i Beccadelli ed altri gentiluomini credettero o dissero aspirasse a tirannia, e formato il partito de’ Maltraversi, contro gli Scacchesi, così nominati dallo stemma dei Pepoli, accusarono Romeo (1321), l’assalsero nella propria casa, donde a pena ebbe tempo di fuggire col buttare alla folla sacchi di denaro. La famiglia fu esigliata, abbattuti i palazzi, confiscati i beni, relegati i partigiani: gran tempo durarono le paure e le trame, ma Romeo, esule ad Avignone, non potè più recuperare la patria.

Anche Cremona, sobbissata da Enrico VII, come vedemmo, fu assalita da Can della Scala e da Passerino Bonacolsi signore di Mantova e di Modena; e per quanto Ponzino Ponzoni scaldasse a sostenere il governo popolare, vi fu gridato signore Jacopo Cavalcabò (1315). Ma dopo sei mesi i Ghibellini condotti dal Ponzoni l’assalsero, e costrinsero a rinunziarla a Giberto di Correggio, altro capitano di ventura che condusse le armi guelfe contro molte città, mentre le ghibelline erano guidate da Federico di Montefeltro. Poco tardarono i Visconti di Milano a sottoporre Cremona (1322).

Sarebbe difficile e nojoso il seguire le vicende di ciascuna repubblica; ma il sin qui detto basta a mostrare come colla tirannide non venisse pace. Non essendo quella fondata sopra una legge o un pattuito statuto, non consolidata dall’opinione nè dal tempo, non trasmessa per successione regolare, apriva campo alle ambizioni di qualunque pretendente potesse addurre i titoli medesimi, cioè l’avere osato; la medesima sanzione, cioè l’essere riuscito. Un signor nuovo sbalzava l’antico; e questo, ricoverato a città amiche, al papa, all’imperatore, tramava alla macchia, collegavasi con altri di sua fazione, comprava bande, fomentava dissidj civili, che non poteano decidersi per ragioni, ma solo colla forza, unica misura del diritto: ma di prevalere una famiglia sola impediva il bilanciarsi delle parzialità. Queste, pur conservando gli antichi nomi, aveano cangiato scopo; o piuttosto scopo reale non s’avea che il proprio trionfo momentaneo e la depressione degli avversarj. In generale però i nobili erano ghibellini, il che volea già dire tedeschi, perchè o aveano militato al soldo degli imperatori, o avutone titoli, stipendj, possessi, ragioni d’acque, di pedaggi, di porti, cavalleria, capitananze, e la gloria di portar nello stemma l’aquila imperiale, e l’esenzione dai tribunali comuni.

Di dentro, ogni vincitore trovavasi inadeguato ai desiderj che aveano concepito i suoi fazionieri, alle promesse ch’egli medesimo avea prodigate, allo sbrigliamento che ciascuno erasi ripromesso. Il popolo, che pel minor male avea confidato pieni poteri al tiranno, vedendolo abusarne, ne moveva querele. I tiranni, benchè eletti popolarmente, snervavano le libere consuetudini coll’avvilire i corpi che rappresentavano il paese, invece di farsene una difesa e un appoggio. Ed oltrechè con nessun buono statuto erasi provvisto a moderare il loro potere, troppi mezzi possedeano essi di comprare, illudere, atterrire la moltitudine; tenevansi armati fra gente pacifica; col pretesto delle congiure uccidevano, spogliavano, esigliavano chi resistesse[286]. I migliori cittadini, trovandosi inetti a frenare la prepotenza, s’astenevano dalle assemblee per non legittimarla, e si ritiravano in violenta pace. Perfino qualche chiesa, che dapprima avea pregato Dio a camparci dai tiranni, allora offriva supplicazione per essi, connivendo a colpe che gli antichi pontefici fulminavano senza riguardo[287].

Ogni apparenza di elezione popolare scompariva poi, allorchè i tiranni ottenessero il titolo di vicarj, che compravano dagli imperatori, ben contenti di vendere a denaro un’autorità ch’essi non potevano esercitare. Allora il tiranno gittava a spalle ogni rispetto ai privilegi e consuetudini, nè alle comunità lasciava che di nominare alcuni inferiori magistrati, curar le strade e le rendite proprie, quali ad un bel circa sono oggi ridotte.

Come alla licenza non si era trovato altro rimedio che la servitù, così alla tirannide non restava riparo che la cospirazione, e quei signorotti duravano brevissimo; alzati da una rivoluzione violenta, da una violenta abbattuti; ogni anno ne portava una nuova, sempre fatta colla forza, cioè al despotismo surrogando il despotismo[288]; gridavasi Popolo popolo, e si finiva col dare la libertà in mano d’un signore assoluto.

Guelfi e Ghibellini, nati dal cozzo dell’Impero col papato, nonchè guarire con quello, incancrenirono, più non disegnando due partiti ben distinti, la forza e le idee, l’indipendenza e l’unità, la democrazia e l’aristocrazia, bensì un’eredità di antichi odj, dei quali erano mancate le ragioni: tanto che i pontefici, quando dimenticarono d’esser padre di tutti, stettero alcuna volta coi Ghibellini, e contro di questi gl’imperatori; e mutando parte, a vicenda invocavano d’essere dipendenti o dissoggetti all’Impero per convenienze ed ambizioni particolari e giornaliere. I tirannelli inclinavano al segno ghibellino, ma sciagurato l’imperatore che sul loro appoggio contasse! Veniva di Germania? essi gli prodigavano accoglienze, la cui pompa mortificava l’obbligata parsimonia di lui; porgevangli le chiavi delle città, gli pagavano certe regalie, ma non gli lasciavano potere di sorta, nè consentivano tampoco che troppo s’indugiasse nel loro paese; partito appena, cessavano ogni dipendenza, e ordivano leghe contro di esso.

Tali cambiamenti erano qualche volta prodotti dal rivalere d’una parzialità sull’altra, poichè quella che trionfasse in una città faceva propendere in suo senso le decisioni; spesso ancora venivano da un intento più largo, qual era il cozzo fra le superstiti repubbliche e gl’invadenti principati; intento che costringeva a parteggiare or con questo or con quello, non più a norma di nomi o a simpatia di genti, ma secondo che l’opportunità facea credere che meglio conducessero a libertà i papi o i re, Francia o l’Impero, i Guelfi o i Ghibellini.