Di qui il sistema d’equilibrio, contro del quale si è tanto declamato, e che pure recò all’Italia due secoli d’indipendenza e di civile progresso, quali non ebbe più mai: minacciata d’immediata servitù da questo o quel signorotto, riuscì sempre a reprimerlo. È vero che così si trovò poi inferma a repulsare la servitù straniera; ma, senza discutere se l’unità ne l’avrebbe salvata, chi dirà che fosse possibile prevederla nelle condizioni dell’Europa d’allora? Francia, allora assai più piccola, sudava per tutelare la propria nazionalità contro gl’Inglesi: Spagna riscattava pezzi a pezzi la patria dalla schiavitù araba: l’Impero greco disfacevasi di tabe senile; i Turchi poteano spingere qualche correria sulle nostre coste, ma lo sforzo principale drizzavano contro Bisanzio. Gl’imperatori aveano forze tanto sproporzionate alle pretensioni, che di qua dall’Alpi non poteano avventurarsi senza l’ajuto de’ Ghibellini nostri; così era venuto, così partito Lodovico Bavaro, senza che pel suo venire prosperassero i Ghibellini, o del partir suo vantaggiassero i Guelfi.

Capo nominale di questi come legato pontifizio, il cardinale Del Poggetto, creato conte della Romagna e marchese d’Ancona, continuava la sua tirannia, che spegnava gli spiriti repubblicani; e fingendo allestire a Bologna un palazzo pel papa, il quale andava ripetendo volesse restituirsi in Italia e stanziare in quella città, fece una fortezza, e collocativi i suoi Guasconi, ed altri nelle cariche e fin nell’arcivescovado, sbraveggiava quella repubblica. Tentò pure, coi modi allora in uso, imprigionare i primarj cittadini: ma il popolo tumultuante l’obbligò a rilasciarli.

Voleva anche sottrarre Ferrara al marchese d’Este, ma una segnalata vittoria scompigliò i papalini e diè prigioni i principali signori di Romagna che con essi militavano. Il marchese li rilasciò, ma dopo esserseli guadagnati, onde presto cominciò tutta Romagna a rialzare la testa. I Bolognesi, spinti da Brandaligi Gozzadini e Collazio Beccadelli, uccidono parecchi soldati (1333), assediano il legato stesso, che, salvo solo per l’interposizione de’ Fiorentini, dovette ritornarsene in Avignone, dopo avere in Italia sprecato tanti milioni e tanto sangue, nulla acquistando, molto sperdendo, e facendo aborrite le sante chiavi e men gelosa la libertà. Di fatto i Bolognesi non tardarono a ridursi a signoria di Taddeo Pepoli figlio di Romeo (1337), il quale promise annuo tributo alla Chiesa purchè assolvesse la città dall’interdetto ove era incorsa col cacciare il legato, e si assodò colle solite persecuzioni e coll’appoggio solito delle bande mercenarie.

Papa Giovanni XXII avea continuato a perseguitare Lodovico Bavaro. Il quale vedea Polacchi e Lituani rompergli guerra, la Germania irrequieta del trovarsi priva degli uffizj divini, sollevato come anticesare Carlo di Boemia, figlio di Giovanni di Luxemburg: sicchè, temendo Dio e gli uomini, offriva disfare quanto avea fatto contro della Chiesa e degli alleati di essa, implorare l’assoluzione, e per isconto andare crociato. Ma il re di Francia mandò ad Avignone, minacciando confiscare i beni de’ cardinali e guaj al nuovo papa Benedetto XII, il quale ai vescovi che lo supplicavano di pace rispose con lagrime agli occhi, esserne impedito da re Filippo. Tali erano i papi in terra altrui.

Lodovico, a cui per prima condizione poneasi che abdicasse, vi si disponeva; ma gli elettori e gli Stati non gliel soffersero, cassarono la condanna papale, tolsero l’interdetto, e proclamarono che l’autorità imperiale emana immediatamente da Dio, nè all’eletto fa mestieri di conferma papale; vacante l’impero, n’è vicario l’elettor palatino; basta essere coronato re dei Romani per valere quanto l’imperatore coronato a Roma; e se il papa ricusi, può qualsivoglia vescovo adempiere la cerimonia della coronazione. Benedetto, cui la decisione fu notificata, dovette obbedire al re di Francia, e una scomunica riboccante[289] d’imprecazioni avventare a Lodovico, che del resto, ispirato da frati apostati, tornava dalla sommessione all’arroganza: ma infine non faceva se non difendere l’indipendenza del regno affidatogli. Cacciando all’orso presso Monaco, Lodovico cascò d’apoplessia (1347), e imperatore incontrastato rimase Carlo di Boemia.

Papa Benedetto, lontano dall’ostinarsi all’abbassamento de’ Ghibellini in Italia, che tanti tesori era costato al suo predecessore, nel primo concistoro dichiarò non dovere nè la romana, nè altra Chiesa sostenere i proprj diritti colle armi[290], e mandò Bertrando di Deux arcivescovo d’Embrun perchè mettesse pace, come in molti luoghi riuscì. Ma la pace è buona quando fondata su forti basi, e qui vedemmo come invece servisse a consolidare tante piccole tirannie. Più non bastando l’invecchiato re Roberto a mantenere la primazia ai Guelfi, rivaleva la parte opposta. Principali n’erano i Visconti; e i Milanesi, grati dell’averli salvi dallo straniero, elessero Azzone signor perpetuo (1328) a voti unanimi, presto imitati da Bergamo, Pavia, Piacenza, Cremona, Brescia, Pizzighettone, Borgo San Donnino, donde egli snidava le guarnigioni forestiere; gli si diedero Crema, Lecco, Treviglio, Vigevano, Caravaggio, Cantù; Como gli fu offerta da Franchino Rusca, che si riservò il contado di Bellinzona; tolse Lodi ad un Tremacoldo mugnajo, che l’aveva usurpata ai Vestarini. Suo zio Giovanni, vescovo di Novara, fintosi malato, ricevette in palazzo le visite de’ cittadini di primo conto, e di Caccino Tornielli signore della città; ed ivi coltolo e imprigionato, introdusse in Novara il nipote.

Cessati i nemici esterni, i Visconti si molestavano tra di loro. Marco, zio di Azzone, valoroso ma turbolento, dicemmo come fu tolto di mezzo assassinandolo. Lodrisio suo cugino, al quale era toccato il contado del Seprio, e che già due volte avea cospirato contro i parenti, col denaro datogli da Mastin della Scala che volea sbrattare Vicenza dai Tedeschi rimasti alla partenza del Bavaro, sotto un Raimondo di Giver, detto il capitano Malerba, soldò costoro, gli aggomitolò in una compagnia detta di San Giorgio (1339) e menolli sulla campagna lombarda a rapire e taglieggiare; e fattosi forte nel suo contado, minacciava Milano. I cittadini, vedendosi sovrastare il saccheggio e gli altri guai d’una invasione, presero a stormo le armi, e condotti da Azzone e da Luchino suo zio, affrontarono quei ribaldi a Parabiago (21 febb.). Quivi, in sulla neve, si fece la battaglia più sanguinosa che si combattesse prima di Carlo VIII; e già Luchino era stato preso e l’esercito scarmigliato, quando una riserva di Savojardi si buttò sopra i Tedeschi che si sbandavano a saccheggiare, li ruppe affatto, ed assicurò la vittoria.

Tanto terrore aveva incusso quella masnada, che la battaglia di Parabiago restò nelle tradizioni popolari più viva che non quelle di Legnano e d’Alessandria: e consacrandola col meraviglioso, si disse che Sant’Ambrogio era stato veduto in aria a cavallo, staffilando gli stranieri: laonde d’allora in poi egli fu dipinto in quell’atto, così dissonante dalla sua mansueta fermezza[291].

Que’ masnadieri si sparpagliarono per la campagna guastando, finchè furono distrutti con orribili supplizj. «Ed io (dice un contemporaneo) ne ho visti venire a Roma da dugencinquanta, a piedi, quai cogli sproni attaccati alla coreggia, quai con una targhetta, e chi portando un cimiero, chi cavalcando un ronzino secondo sua condizione». Il Malerba prese servizio nel Canavese con trecento barbute, combattendo pei signori di Valperga contro quelli di San Martino.

Di tale vittoria assai ringrandì Azzone: il quale, ricco di tutte le virtù che possono stare coll’ambizione, comprese che il primo dovere, come il primo accorgimento dopo le rivoluzioni, è il perdonare; il secondo, indorar le catene. Tutto pace, alla città circondò buone mura con cento e più torri e porte marmoree: le vie pulì e ammattonò; eresse un palazzo e chiamò a dipingerlo Giotto ed altri minori, e vi sfoggiò una sontuosità principesca; primo di sua famiglia pose il proprio nome e la biscia sulle monete.