Morto (1339) di soli trentasette anni[292], il maggior consiglio pregò gli zii Giovanni e Luchino a succedergli. Il primo continuò a far da prete; Luchino, come il predecessore, ebbe briga cogli Estensi, cogli Scaligeri, i Gonzaga, i Pepoli, dominanti nelle vicine città di Modena, Verona, Mantova, Bologna. Dai Gonzaga comprò Parma: acquistò Asti, distruggendovi la famiglia dei Solari guelfa, signora di ventiquattro castelli; ebbe pure Bobbio, Tortona, Alessandria; a re Roberto tolse Alba, Cherasco ed altre terre in Piemonte; ottenne fin l’alto dominio sulla Lunigiana; e colla forza e l’astuzia crebbe la signoria, e l’assodò a scapito delle giurisdizioni comunali e de’ privilegi delle città. Fu severissimo contro i turbatori della pace; i masnadieri, solito postumo delle guerre, con supplizj atroci sterminò; gli amici di Azzone aborrì, i nepoti tenne relegati, non amò altri che i proprj bastardi, e sì poco fidava degli uomini, che avea sempre a fianco due mastini, pronti ad avventarsi a chi egli accennasse. Tuffò nel sangue le congiure vere o supposte, e se ne valse per fiaccare la nobiltà, della quale incamerando i larghissimi possessi, ingrossava l’erario pubblico e il proprio. È singolarmente ricordato lo eccidio della casa Pusterla, di derivazione longobarda, una delle più antiche e poderose di Milano, e della quale egli mandò al supplizio Franciscolo con due o tre bambini e colla moglie Margherita Visconti, odiata da lui perchè repugnante dagli osceni suoi omaggi[293].
Delle sue scostumatezze fu ripagato. Sua moglie Isabella de’ Fieschi, fingendo andare per voto a Venezia alle famose feste dell’Ascensione, si fece accompagnare giù per il Po da fastoso corteo di dame e cavalieri, di deputati di tutte le città suddite a Luchino, e da interminabile caterva di camerieri e palafrenieri, quasi a far prova e pompa della grandezza di casa Visconti, passando di città in città, ricevuta con emulazione di tripudj. In realtà essa v’andava per isbandarsi a’ suoi amori; nel che imitata dalle compagne, scandolezzò fin quell’età poco scrupolosa. Luchino, informato del proprio scorno dopo tutti gli altri, come è il solito, lasciossi intendere lo laverebbe nel sangue; ma vuolsi che Isabella pigliasse il tratto innanzi, e un giorno, di ritorno dalla caccia, lo ristorasse con una bevanda della quale morì (1349). Riprovevole come uomo, fu principe operosissimo; favorì ai poveri dispensandoli dal servizio militare, e nella terribile carestia del 1340 ne manteneva quarantamila; non punì i Guelfi benchè ghibellino; vietò di atterrar le case de’ ribelli; istituì un podestà unicamente per nettare le vie dai ladri; dava facile udienza a tutti; dalla peste nera salvò lo Stato con rigorosissimi provvedimenti. Fabbricò suntuosamente, verseggiò, e ottenne lodi dal facile Petrarca, che stette lungamente in quella corte e nella suburbana campagna di Linterno.
Giovanni suo fratello, ch’era divenuto arcivescovo di Milano, allora unì al pastorale la spada. Piacevole, liberale a dotti ed artisti, destinò sei professori che commentassero la Divina Commedia; insieme destro e oprante, arrivò a dominare diciotto città, fra cui Genova.
In questa irrequietissima repubblica re Roberto era riuscito a rimpatriare Guelfi e Ghibellini, e fare che gli uffizj si distribuissero in proporzioni eguali; ma ben tosto i Ghibellini rivalsero, e cacciarono i Fieschi e il capitano postovi dal re di Napoli. Allora fu ripristinato l’antico governo con due capitani del popolo e un podestà di parte ghibellina, oltre l’antico abate: ma i Guelfi, fatto nodo in Monaco, poco tardarono a ritornare. I nobili, quasi soli capitani e piloti, vessavano la ciurma, usando prepotenze sulle navi come in terra. Nella flotta mandata a servigio di Filippo VI di Francia (1338) contro l’Inghilterra sotto Antonio Doria, i marinaj, maltrattati perchè lagnavansi dei soldi fraudati, giunti a terra chiedono vendetta, e colla gente di Voltri, Polcevera, Bisagno si attestano a Savona, declamando contro l’oligarchia; gli artigiani fan causa con loro, e nominano due consoli; i popolani di Genova levansi anch’essi per ricuperare la libera elezione dell’abate. Si delibera, e non venendosi a un fine, un battiloro grida: — Sapete che? eleggiamo abate Simon Boccanegra» (1339). Tutti ricordano i servigi di sua casa, e — Sì, sì, andiamo dal Boccanegra».
Questo, forse non a caso, si trovava là in mezzo alla folla; onde i vicini lo alzano sulle braccia fra i viva e riviva. Egli, ottenuto silenzio, rammenta: — Io son nobile ed i miei hanno sostenuto dignità più elevate; onde, diventando abate, verrei a degradarmi». E il popolo: — Ebbene, sii signor nostro». Ma egli: — Nol posso, perchè avete de’ capitani. — Sii dunque doge», e in trionfo lo portarono a San Siro esclamando: — Viva il popolo, viva i mercanti, viva il doge», e tra quel brio si sveleniscono contro le case dei Doria e dei Salvagi[294].
Da questa tumultuaria risoluzione, che volemmo addurre per esempio delle altre, restò ferita di grave colpo la nobiltà, poichè il popolo avea nominato, non più magistrati subalterni, ma il sommo. Era esso però capace di soffrire un governo? I più dei nobili si ritirarono ne’ loro castelli, ma non sempre vi furono sicuri. Avendo il marchese Del Carretto guasti i piani d’Albenga, il doge spedì gente contro di lui, e specialmente nove vascelli che tornavano dalla guerra di Spagna, non lasciando smontarne alcuno. Il marchese mandò scusarsi, ma il doge rispose voleva vederlo in Genova. Ed egli, assicurato della vita, vi venne; ma il popolo cominciò a gridargli Mora, mora, e il doge lo fece buttare in prigione, donde rinunziò Varigotti, il Finale, il Cervo e l’altre sue terre e feudi.
Per quanto il Boccanegra, attivo e sperimentato, in cinque anni d’amministrazione rinvigorisse la giustizia, ed assoggettasse ai magistrati il circostante territorio, non potè assodar la pace, onde depose il comando (1345), che fu dato a Giovanni da Murta. Alle scosse interne si mescolavano guerre esteriori, e il mare d’Azof e la Propontide erano bagnate di sangue genovese; poi davanti Alghero di Sardegna la loro flotta fu sbarattata dai Veneziani uniti co’ Catalani, lasciando tremilacinquecento prigioni. Al tempo stesso Giovanni Visconti affamava la città, proibendo di recarvi grani; del che scoraggiati i Genovesi, presero il miserabile spediente di sagrificare la libertà (1353) e si esibirono ad esso Visconti.
Gli ambasciadori dicevano al Petrarca: — Non paura de’ nemici, non diffidenza delle forze nostre ci costringe, ma ribrezzo dell’intestina sconcordia, perchè i principali nobili vogliono profittare dell’occasione onde ridurre la patria al servaggio; sicchè il popolo, perseguitato dai vincitori e da cittadini peggiori de’ nemici, ci invia ad implorare la protezione d’un principe giusto e potente». Introdotti nel consiglio, dissero al Visconti: — Veniamo per ordine del popolo genovese offrirvi la città di Genova e i suoi abitanti, il mare, la terra, gli averi, le speranze loro, le cose divine e le umane, quanto insomma è da Corvo a Monaco, coi patti convenuti». Il Visconti rispose, accettava non per estendere i suoi confini, ma per compassione a un popolo oppresso; si obbligava proteggerli, rendere giustizia, soccorrere la repubblica contro chi che fosse, e pregava per ciò Iddio e tutti i santi, dei quali recitò una litania[295]. E subito mandò vettovaglie, fece aprir comunicazioni fra il suo paese e questo, rappattumò le fazioni, diede quanto bastasse per raddobbare la flotta, colla quale, avendo invano intromesso la mediazione del Petrarca, entrati nell’Adriatico sotto il comando di Paganino Doria (1353), i Genovesi sconfissero e presero l’ammiraglio veneto Niccolò Pisani con cinquemila ottocensettanta uomini, e obbligarono i Veneziani a chieder pace, pagare ducentomila fiorini d’oro, e rinunziare per tre anni al commercio sul mar Nero, eccetto Caffa.
Adunque i Visconti possedevano tutta Lombardia, la Liguria, parte del Piemonte e della Romagna, e minacciavano la Toscana. Tanta potenza era bilanciata dai signori della Scala di Verona, i primi che, senza possedere antichi feudi ereditarj, aspirassero ad estesa signoria. Succeduti in una parte de’ dominj di Ezelino, stettero capitani de’ Ghibellini contro Roberto re e Giovanni XXII, e favoriti dagl’imperatori (1312). Cane, che da’ suoi partigiani ottenne il nome di Grande, seppe sostenerlo nella non lunga vita; abbellì Verona; letterati ed artisti accoglieva; savio in consigli, e, cosa rara fra que’ signorotti, fedele alle promesse; prode e fortunato in armi, sicchè, oltre Verona sua sede, recossi in mano Feltre, Belluno, Treviso. Ma non teneva assodata la propria grandezza finchè non acquistasse anche Padova.
Questa città, rifattasi dalla tirannia di Ezelino al favore della libertà, avea sottomesso Vicenza e Bassano, e fioriva di studj per la sua Università; ma trasmodando nella democrazia, escludeva dal governo tutti i nobili: eppure affidava larghi poteri alla famiglia de’ Carrara, sopravissuta alle altre della Marca. Come guelfa, era incorsa nell’ira di Enrico VII, che incitò Vicenza a sottrarsele, e che diede questa a governare a Can della Scala, suo braccio destro. Cane vi introdusse soldati mercenarj, soprusò militarmente e aprì guerra ai Padovani. Il territorio n’andò guasto; file di contadini vedeva lo storico Ferreto condotti tratto tratto in Vicenza colle mani legate alle reni, e trattati alla peggio finchè si riscattassero; nè maggiore umanità mostravano i mercenarj di Padova. Frequenti tornavano a battaglie, ciascuno coi proprj alleati; e Padova riuscì a mettere in piedi quarantamila fanti e diecimila cavalli[296]; tant’era in fiore sinchè non la guastò una terribile epidemia.