Dentro v’erano perseguitati i Ghibellini; e i Carrara, blandendo alle invidie del vulgo e gridando — Viva il popolo, morte ai traditori», assalsero chi ostava alle loro ambizioni (1314), e massime Pietro Alticlinio, ricco e creduto avvocato, nella cui casa, allora data al saccheggio, si pretese trovar le prove dei più atroci delitti[297]. Esso e i parenti e gli amici furono mandati a strazio; lo storico Albertino Mussato, reo d’aver proposta una tassa e di starne formando il catasto, a fatica si salvò.

Intanto continuava la guerra collo Scaligero, sebbene più di oltraggi e latrocinj che d’uccisioni; e nell’assalto di Vicenza, Giacomo Carrara, caduto prigioniero di Cane, s’intese con esso per darsi di spalla nelle mutue ambizioni. Di fatto, valendosi della stanchezza prodotta dalle lunghe ostilità, Rolando di Piazzola giureconsulto[298] con una brava arringa persuase i Padovani a scegliersi un principe, e Giacomo Carrara fu proclamato. Marsiglio suo nipote non tardò a guastarsi con Cane, e a’ danni di lui invitò il duca di Carintia e Ottone d’Austria. Con Tedeschi e Ungheresi, che i cronisti fanno ascendere a quindicimila cavalli, vennero quelli saccheggiando il Friuli come Dio vel dica; e il Padovano e tutta Lombardia spedivano soldati per arrestare quel flagello: ma Cane riuscì meglio col denaro, facendoli dar volta senza che avessero danneggiato altro che gli amici. Poi si vendicò dei Padovani guastando se alcun che vi era rimasto non guasto; e seguitò le nimicizie tanto, che indusse Marsiglio a cedergli Padova (1328), e così si trovò contentato del lungo desiderio.

Mastino II, succeduto a lui con coraggio eguale e ambizione maggiore, ebbe Parma a patti, occupò Brescia cacciandone il vicario di Giovanni di Luxenburg, e abbandonando i Ghibellini alla vendetta de’ Guelfi. Tenea corte splendidissima; lo storico Cortusio lo trovò circondato da ventitre principi, spossessati dalle catastrofi consuete; durante il pranzo, musici, buffoni, giocolieri; le sale erano coperte di quadri rappresentanti le vicende della fortuna; appartamenti aveva allestiti con simboli e insegne convenienti alla varia condizione di chi gli cercava ricovero, il trionfo pe’ guerrieri, la speranza per gli esuli, le muse pei poeti, Mercurio per gli artisti, il paradiso pei predicatori[299].

Lucca era stata da re Giovanni venduta ai Rossi, e Firenze diè commissione a Mastino (1335) di trattarne per essa la compra: egli strinse la pratica, poi per le spese e l’incomodo pretese trentaseimila zecchini. Sperava sgomentarli coll’enorme domanda, ma i Fiorentini senza dibattere un soldo accettarono: se non che egli allora soggiunse non aver bisogno di siffatte miserie, e tenne per sè la lieta città. Così sopra nove ebbe balìa, le quali gli rendeano l’anno settecentomila fiorini, quanti neppur la Francia al suo re. E meditava nulla meno che farsi signore di tutta Italia; intanto Lucca gli sarebbe scala a sommettere la Toscana, mediante l’alleanza co’ signorotti degli Appennini.

Firenze legossi al dito l’affronto ricevuto da Mastino, e gli ruppe guerra; dove, se sottostava di valor militare e d’alleanze, avea denaro e volontà di spenderlo per l’onor nazionale. Avrebbe dovuto sostenerla la lega guelfa; ma re Roberto era invecchiato; Bologna non pareva aver recuperato la libertà che per tempestare sanguinosamente fra Scacchesi e Maltraversi; Siena e Perugia erano minacciate da Pier Saccone de’ Tarlati signore di Pietramala, che, avendo spossessato la famiglia d’Uguccione della Faggiuola, gli Ubertini, i conti di Montefeltro e Montedoglio, dominava su tutte le montagne della Toscana e della Romagnola, oltre Arezzo possedeva Castello e Borgo Sansepolcro, ed essendosi alleato con Mastino, di molto pregiudizio poteva essere ai Fiorentini. Essi dunque cercarono un amico lontano.

I Veneziani, che fin allora non s’erano mescolati alle vicende del continente italiano se non come stranieri, e che nessun’ombra prendeano dalla vicinanza de’ vescovi di Padova, di Vicenza, d’Aquileja, vennero sospettosi dell’incremento degli Scaligeri. In fatti Mastino pensò sottrarre i suoi paesi alla privativa che i Veneziani s’arrogavano di somministrare il sale; onde eresse fortezze sul Po per esigere gabelle da chi lo navigasse, e proteggere le saline colà stabilite. Ne venne rottura, e Venezia pigliò concerto con Firenze, la quale pagando metà delle spese, si obbligava a lasciarle tutti gli acquisti. Capitanò la loro lega Pietro de’ Rossi, famiglia già signora di Lucca e Parma, la qual ultima pure era stata obbligata a cedere a Mastino dopo che si vide tolti anche i castelli aviti attorno a Pontremoli. Pietro, che aveva rinomanza del cavaliere più perfetto d’Italia, appoggiato a molte bande tedesche, condusse prosperamente i collegati contro lo Scaligero. Intanto i Fiorentini indussero il Saccone a vender loro la signoria d’Arezzo, dove costituirono una magistratura propria. In Lombardia poi sollecitavano quanti erano nemici allo Scaligero; e Azzone Visconti, i Gonzaga, i Carrara, gli altri da lui spodestati collegaronsi ad desolationem et ruinam, dominorum Alberti et Mastini fratrum de la Scala, spartendosene in fantasia i possessi e ribellandogli le città. Padova fu presa (1338), arrestandovi Alberto: ma l’essere morto in battaglia Pietro de’ Rossi troncò il corso alle vittorie. Mastino, ridotto alle strette, maneggiò la pace, cedendo molti acquisti; Padova tornava ai guelfi Carraresi, Brescia al Visconti; i Veneziani occupavano Treviso, Castelfranco e Céneda, primi loro possessi di Terraferma, e otteneano libera la navigazione del Po.

Mastino, amareggiato dai disinganni, infellonì; sospettando del vescovo Bartolomeo della Scala, per istrada lo ammazzò, donde fu scomunicato dal papa; poi, fatta onorevole ammenda, ricevè il titolo di vicario pontifizio.

Anche Parma gli fu tolta (1341) dai Correggio suoi zii a cui l’avea fidata; sicchè, interrottagli la comunicazione con Lucca, esibì questa a Firenze, che con ciò avrebbe potuto rifarsi dei seicentomila fiorini che le era costata la guerra di Lombardia. Ma mentre essa stitica sul prezzo, i Pisani, che se ne sentivano minacciati, la prevengono e la occupano coll’ajuto dei Visconti e d’altri Ghibellini e massime di fuorusciti, lieti di sottrarsi dalla incomoda vicinanza. I Fiorentini, tardi riconsigliati, vollero ricuperarla facendo sforzi ingenti; ma alfine le bande da essi assoldate furono sconfitte alla Ghiaja.

Gli Scaligeri più non fecero che decadere (1387) e disonorarsi, finchè ai tempi di Gian Galeazzo perdettero le restanti giurisdizioni, e cessarono d’essere dominanti. Verona ne attesta ancora co’ monumenti la grandezza, e le loro tombe sono chiari testimonj delle arti risorte e non ancora svigorite colla servile imitazione[300].

Al contrario, gli Estensi (1317), gridati nuovamente signori di Ferrara, come dicemmo, vi aggiunsero Modena per cessione di casa Pio, e da Carlo IV ottennero la conferma de’ feudi imperiali di Rovigo, Adria, Aviano, Lendinara, Argenta, Sant’Alberto, Comacchio importante per le saline. Barcheggiando fra i papi, Venezia e Milano, Obizzo III s’acconciò col papa, retribuendo un annuo canone per Ferrara (1344). Comprò Parma da Azzone Correggio per settantamila fiorini; ma mentre andava a prenderne possesso, Filippino Gonzaga di Mantova, ajutato da Luchino Visconti, l’appostò, molti della sua scorta uccise, settecentoventidue condusse prigioni. I più liberò a prezzo; ma Giberto da Fogliano e suo figlio Lodovico tenne in una gabbia di ferro, ove morto questo dalle ferite, il padre dovette rimanere col suo cadavere. Filippino mosse guerra ad Obizzo e a Mastin della Scala, e dopo gran viluppo di leghe e di guerre, Parma fu comprata da Luchino (1340).