Oltre questi tiranni creati dal popolo, altri provenivano dall’antica feudalità, e principale tra questi fu la casa di Savoja. Da un cumulo di favole inventate o raccolte da frà Jacopo d’Acqui (1003?), par di dedurre che capostipite di quella fosse un Umberto Biancamano, forse discendente da Vitichindo emulo di Carlo Magno, o da un sassone Beroldo nipote di Ottone III, che fu vicerè d’Arles e conte di Moriana e del Ciablese. Quest’origine argomentò il Guichenon per ordine di Cristina di Francia vedova di Vittorio Amedeo I, quando ella, aspirando a far salire quella casa al trono di Germania, trovava opportuno il mostrarla oriunda da una germanica.

L’altro concetto di Enrico IV d’unire sotto ai principi savojardi tutta l’alta Italia, fece trarli da famiglia italiana, cioè dai conti d’Ivrea: asserto portato dal giudizioso Lodovico Della Chiesa, ed appoggiato nel secolo scorso dal Napione, quando il perire di tutte le dinastie italiche concentrava gli sguardi su quest’unica superstite; poi nel secolo nostro colle nuove speranze di fare di quel principato il piedistallo della futura Italia. Supposero dunque che il Beroldo o Geroldo, favoleggiato padre di Umberto, sia Ottone Guglielmo duca di Borgogna[301], figlio di re Adalberto e nipote di Berengario II, re che furono d’Italia; pronipote di Gisla, figlia di Berengario I imperatore; abnepote d’Anscario marchese d’Ivrea, figlio di Guido di Spoleto, fratello di Guido re d’Italia. Il Cibrario, che con viaggi e documenti appoggiò quest’assunto, conchiude che «s’aspettano documenti che forniscano la prova diretta di ciò»: e di fatto, come in tutte coteste genealogie, non manca se non l’anello che congiunga il ramo discendente coll’ascendente. Del resto, che la famiglia regnante in Piemonte indagasse avi incerti per ricordarsi e ricordare ch’è d’origine italiana, è la più perdonabile delle vanità.

Che che sia de’ primi, ornati col titolo di conti di Moriana, i successivi vi aggiunsero nuovi dominj anche di qua dall’Alpi e nominalmente Aosta. La posizione fra queste rendeva importante il marchesato di Susa, il quale per le nozze della contessa Adelaide, celebre nelle lotte de’ concubinarj e dell’imperatore Enrico IV, fu unito al contado di Moriana (1045) nel figlio di lei Amedeo II; pel quale innesto la casa di Savoja metteva un piede in Italia. Quando Enrico IV veniva a invocar l’assoluzione da Gregorio VII, Amedeo per concedergli libero passo ne pretese cinque vescovadi in Italia e un’ubertosa provincia della Borgogna, che forse fu il Bugey. Molti sorsero pretendenti all’eredità di Adelaide, donde si formarono parecchi contadi rurali e principati, e segnatamente quelli di Monferrato e Saluzzo; e varj paesi si stabilirono a Comune, fra cui Asti, riconosciuta libera (1098) da Umberto II il Rinforzato[302], il quale, a detta di sant’Anselmo di Aosta, «usava del principato a mantenere la pace e la giustizia», e fu forse il primo che s’intitolasse conte di Moriana e marchese d’Italia.

Amedeo III, figlio di questo (1103), diede carta di Comune a Susa, e ad onore di san Bernardo fondò in riva al lago del Borghetto l’abbazia di Altacomba, celebre pei sepolcri de’ principi di Savoja, sperperata al fine del secolo scorso, restaurata ai dì nostri; come il padre, fu alla crociata, e morì a Cipro. Umberto III, detto il Santo pel tenore di sua vita (1148), vedendo il Barbarossa voler attenuare le giurisdizioni di lui colle ampie concessioni fatte al vescovo di Torino, avversò quell’imperatore, poi mediò la pace fra esso e i Lombardi. Tommaso I ampliò le franchigie a Susa, le diede ad Aosta (1188), acquistò Testona, Pinerolo, Carignano, e fu vicario di Federico II in Italia, valendosi di tali dignità per reprimere i prelati e i baroni. Ad Amedeo IV esso Federico conferì il titolo di duca del Ciablese e conte d’Aosta, e una costui figlia sposò al suo Manfredi che fu re di Sicilia (1233): legati così agli Svevi, que’ duchi ebbero a patire dalla venuta di Carlo d’Angiò, talchè si restrinsero di nuovo fra le Alpi. Pietro, già ministro d’Enrico III d’Inghilterra, tornò alla propria devozione i paesi di qua dell’Alpi (1263) fino a Torino; conoscendo la necessità d’essere forte, munì il paese, condusse truppe, regolò le finanze e la giustizia, e fu detto il Piccolo Carlo Magno.

Salda alla monarchia, quella casa compresse i germi di libertà comunale, che l’esempio delle lombarde confinanti sviluppava nelle città subalpine; e nè guelfa nè ghibellina, dalle altrui gare traea profitto per consolidarsi di governo, di possessi, di forze. Nè poeti, nè storici ne tramandarono i fasti, ma incerte tradizioni e contraddicentisi, e soprannomi capricciosi.

Lungo sarebbe a seguire il dividersi e ricomporsi di essa. Nel ramo di Piemonte Tommaso II era detto anche conte di Fiandra e di Hainault perchè sposo a Giovanna erede di que’ paesi e figlia di Baldovino IX imperatore di Costantinopoli. In sette anni ch’egli regnò colà, estese molto i Comuni (keure) al modo d’Italia: perduta poi la moglie, tornò in patria, ed ampliò i possessi (1244), e non solo ebbe dal fratello Amedeo IV il Piemonte proprio, cioè il paese fra l’Alpi, il Sangone e il Po, di cui era principal terra Pinerolo, ma Federico II imperatore se l’amicò concedendogli Torino col ponte e col castelletto, Cavoretto, Castelvecchio, Moncalieri, stato sostituito a Testona distrutta da Astigiani e Chieresi; onde con questa linea sulla destra del Po dominava le strade commerciali di Asti e di Genova con oltremonte (1248): aggiunse il Canavese, Ivrea ed altre terre, e fu nominato vicario imperiale dal Lambro in su.

Caduto Federico, egli corteggia il papa Innocenzo IV, che dall’imperatore Guglielmo d’Olanda gli ottiene concessioni nuove, e feudi, e diritto di moneta, di mettere pedaggi, d’aprire mercati. Molto ebbe a cozzare con Asti, e seppe interessare nel litigio Luigi IX di Francia, il quale fece arrestare quanti Astigiani trovavansi colà. A vendetta questi occuparono fin Moncalieri, a Montebruno sconfissero Tommaso (1257), contro del quale essendosi rivoltati i Torinesi, lo presero e consegnarono agli Astigiani. Di Francia, d’Inghilterra, di Fiandra, dal papa vennero preghiere a favor di lui; ma non fu voluto rilasciare finchè non ebbe rinunziato a tutti i diritti sopra Torino ed altri luoghi, dando statichi agli Astigiani i proprj figliuoli.

Due nobili sposi tedeschi pellegrinavano a Roma, quando, giunti nel Monferrato, la donna partorisce un bambino, e quivi il lascia a nutrire. Essi muojono in viaggio, e il fanciullo Aleramo acquista nome di valore; e ito a soccorrere l’imperatore Ottone il Grande contro Brescia, invaghisce di sè Adelaide figlia d’esso imperatore, e con lei fugge tra i carbonaj de’ liguri monti; finchè Ottone gli perdona, e gli assegna le terre fra l’Orba, il Po e il mare, facendone i sette marchesati di Monferrato, Garessio, Ponzone, Ceva, Savona, Finale, Bosco. A un nuovo assedio di Brescia, Aleramo uccide senza conoscerlo il proprio figlio Ottone; dagli altri fratelli Bonifazio e Teodorico derivano le famiglie di Bosco, Ponzone, Occimiano, Carretto, Saluzzo, Lanza, Clavesana, Ceva, Incisa, e da Guglielmo i marchesi di Monferrato. Questi furono cantati spesso dai poeti, dei quali è fantasia una tale origine, viemeno probabile perchè nessuna figlia d’Ottone il Grande ebbe uno sposo di quel nome. Qualunque però si fosse e di qualunque tempo questo Aleramo, la sua discendenza dominò il pendìo dell’Appennino ligure dalla riva destra del Po fino a Savona; e ne vennero le famiglie che dominarono il Monferrato, Saluzzo verso le sorgenti del Po, e le città occidentali di Torino, Chieri, Asti, Vercelli, Novara, disputandole ai Visconti e alla libertà comunale.

I marchesi di Monferrato vedemmo mescolarsi alle vicende dell’Italia superiore e nelle crociate, tanto che vennero i più illustri di quei dintorni, cercata l’alleanza loro, temuta la nimicizia. Ma ristretti fra le ambizioni de’ duchi di Savoja e de’ signori di Milano, non poterono ampliarsi; intanto che una nobiltà potente, la quale si vantava d’origine pari ai dominanti, li contrastava dentro, non lasciando che il paese prendesse ordinamento nè monarchico nè a popolo.

Bonifazio IV, essendogli tolto dai Musulmani (1222) il suo principato di Tessalonica, per ricuperarlo cercò novemila marchi a Federico II, dandogli in pegno i proprj Stati; col che non solo dimezzò la propria potenza, ma pose a repentaglio l’indipendenza del Piemonte, se la casa Sveva non fosse perita. Anche a signori e Comuni cedette le ragioni sopra molte città.