Guglielmo VI, detto il gran marchese, figlio a Margherita di Savoja (1254), sposo ad Isabella di Glocester, poi a Beatrice di Castiglia, maritò la figlia Jolanda al greco imperatore Andronico II Paleologo, dandole in dote l’infruttuoso regno di Tessalonica, e ricevendone grosse somme e la promessa di cinquecento cavalieri, mantenuti a suo servizio in Lombardia. Con questi egli facea pendere la bilancia a favore de’ Guelfi o de’ Ghibellini, secondo che vi si accostava. Per tradimento entrato in Torino, molti uccise, molti imprigionò, fra cui il vescovo Melchiorre, che sempre avea contrariato i disegni del marchese sulla sua patria, e che, non volendo far rilasciare i suoi castelli al vincitore, fu ucciso. Mentre egli andava in Spagna a trovare il suocero, Tommaso III di Savoja lo arrestò a tradimento, e costrinse rinunziare i diritti sopra Torino. Tornati con alquanti uomini e denari, prometteva conquistar tutta Italia, ma vide ribellarsegli le città, e fu preso dagli Alessandrini (1292), che quanto visse lo tennero in una gabbia di ferro; morto, vollero accertarsene col fargli sgocciolare sul corpo del lardo bollente e del piombo fuso.
Allora le città di sua dipendenza consolidarono le loro franchigie; molto paese fu occupato da Matteo Visconti, che si vendicava del suo nemico, e che fu dai popoli dichiarato capitano del Monferrato; sicchè il figlio Giovanni II, succedutogli a quindici anni, si trovò ristretto nel primitivo dominio. Questi fu l’ultimo di quella linea; e morto improle (1305), doveva ereditarne la sorella Jolanda. Se non che Manfredi di Saluzzo, del sangue stesso, aspirava a quel dominio, e l’occupò armatamano; e perchè prese anche molte delle terre ch’erano state di Carlo d’Angiò, chetò i reali di Napoli coll’accettare da loro come feudo il Monferrato, sebbene non v’avessero titolo di sorta. L’imperatore greco spedì Teodoro suo secondogenito, che sposata una figlia d’Obizzino Spinola genovese per averne appoggio, coll’armi recuperò l’eredità, e per combattere a vantaggio i Visconti, dai vassalli esigette uomini e denaro di là dal convenuto.
La casa di Savoja, che distesasi oltr’Alpi verso l’Elvezia e la Francia, voltava le sue ambizioni all’Italia, presto si trovò in gara coi marchesi di Monferrato; e il possesso d’Ivrea fu seme di guerra, in cui arrivarono ad acquistare sovranità sopra i conti di Piemonte e i marchesi di Saluzzo. Nel 1285, morto Tommaso III, che dai marchesi di Monferrato avea ricuperato il Piemonte, dovea succedergli il nipote Filippo; ma Amedeo V di Savoja suo zio governò il paese come suo, mentre a Filippo non restò che il titolo di principe d’Acaja, col quale i suoi successori s’ingegnarono di dominare qualche parte del Piemonte.
Esso Amedeo (1287), che assistette a trentacinque assedj, e battagliò continuo col Delfino, col conte di Ginevra, col sire di Faucigny e con altri, fu creato principe dell’impero da Enrico VII suo cognato, che gli assegnò pure la contea d’Asti, gloriosa repubblica scaduta dalla sua grandezza: ma questa fu tenuta da Roberto di Napoli finchè il marchese di Monferrato gliela tolse per sorpresa, e se ne chiamò signore. Amedeo stabilì l’indivisibilità della monarchia di Savoja e l’esclusione delle femmine, e cominciò a pigliare il titolo di principe: ebbe da Enrico anche Ivrea e il Canavese, e Fossano dal marchese di Saluzzo. Allora detta monarchia comprendeva otto baliaggi; Savoja, con cui la Moriana, la Tarantasia e diciotto castellanie; la Novalesa con nove castellanie; il Viennese con altrettante; la Bressa con dieci; il Bugey con sette; il Ciablese con sedici; val d’Aosta con cinque; val di Susa con tre.
Amedeo VI, detto il Conte Verde (1343) dal colore onde comparve divisato egli e il cavallo in un torneo a Chambéry, tolse alla contessa di Provenza Chieri, Cherasco, Mondovì, Savigliano, Cuneo; bene amministrando le finanze per l’abilità del ministro Guglielmo De la Beaume, potè ottenere il Faucigny, comprare la baronia di Vaud, e le signorie di Bugey e Valromey. Vedendo agli antichi Delfini surrogata la Francia, potenza più robusta, non sperò ingrandire ulteriormente da quel lato, e si volse più specialmente all’Italia.
Passando l’imperatore Carlo IV dalla Savoja, Amedeo l’accolse con sommi onori, gli mosse incontro con sei cavalieri banderesi riccamente in addobbo, lo convitò suntuosamente, egli stesso e i suoi a cavallo servendolo di vivande quasi tutte dorate, mentre due fontane giorno e notte sprizzavano vin bianco e chiaretto, che ognuno poteva prendere a piacere[303]. In ricompensa fu costituito vicario imperiale, e fe pace con Giovanni Paleologo di Monferrato, spartendosene il possesso. Ito a Costantinopoli (1366) a soccorrere questo suo cugino, conquistò Gallipoli, Mesembria, Lemona sopra i Turchi, assediò Varna, e costrinse i Bulgari a far pace con esso imperatore. Il papa abilitò i vescovi ad assolvere da usure e mali acquisti chi contribuisse per essa impresa, concesse al conte le decime ecclesiastiche, mentre ciascun feudo dava armi ed oro. Il conte se ne valse per continuare anche poi le esazioni; col papa entrò in lega a danno de’ Visconti qual capitano generale; e neppure alla pace volle restituire alcuni castelli ad essi occupati, avido sempre di gloria e denaro; ma per ottenere la prima rovinò le finanze, ed oltre impegnare a lombardi ed ebrei le gemme e gli argenti, vendette gli uffizj. Aspirava a formare uno Stato solo, riunendo a Savoja il Piemonte tolto ai principi d’Acaja, e mozzando le giurisdizioni feudali: ma in quanto acquistava verso l’Italia introduceva forme d’amministrazione alla francese, restringeva in senso principesco i liberi statuti; moltiplicò le imposizioni, fallì alla fede quando gli giovò, servì agli stranieri nel conquisto di Napoli (1383), dove morì miseramente (Cap. CXIV). Dell’ordine dell’Annunziata, da esso istituito, abbiamo già parlato[304].
Amedeo VII, soprannomato il Conte Rosso, più valente in armi che in consigli, si tenne all’amicizia di Francia come il padre. Ai tempi di Carlo Magno, la Provenza già era divisa in contadi, due dei quali formavano quel che ora dicesi di Nizza. I popolani di questa, mentre Raimbaldo loro conte stava oltremare crociato, si vendicarono in libertà; e quegli, reduce, si accontentò d’esservi console. Non era spenta però la soggezione, e Nizza nel XII secolo obbediva ai conti di Arles, il restante paese a quelli di Tolosa, di Forcalchieri, d’Orange, del Balzo, finchè i conti di Barcellona si fecero marchesi di Provenza. I Nizzardi spesso tentarono, alfine riuscirono a sottrarsene nel 1215 giurando la compagnia di Genova, e i marchesi di Provenza giuravano rispettare i loro statuti. Con Beatrice, figlia di Raimondo Berengario, passò quel dominio a Carlo d’Angiò, che ne fece fondamento alla futura sua grandezza in Italia. Frattanto le fazioni non risparmiavano Nizza, e la città era divisa fra nobili che abitavano la villa di sopra, e cittadini della villa di sotto. I mali cui andò soggetta la stirpe di re Roberto di Napoli, furono risentiti dai Nizzardi, finchè regnando il fanciullo Ladislao, essi per opera dei Grimaldi chiesero ad Amedeo VII di venire aggregati al suo dominio. Amedeo vi riunì i contadi di Ventimiglia e Villafranca (1388) e la valle di Barcellonetta, allegando o crediti verso le due case d’Angiò, o dedizione de’ baroni, o il titolo di vicario imperiale.
Amedeo da un ciarlatano lasciossi dare un beveraggio che rifiorisse la sua debolezza, e gliene costò la vita (1391). Bona di Berry sua vedova e sospetta autrice della morte di lui, fatta reggente, tempestò in contese di potere colla suocera e coi grandi, in guerre coi conti di Ginevra, coi vescovi di Sion, con Berna, con Friburgo, coi parenti; e menò pace. Amedeo VIII, loro figlio, detto il Pacifico perchè all’armi preferì la politica, con questa vantaggiò assai, attento a tor via i feudi, trarre a sè il Monferrato e Saluzzo, rodere il Milanese. Ebbe in fatti omaggio dagli Avogadri di Quinto, di Quaregna, di Valdengo, di Casanova, di Collobiano, di Pezzana, dagli Alciati, dagli Arborj, dai Dionisj, dai Pettinati, da molti monasteri e Comuni, tra cui val d’Ossola, e infine anche da Vercelli. Questa città, che vedemmo (vol. VI, p. 201) una delle prime ad acquistar le franchigie municipali, e delle più gloriose nel sostenerle, straziò le proprie viscere nelle fazioni degli Avogadri coi Tizzoni, della società nobile di Sant’Eusebio colla popolana di Santo Stefano, e infine cadde in signoria de’ Visconti di Milano. Amedeo VIII, il cui avo già aveva acquistato Santhià, San Germano e Biella, e che riceveva omaggio dai tanti Avogadri di quel paese, soggettava or per forza or a persuasione alcuni Comuni, profittando delle discordie scoppiate nel Milanese alla morte di Gianmaria Visconti; poi dal costui successore ottenne Vercelli, col patto di spiccarsi dalla lega con Venezia e Firenze.
Acquistò inoltre il Genevese (1414), disputato fra molti dopo finita la stirpe dei prischi conti; e il Piemonte quando si estinsero i principi d’Acaja. A questo titolo erasi dovuto accontentare Filippo di Savoja (1294); ma sebbene del Piemonte giurasse vassallaggio alla Savoja, lo tenne come indipendente, e così suo figlio Jacopo; onde i signori di Savoja miravano sempre a tarparli, intanto che il paese era mal condotto dal dover obbedire a due padroni, e soddisfarne i bisogni o l’avidità. Lodovico, il quale di buoni ordini confortò il Piemonte e di studj Torino, fu l’ultimo principe d’Acaja (1418); Amedeo VIII occupò il paese di lui, e da quell’ora principe di Piemonte fu il titolo del primogenito di Savoja.
I signori d’Acaja e quelli di Savoja aveano sempre avuto l’occhio a sottomettere i marchesi di Saluzzo e di Monferrato. I primi, dopo lunghe persecuzioni, prestarono omaggio al conte di Savoja, ricevendo il paese come feudo (1413). Nel Canavese fra le due Dore dominavano i conti di Biandrate, di cui già parlammo, e i marchesi del Canavese, forse discendenti da Arduino re d’Italia, divisi ne’ due rami di Valperga e di San Martino, suddivisi in moltissimi altri col titolo di conti, quali erano i Valperga di Masino, di Cuorgnè, di Salassa, di Rivara, di Mazzè, e i San Martino d’Agliè, di Brosso, di Strambino, di Sparone, di Castellamonte. Le due famiglie divennero nemiche, e colla bandiera ghibellina i Valperga, colla guelfa gli altri si recarono guerre micidiali, cui presero parte i vicini. Anche i popolani del Canavese, stanchi di queste baruffe, insorsero col nome di Tuchini, e trascorrendo agli eccessi consueti della plebe attizzata, uccisero, violarono, rubarono, arsero castelli, posero al tormento feudatarj, sinchè furono domati colle armi dal duca di Savoja, che raccomandò ai signori di trattar meglio i villani, e meglio stabilì i doveri de’ vassalli. Eguali moti popolari erano scoppiati nella Tarantasia, nel Vercellese, nella Moriana.