Di tali scompigli volle fare suo pro Giovanni marchese di Monferrato, e appoggiandosi a bande mercenarie, acquistò Alba, Asti, il Vercellese, il Novarese, e fin Pavia e Valenza, chiavi della Lombardia; ma gli accordi suoi co’ signori di Savoja tornarono a danno di lui e dei suoi successori. Fra questi vogliam nominare il marchese Secondotto, che abbandonavasi agli eccessi comuni ai principotti d’allora, emulando il tristo Gian Galeazzo Visconti. Il quale invitato da lui ad ajutarlo nel domare la città di Asti ribellatagli, si fece da questa riconoscer signore. Poco poi Secondotto, che a volte piacevasi di far da boja, volle strozzare di propria mano un ragazzo del suo seguito; ma un costui compagno trafisse a morte il marchese. Accorre allora da Napoli Ottone di Brunswick, ch’era stato tutore di lui, e che assume la tutela di Giovanni suo successore; e per impedire il ritorno di somiglianti tirannie si raccoglie il parlamento generale in Moncalvo, dove, a tacere gli affari particolari su cui si deliberò, venne presa risoluzione che al giovane marchese si giurasse fedeltà sol fino ai venticinque anni, quando si potrebbe già prevederne la riuscita; inoltre che, se mai il marchese uccidesse o ferisse alcun suddito, o gli facesse violenza nella roba o nella persona o nelle donne, subito cessasse ogni obbligo di fedeltà; essendo ben giusto che, se i sudditi rendono fedeltà, n’abbiano in compenso protezione, custodia, difesa delle persone, delle cose, dei diritti loro.

Aveano dunque rappresentanza e privilegi que’ paesi. I signori di Savoja, che di questi conosceano l’importanza, or s’allearono a danno loro coi Visconti, or li vollero in protezione per difenderli da essi Visconti; intanto ne cincischiavano i dominj e li riducevano a vassalli.

Allora unito l’intero Piemonte, Amedeo VIII dominava dal lago di Ginevra al Mediterraneo, e da Sigismondo imperatore (1416) acquistò il titolo di duca di Savoja mediante il dono di vasi d’argento pesanti ducento marchi; quattromila scudi d’oro, e sei cani mastini, e nella solennità sventolavano dieci stendardi, cinquecento pennoni, millecinquecento bandiere collo stemma di Savoja in argento; ma Sigismondo stesso salvò dall’avidità di lui Ginevra, dichiarandola membro dell’Impero. Dopo esercitato personaggio importante nelle vicende italiche, pubblicato lo Statuto generale, assodata l’autorità sovrana sopra l’anarchia feudale e lo sminuzzamento comunale, e istituito l’ordine di San Maurizio (1434), si pose a Ripaglia, delizioso paesetto sul lago di Ginevra presso Thonon, in devoto e voluttuoso ritiro. Quando i venturieri diventavano signori, egli ambì diventare pontefice, e lo vedremo sostenere l’infelice parte d’antipapa; deposta la quale, morì (1451) decano dei cardinali[305].

Egli avrebbe voluto l’unità monarchica rappresentata con unica capitale, scegliendo Ginevra, collocata fra la Savoja, la Bressa, il paese di Vaud, il basso Vallese, ma non potè ottenere che il vescovo di quella cedesse i diritti sovrani che vi aveva. Creato papa, conferì quel vescovado a uno di sua casa, il che continuò a praticarsi fino al tempo della Riforma.

Neppur qui la dominazione d’un principe spegneva i privilegi de’ Comuni, i quali continuavano ad avere vita propria, in alcuni degna di storia, in altri d’imitazione[306]. Ai Comuni era riservato il diritto di votare le imposte, e in casi straordinarj bisognava domandarle come grazia speciale. Ma i signori d’Acaja o di Savoja, come si sentirono forti, gli obbligavano a queste prestanze volontarie; e Amedeo, fratello dell’ultimo Lodovico, il marzo 1396 scriveva al vicario di Torino: — Col piacer di Dio, saremo domattina a Torino; e ti comandiamo di far che quelli della città deliberino nel loro consiglio, e deputino due o più persone con facoltà di concederci sussidio e alloggio pe’ nostri soldati e guerra, come gli altri delle città nostre han fatto e faranno a ragione di tre grossi per fuoco. Sappiate che quelli di questa città ce l’hanno concesso»[307].

Chieri, potente per commercio non meno che per armi, ebbe sottoposti fin quaranta castelli. I Balbo, fondatori o principali di quella repubblica, rincorarono a difendersi contro i marchesi di Monferrato e il Barbarossa, cooperarono alle vittorie de’ Lombardi su questo, e vi piantarono un governo conforme alle altre repubbliche. Esservi podestà non poteano i Balbo, carica da forestiere, ma per compenso sceglievano nella propria famiglia il capo del consiglio. Tale superiorità fu invidiata dalle sei case o alberghi primarj della città, i quali si collegarono (1220) a danno di essa, unendosi anche nobili minori, onde venne a formarsi la società di San Giorgio, che lungo tempo regolò gli affari di quella repubblica (vol. VI, p. 204). I Balbo si restrinsero in un albergo, convenendo di fabbricare un palazzo e una torre per ricovero comune, e con facoltà a ciascuno di essi di farvi portare il letto in tempo di turbolenze. Altri alberghi vi opposero il Gribaldenghi, gli Albuzzani, i Merli, i De Castello, i Mercadilli ed altri, unendosi contro la plebe, e insieme contro chi volesse sormontare; onde ne vennero guerre intestine, e sol dopo cinquant’anni di conflitto si conchiuse la pace (1271), nella quale appajono centotto Balbo, divisi in trenta rami.

Mezzo secolo più tardi ripigliarono le ostilità, e poichè allora l’andazzo era a tirannia, pensarono porre un termine a’ guai col sottoporsi a casa di Savoja (1347). Con questa stipularono che Chieri conserverebbe le proprie consuetudini, diritto di batter moneta e dare l’investitura dei feudi; al rappresentante del principe nell’esercizio di sua autorità si unirebbero quattro savj di guerra, eletti nelle case d’albergo, e il primo sarebbe sempre un Balbo, scelto con voti della sola sua famiglia; verun atto legale avrebbe forza se non improntato con cinque suggelli, del principe, del popolo, dei Balbo, delle sei case d’albergo unite, della città.

Parve ancora soverchia l’autorità di casa Balbo, e si pretese torle il diritto di apporre il suggello. Il principe d’Acaja venne in persona per metter pace, e confermò ai Balbi tal privilegio che ab immemorabili possedeano, con che però riconoscessero averlo ricevuto dal Comune di Chieri. Siffatto lodo segnò la decadenza di quella casa, che veniva a considerarsi non più come indipendente, ma come autorizzata dal Comune. Quando, sessant’anni dopo, Valentina figlia, ed Aimonetta nipote di Galeazzo Visconti, sposarono una Luigi d’Orléans fratello del re di Francia, l’altra Luigi di Bertone capo del secondo ramo dei Balbo, le gelosie de’ costoro nemici rincalorirono, e vie più per l’alleanza di quelli con Venezia; i duchi di Savoja n’ebbero sospetto; si tornò a contender loro il diritto di suggello, e sebbene Luigi nel 1455 li parificasse agli altri nobili d’albergo, perdettero quel segno di primazia.

Uscente il XII secolo, Tommaso di Savoja con atto pubblico consegnava alla libertà la città d’Aosta e i sobborghi, promettendo nè egli nè i successori levarne taglie non consentite; e ci sono testimonj del diritto antico le franchigie che quella valle conservò anche sotto il dominio della casa di Savoja. Negli stati, o come oggi diremmo, nel parlamento, presiedeva alla nobiltà uno delle famiglie di Vallesa e di Challant, prendendo il seggio quel che primo arrivasse: il secondo avea diritto di sedersegli sulle ginocchia. Vi si tenevano assise per risolvere le liti di maggior momento e promulgare le ordinanze per esecuzione della legge, assistendovi il sovrano, il cancelliere savojardo, i pari, gl’impari, i consuetudinarj. Pari dicevansi i nobili di case primarie: impari i vassalli banderesi o semplici gentiluomini e dottori in diritto; gli altri erano castellani, causidici, pratici di legge. Il duca dovea convocarli ogni sette anni, ed egli entrava nella valle pel piccolo Sanbernardo, e toccato il confine, spediva due baroni ordinando ai vassalli di consegnare tutte le rôcche, le quali rimanevano occupate da gente di lui per tutto il mese che duravano le assise. Entrato in città dalla porta San Genesio, sull’altare della cattedrale giurava proteggere la chiesa, il clero, gli orfani, i privilegi e le consuetudini del ducato. L’udienza tenevasi nel vescovado, in una sala dov’erano undici sedili di legno, tutti senza ornamenti, anche quello del duca; in man di questo rinnovavano l’omaggio vassalli e feudatarj, si confermavano gli statuti, poi si procedeva a rendere giustizia.

Rompendosi guerra, la valle soleva stipulare neutralità, massime colla Francia, per mediazione dei Vallesani e degli Svizzeri, ai quali giovava tener da sè lontana l’invasione; onde fino al 1691 nessuno straniero violò quella valle, che era detta perciò la pulzella[308].