Il 13 aprile 1360 ad Amedeo VI di Savoja si presentarono alcuni nobili, a nome degli altri tutti del Piemonte, chiedendo rinnovasse le concessioni ch’essi già teneano dai principi precedenti. Assentì egli, e giurò osservar loro privilegi siffatti: potessero dare asilo nelle loro terre ai banditi dal territorio del conte, salvo se fossero felloni o ladri; sostenersi l’un l’altro contro ai proprj nemici, e collegarsi all’usanza de’ nobili savojardi, purchè non fosse a danno del conte o di casa sua; esercizio amplissimo d’ogni maniera di giurisdizione civile e criminale, quale l’aveano nelle lor terre, proibendo agli ufficiali del conte di penetrarvi, fuori del caso di negata giustizia; dei castelli e delle fortezze di loro dominio non potessero venire spogliati se non nel caso di confisca, nel quale, non altrimenti che in ogni altra inquisizione criminale, si doveva procedere a termini di ragione; qual si fosse lite civile o criminale insorta fra nobili, oppure fra nobili ed altri sudditi del conte, fosse giudicata da tribunali costituiti in terra del conte al di qua dell’Alpi; se occorresse la confisca per misfatto dell’investito, il conte rilascerebbe il feudo ai consorti, mediante un equo correspettivo, per verun titolo potendo ritenerlo se non con assenso dei consorti, senza il quale non poteva egli comprar feudi; il conte dovesse conoscere in via sommaria sopra i vassalli ingiustamente spogliati dei feudi; tolto ed abolito in perpetuo il malaugurato dazio di transito, origine di recente guerra; il conte non riceverebbe tra i borghesi delle sue terre gli uomini de’ feudi nobili se non trascorso un anno e un giorno dacchè n’erano usciti, e il vassallo non avesseli richiamati; i nobili sariano obbligati a far oste col signore soltanto in occorrenza di guerra, secondo le vecchie consuetudini, ricevendone soldo e risarcimento dei danni.

Da queste limitazioni ai governanti, da questo sentimento d’una libertà necessaria e connaturale al popolo, il savio editore dedusse novelle prove di quell’asserto, che ogni giorno vien confermando, cioè che negli ordini politici d’Europa la libertà si può chiamare antica, mentre il despotismo non è che de’ governi ammodernati, siano assoluti o costituzionali.

CAPITOLO CVIII. Le Compagnie di ventura.

L’assiduo avvicendarsi de’ signorotti in Italia trova spiegazione nelle mutate guise dell’arte militare. Nessuna n’aveano i Barbari; poco atti agli assedj, poco alla tattica navale, la forza personale facea tutto, e l’intento riducevasi a recare il peggior danno al nemico. Ai soli conquistatori il privilegio di portare le armi, tenendo gli altri nell’oppressione inerme. Stabilita la feudalità, ogni vassallo era obbligato dare al signore un numero di combattenti[309]; egli stesso ne teneva per proprio servizio e difesa: talchè gli eserciti restavano sminuzzati in piccoli corpi, diversi secondo l’importanza del feudo, e differentemente vestiti, armati, esercitati. Vi era possibilità di accordare gli sforzi ad uno scopo comune?

Prevaleva la cavalleria; e solo in quella addestrandosi i nobili, la fanteria non componeasi che di villani. Studio principale metteva il cavaliero nel coprirsi in guisa, che armi ordinarie nol ferissero; onde s’inventarono armadure a tutta botta, e che pure non impedissero i movimenti del corpo. Pesavano tanto che non le avrebbe rette un uomo a piedi: per ismontare e salire a cavallo con esse, s’inventarono le staffe; e per reggere alle lunghe marcie e difendere le reni, s’introdussero gli arcioni; due essenziali progressi. Sotto questa scaglia ferrata i cavalieri sfidavano i tiri degli arcadori e le picche della fanteria, la quale rimaneva senza riparo esposta alle mazze ferrate o agli spadoni dei cavalieri nemici, o serviva di siepe agli amici, qualora stanchi si ricoverassero in mezzo di essa.

Occorreva un assalto? o di dover guerreggiare, cioè saccheggiar le terre del vicino? chiamavansi all’armi i vassalli, ma bastava sapessero ferire e reggersi al posto; se il nemico prevalente li scompigliava, non poteasi temere diserzione, giacchè, legati com’erano alla gleba, forza era che tornassero alle capanne, dove il feudatario li rinveniva ad ogni nuovo occorrente. Questo metodo, eccellente alla difesa, non valeva all’attacco, e le crociate e le spedizioni degl’imperatori in Italia ne chiarirono l’imperfezione. I feudatarj poi, scostati che fossero dalle loro terre, più non aveano modo di surrogare uomini a quei che perissero; presto avevano consumato i loro mezzi nel vestirli e nutrirli, qualora non vi supplisse il bottino; e non potendo il signore ritenerli di là dal tempo prefisso, li vedeva partire spesso nel maggior suo bisogno.

Si dovette dunque provvedere a mutamenti, che il despotismo, a cui vantaggio riuscirono, intitolò miglioramenti. Già nelle crociate ciascun uomo acquistava importanza, sì perchè guerriero di Dio, sì perchè bisognava introdurre accordo nel numero, disciplina nell’entusiasmo; e quantunque lo sforzo maggiore si facesse ancora col sagrificare la pedonaglia, pure fu duopo disporla meglio ed esercitarla, fornire magazzini, assegnar paghe e quartieri comuni e divise. Gli Ordini militari religiosi dovettero avere tra loro un accordo di comandi, d’esercizj, di movimenti, la cui mercè prevalevano alle altre truppe. Ivi anche troviamo negli assedj rinnovati gli artifizj degli antichi, e l’unirsi in numerose masse, e le battaglie grosse; pure gli eroi di quelle imprese mai non ci vengono lodati per abili condottieri, se non sia nel classico poema del Tasso.

La prevalenza dell’individuo sopra la moltitudine, distintivo della feudalità, fu dai Comuni combattuta coll’opporre la moltitudine alla forza individuale; sicchè i pedoni riagirono contro ai cavalieri, contro alle masnade del castellano la milizia municipale. Ma conveniva sistemarla; e l’invenzione del carroccio, tentativo d’imporre qualche ordine ai nuovi liberi e agl’inesercitati artieri, convince come nessun migliore ne esistesse: tuttavia i Comuni, e massime quelli di Lombardia, valsero a resistere all’esperienza disciplinata de’ cavalieri franconi, sassoni, svevi.

Dagli statuti municipali appajono gli ordinamenti per la milizia. Una nazionale se n’era procurato Genova sin dal 1163; e rinomati n’erano i balestrieri, sottomessi a consoli particolari; ben diecimila di essi combattevano alla sanguinosa giornata di Crecy fra Inglesi e Francesi, e perirono perchè la pioggia avea guaste le cocche. Ogn’anno il doge e il suo consiglio eleggeva due, valenti al tiro, i quali doveano cercare giovani balestrieri ed esercitarli quattro volte l’anno, dando in premio ogni volta una tazza d’argento da venticinque genovine[310].

I quartieri o sestieri, in cui era divisa ciascuna città, formavano le divisioni anche dell’esercito, e ciascuna provvedevasi di carri, munizioni, armi, guastatori. Per lo più non uscivano che alcuni quartieri, e nelle imprese diurne si alternavano. A Bologna ciascuna parrocchia, secondo l’importanza, eleggeva due, quattro o sei uomini da’ quarant’anni in su, e un notaro non minore de’ venticinque, i quali giuravano di formare una venticinquina caduno nella sua parrocchia d’uomini fra i diciotto e i settanta. Più tardi tutta la città era partita in venti compagnie di sedicimila settecensettantasette uomini e milleseicentrentotto balestrieri. Pel contado erano disposti dei fortini con guardie che davano i segnali mediante bandiere diversamente colorate, e con lucerne la notte. Al tocco della campana, tutti che avessero cavalli doveano comparire sotto i loro vessilli in piazza. I cavalieri portavano panziera, guanti di ferro, corazzina, schinieri e cosciali, cappellina di ferro o bacinetto con nasale. Sopra la guerra si eleggevano due savj per tribù[311]. Pisa era compartita in compagnie vecchie e nuove, comandate da gonfalonieri eletti nel proprio gremio. Al suon dello stormo, ciascuno raccoglievasi alla bottega del proprio gonfaloniere; e lo statuto fissava qual dovesse dirigersi al palazzo, quale alla tal porta; e così dalla campagna quali postarsi a un crocicchio, quali a un ponte. A Como dodici cittadini per turno custodivano il castel Baradello.