La cavalleria, più importante quanto più piccole sono le schiere, richiede più lunghi esercizj, sicchè quell’arma era affidata di solito ai meglio stanti, o a gente stipendiata; Milano fin dal 1227 vi assegnava soldo; Firenze v’aggiungeva premj e medaglie, e ne formava una o due compagnie: seguivano due corpi di balestrieri e di fanteria pesante, con lancia, palvese e cervelliera: gli altri cittadini, ripartiti in compagnie con spada e lancia, doveano trovarsi in arme al posto assegnato quando toccasse la squilla; la quale, dopo sonato continuo per un mese, era posta sopra un carro, e serviva a guidare la marcia. Il supremo comando spettava ai consoli; sotto di loro i capitani di quartiere, il gonfaloniere, il capitano di ciascuna compagnia. Con tali armi uscivasi o alla gualdana, correria per guastare le terre; o alla cavalcata, corta impresa di cavalli e arcieri; carroccio e gonfalone andavano solo a oste, ch’era un esercito compiuto.

Ci rimangono in latino i preparativi per la guerra de’ Fiorentini nel 1285, che dicono presso a poco: — Quest’è il modo di far esercito pel Comune di Firenze contro i Pisani, trovato dai mercanti di Firenze per lo migliore stato della città e delle arti. E prima, far chiudere tutte le botteghe e i fondaci sinchè l’esercito si muova: suoni ogni giorno la campana del Comune, e si bandisca per la città che ognuno si prepari di quanto occorre all’esercito: si eleggano quattro persone in ogni canonica, e due in ogni cappella, e facciano cinquantine d’uomini dai quindici ai settant’anni, e li mettano in iscritto: da ciascuna cinquantina si scelga quali devono rimanere in città per custodia, e quali andare nell’esercito: a quei che rimangono s’imponga quantità di denaro conveniente, e così agli assenti: i trascelti vadano e restino nell’esercito a loro spese proprie: nel contado poi restino alcuni a custodia delle pievi e delle ville e de’ popoli, e gli altri tutti vadano e stiano nell’esercito a spese di quei che rimangono»[312].

Ordini consimili troverebbe, chi li cercasse, nelle varie città; e al sommar de’ conti unico comando era il combattere, unica regola non iscostarsi dalla bandiera o dal carroccio, unico scopo il vincere.

Ma già fin dai primi tempi de’ Comuni v’era chi specialmente si ammaestrava e sistemava per la guerra, e tali erano que’ Gagliardi, che nel 1235 a Milano giurarono difendere il carroccio; tali i Coronati, che cinque anni dappoi, gridando A morte, a morte, traevano tutta Milano a combattere; tali i Cavalieri delle bande, che Firenze istituì quando temeva d’Enrico VII, e che poi si volsero a spassi e sollazzi[313]; tali altre compagnie in diversi Comuni, le quali facilmente acquistavano importanza politica, e privilegi, e ingerenza nel pubblico maneggio. L’uomo ama la libertà perchè gli rechi la pace; e i nostri cittadini, bramando applicarsi alle arti, desideravano esimersi dalla milizia. Si cominciò dunque a non chiamar più alle armi l’intero popolo, ma solo chi avesse un dato censo, o chi si esibisse, o chi l’accettasse per ingaggio. Da ciò venne che si potessero meglio esercitare e disciplinare; laonde come superfluo si lasciò da banda il carroccio, e primo Ottone Visconti vi surrogò lo stendardo bianco con sant’Ambrogio, poi tutti i Comuni spiegarono la propria insegna. Ma già prima essi Comuni aveano introdotto di prendere al soldo uomini meglio addestrati nell’arme che non i borghesi; e nel capitale problema statistico di fare che la guerra non isfrutti i vantaggi della pace, si figurarono tornasse a pro l’avere una forza stipendiata e forestiera, la quale dispensasse i cittadini dal togliersi alle arti e alle campagne; e che, condotta in occasione di guerre, fosse congedata durante la pace senza logorar le finanze; riducesse insomma la guerra ad una quistione di denaro.

Gl’imperatori svevi, menando a spedizioni più lontane e più prolungate che nol portasse il servizio feudale, dovettero ricorrere a truppe mercenarie, e con esse si fecero forti Federico II, e più Manfredi e Corradino, e per contrasto a loro Carlo d’Angiò. Le accantonavano essi qua e là per Italia, all’uopo di favorire l’uno i Ghibellini, l’altro i Guelfi; sicchè passando da terra a terra, da bandiera a bandiera, costoro s’avvezzarono alle imprese di ventura. Con siffatti trionfarono Ezelino, Salinguerra, Buoso da Dovara, Oberto Pelavicino; ad essi furono dovute le vittorie di Tagliacozzo e di Benevento, poi gli alterni successi dell’interminabile guerra di Sicilia.

In quest’ultima, singolar rinomanza di valore e fierezza acquistarono i Catalani e gli Aragonesi; e quando, sospeso il combattere, Federico re di Trinacria volle rimandarli in patria, risposero essere liberi di sè, manomisero l’isola per proprio conto, e presero a capo Ruggero di Flor, generato da un gentiluomo tedesco del seguito di Corradino in una nobile di Brindisi, lo perchè dai nostri è appellato Ruggero di Brindisi. Perduto il padre alla battaglia di Tagliacozzo, colla madre cresceva negli stenti, finchè, menato via da un Templare, presto meritò divenir egli pure friere. Alla presa di Tolemaide (1291) salvò molte persone e le ricchezze del suo Ordine: ma accusato d’essersene appropriato qualche porzione, fuggì in Sicilia. Creato viceammiraglio, fatto esercito di avveniticci italiani, tedeschi e principalmente catalani, e da re Federico, desideroso di sbrattarne l’isola, avute in dono dieci galee, che egli crebbe fino a trentasei, passò in Grecia, ove l’imperatore Andronico II (1304) l’accolse con tanto onore, da sposargli fino una nipote. Contro i Turchi prestò eccellente servigio: ma i liberatori nocevano non meno che i nemici; non risparmiavano onore, robe, vite; e per lunghi anni, col nome di esercito de’ Franchi regnante in Tracia e Macedonia, fecero ogni loro arbitrio su quel confine dell’Asia e dell’Europa, e gravi jatture recarono alle colonie genovesi.

Piacque tale esempio al genio andarino e venturiero d’allora, quando, non essendo accentrata ne’ governi ogni attività, ciascuno disponeva ad arbitrio della propria, siccome abbastanza ci fu veduto nelle spedizioni de’ Normanni, nelle crociate, nelle conquiste di Genovesi e Veneziani in Levante. Non era questa la forma, con cui i Germani erano sbucati addosso all’antico impero romano? non erano tali gli Ordini cavallereschi? Nell’indipendenza degli individui, e nella niuna protezione che poteano ripromettersi dai governi, ognuno doveva provvedere alla sicurezza propria, e chi non si volesse rassegnare all’oscurità, dovea procacciarsela coll’armi. Spesso, come dice il cronista di Cola Rienzi, «non c’era altra salvezza se non che ciascheduno si difendeva con parenti e con amici»; e queste associazioni di famiglie e di clienti facilmente dalla difesa passavano all’attacco.

A migliaja, lo vedemmo, le persone erano bandite da alcune città; le quali, sviate dai mestieri e cupide di vendetta, si applicavano alle armi, e restando unite dalla comunanza di sventure e di speranze, si offrivano a chiunque preparasse impresa contro la loro patria[314], o stanziavansi in altre città, come fecero i Guelfi fiorentini dopo la battaglia di Monteaperti, i quali poi raccozzatisi in un’armatetta, coadjuvarono alla spedizione di Carlo d’Angiò.

D’altra parte la nobiltà castellana teneva studio unico le armi, e vi esercitava i suoi villani onde averli pronti al bando feudale o nelle private baruffe. Accomandati a più d’un Comune, bilanciavansi tra i varj in modo di non obbedire a nessuno, e ingrandirsi a danno dei confinanti. I podestà, che andavano ad esercitare nelle città il potere esecutivo, doveano condurvi un pugno d’armati, e ne davano per lo più la cura ad alcuno di questi castellani; od un castellano veniva podestà o capitano del popolo colla propria masnada.

La feudalità avea risolto in modo insigne il problema supremo di fissare al suolo le genti da tanto tempo vagabonde, e di allestire alla difesa senza possibilità di conquiste. Ma ormai i feudi si venivano fondendo; quelle molecole politiche, per così esprimermi, si cristallizzavano attorno ad alcuni nuclei; alle guerre private succedeano quelle di Stato a Stato, più grosse e regolari; del sistema monarchico consolidatesi nella restante Europa, si risentiva pure l’Italia; e i re e gli imperatori che s’accingevano a lunghe e lontane imprese, non potendo pretendere i servigi de’ loro vassalli, doveano ricorrere a un valor mercenario. Dopo che la libertà comunale era riuscita a ridurre cittadini i guerrieri, i guerrieri ed i principi dovendo comprimere i sudditi, ricorrevano a quel che n’è mezzo supremo, una forza regolare e stabile, non più disposta a tutelare i borghesi che in pace trafficassero o lavorassero, ma a tenere in soggezione i sudditi, nè lasciare che sentissero la propria gagliardia.