Dopo il Boccanegra, la preminenza era sempre toccata a uomini del popolo, nuova aristocrazia sottentrata a quella de’ gentiluomini, e che escluse questi dal dogato e fin da ogni impiego. Le antiche famiglie, come i marchesi del Carretto, vedendosi mozza l’autorità e invidiata la condizione, si riducevano ne’ loro castelli, professandosi ligi all’Impero; se rimaneano in città, tramavano contro un ordine di cose che gli escludeva: ma neppur essi riuscivano a nulla perchè non uniti.

Fra que’ trambusti erano venute su alcune famiglie di cappelluzzi, cioè popolani, i Montaldo, i Guarco, principalmente i Fregosi, notaj e fautori del popolo, e gli Adorni, conciapelli e sostenitori della plebe (1378); nessuna bastava a sommettere le altre, ma l’una l’altra contrariava, e tutte insieme ogni efficace provvedimento. Se il doge Nicolò Guarco vuol reprimere le fazioni e rinforzare il governo, dicono che aspira a tirannide, ricusangli il denaro e le collette, si sollevano e mutano stato. Dieci dogi si successero rapidamente con dieci rivoluzioni, e ciascuna lasciava una nuova partita di malcontenti. Gian Galeazzo Visconti versava olio su que’ tizzoni, sperando che per istanchezza Genova se gli butterebbe in braccio. Di tutto ciò le finanze andavano a sobbisso: il territorio, se crebbe col comprare Novi e Serravalle dai Milanesi, trovavasi occupato da varj signorotti, Monaco dai Grimaldi, Gavi dai Montaldo, Levanto dai Bertolotti: i partiti incessantemente in lotta, cacciandosi e nocendosi a vicenda, insidiati dai nobili delle due Riviere, per trionfare ricorrevano pur essi alle bande mercenarie, funeste del pari a tutti, o alla protezione di stranieri. Queste lotte, che in venti anni la ridussero a potenza secondaria, sarebbe nojoso il divisarle.

Antoniotto Adorno, che, dopo lungo aspirarvi, aveva ottenuto il dogato nella peste del 1384 mediante una insurrezione di macellaj, presto ne fu espulso, vi tornò, lo riperdette, ripigliollo, e vedendo non potere conservarsi in posto, propose di mettere la repubblica sotto la protezione di Carlo VI di Francia (1396): quarta volta che in quel secolo Genova sottoponeva volontaria il collo a giogo forestiero[18], sì era soffocato l’alito repubblicano. Il re accettò, e promise mettervi per doge un vicario francese, non alterare le leggi, non rincarire le imposte. La libertà non ne pativa di troppo: ma que’ vicarj nè contentavano nè atterrivano, nè la quiete si ripristinava; oltre quello versato per sottomettere le Riviere, molto sangue corse in Genova stessa; coi nomi di Guelfi e Ghibellini mascherando fiere animosità, ogni tratto si era a baruffe, invasioni, cacciate, incendj; cinque volte si combattè per le vie l’agosto del 1398, trenta palazzi in fiamme, molti edifizj diroccati.

L’anno seguente vi furono sistemati i corpi di mestieri, che scelsero quattro priori, ai quali aggiunsero dodici senatori, da rinnovarsi ogni mese, per vegliare che il governatore e il suo consiglio procacciassero il bene pubblico; e se alcun magistrato violasse la giustizia in parole o in fatti, poteano, armati gli artigiani, corrergli addosso.

Anzichè sedare le turbolenze, ciò vi porse nuovi incentivi, sinchè venne vicario di Francia Giovanni Lemeingre, maresciallo di Boucicaut, uomo di coraggio alla prova, che entrato con mille cavalieri e fanti, volle le fortezze, fece imprigionare i capi faziosi e uccidere, tolse le armi a tutti, abolì i nomi delle fazioni e le magistrature popolari, snidò dai loro feudi i Fiesco e i Del Carretto, esigliò popolani, e tale spavento incusse, che i consoli delle arti non osavano più congregarsi, nè tampoco le confraternite de’ Battuti, per tema si procedesse contro di loro[19].

Tristo il popolo che è costretto a lodare tali freni eccezionali, e il rintegramento della legalità per mezzo della violenza! Rinvigorita la marina, Boucicaut veleggiò contro il re di Cipro ch’era in rotta co’ Genovesi, e poichè questo comprò la pace, egli bottinò sulle coste di Siria e d’Egitto, ed ottenne al re di Francia la signoria di Pisa, uccidendo Gabriele Maria Visconti (pag. 30). Nella minorità di Gian Maria volle essere messo nella reggenza, e venne a Milano con molto denaro e grossa truppa: ma Facino Cane, d’intesa con Teodoro marchese di Monferrato e coi malcontenti, si spinse a Genova (1409) chiamandola a libertà; sicchè cacciati e uccisi i Francesi, malgrado de’ Guelfi fu ripristinato il governo a popolo, abolendo gli statuti anteriori, e assumendone uno nuovo, di cui tale è la somma:

Lo Stato è ghibellino e popolare, ma i Guelfi potranno farsi Ghibellini, e i nobili parteciperanno di tutti gli uffizj, salvo il supremo. Questi uffizj sono il podestà, dodici anziani, il consiglio de’ quaranta savj, il consiglio generale di trecentoventi, i sindicatori, i provvisori, i magistrati della moneta, della Romania, della mercanzia, della guerra e pace, e i consoli della ragione. Il doge a vita reggerà e governerà la repubblica, presiederà ai consigli con due voti, e potrà intervenire alle adunanze di tutti gli uffizj o magistrati non giudiziarj; ma il proporre partiti compete solo ai rispettivi priori: non moltiplicherà gli uffizj, o ne scemerà la giurisdizione, nè s’intrometterà per qualsia pretesto nella cognizione e raccomandazione delle liti: avrà annue ottomila genovine, da spendere nel mantenimento e decoro della sua corte, compresivi due vicedogi e due vicarj. Il podestà, pagato lire cinquemila, dovrà essere forestiero, dottor di leggi, di casa almeno patrizia; presenterà all’approvazione del doge e suo consiglio tre giurisperiti in qualità di vicarj, che lo assisteranno due nelle civili, il terzo nelle cause criminali, per delitti commessi a cinquanta miglia dalla residenza; de’ commessi in minor distanza conoscerà egli solo. Il doge dovrà consultare gli anziani in ogni occorrenza, salvo per arrestare banditi, cospiratori o sediziosi. I quaranta interverranno in tutte le trattazioni gravi, e così per atterrare fortezze, concedere immunità, conferire l’ammiragliato. I sindicatori invigileranno sui portamenti di tutti i magistrati, multandoli se falliscono, impedendoli d’abusare dell’autorità. I provvisori frequenteranno piazza de’ Banchi e altre accolte di popolo per raccorre l’opinione pubblica su quel che giovi o nuocia, stabiliranno il bilancio delle spese, che per quell’anno fu di 72,524 genovine. L’uffizio della moneta amministra anche le entrate, paga le spese, e custodisce la cassa pubblica. All’uffizio di Romania, unito a quello di Gazaria, spetta il provvedere per le colonie orientali. Quello di mercanzia risolve le liti sopra il commercio e la navigazione, che non procedano da pubblici istromenti; e i consoli della ragione quelle non eccedenti il valore di lire cento: da entrambe escludendo i giurisperiti. Nessuno potrà desinare nè contrarre famigliarità col podestà e sua corte; nessuno accettare nello Stato ambasceria o altro servizio di principe forestiero. Il deliberare della guerra, della pace, delle pubbliche convenzioni spetta al consiglio maggiore: il doge e il magistrato della guerra vi danno esecuzione. Si rinnoveranno gli esercizj de’ balestrieri sotto due capi di guerra. I cittadini popolari saranno descritti secondo le strade di loro abitazione, sotto capistrada, gonfalonieri e contestabili, bandiere e armi distinte; e con questi ordini difenderanno lo Stato dai nemici esterni ed interni. Qualunque volta al doge o agli anziani paresse conveniente una riforma, i nuovi capitoli e le ragioni faranno leggere ai quaranta, e ove siano approvati, nomineranno otto riformatori con balìa limitata ad essi capitoli.

A Facino fu data una grossa somma, al marchese Teodoro il titolo di capitano per cinque anni; ma i costui comporti meritarono fosse cacciato (1413), rimettendo il doge, che fu Giorgio Adorno. Con questo rinfervorarono i parteggiamenti; e intanto andavano perdute la colonia di Pera a Costantinopoli e ogni influenza sull’Italia. Unico bel fatto di questi tempi è la spedizione contro i Barbareschi per frenarne le piraterie, capitanata dal duca di Borbone zio di Carlo VI, e assistita da molti signori francesi. Trecento galeoni e più di cento navi da carico afferrarono all’Africa; ma i Barbareschi li stancheggiarono senza mai venire a giornata, tanto che i nostri partirono senza effetto.

Nell’interno, niente bastava a calmare gli animi; e l’angustia delle vie e l’altezza de’ fabbricati dava modo di resistere e combattere mortalmente nelle ricorrenti avvisaglie. Ne rimanevano desolate le campagne, esinanito il commercio, sino a dover vendere a’ Fiorentini il porto di Livorno, che il Boucicaut avea comprato: intanto i marchesi di Monferrato e Del Carretto aprivano il Genovesato alle truppe di Filippo Maria Visconti; sicchè, per amor di pace e per desiderio di vendicarsi degli Aragonesi che aveano cercato torle la Corsica, il podestà Tommaso Campofregoso (1421) rese Genova a Filippo, riservando per sè trentamila fiorini d’oro e il dominio di Sarzana. Filippo mandò il conte di Carmagnola a governar Genova, talchè al ducato di Milano aggiungevasi anche il mare; nè Venezia, nè Firenze pareano accorgersi del pericolo di lasciar tanto ingrandire questo vicino.

CAPITOLO CXIV. Giovanna I di Napoli e Luigi d’Ungheria. Ladislao. Giovanna II. Gli Aragonesi in Sicilia.