Ma una volta il Carrara potè sorridere (1379 9 maggio) nel ricevere questo spaccio: — Magnifico e potente signore. Addì 3 del corrente maggio uscimmo di Zara con ventidue galee, veleggiammo verso il golfo secondo un avviso che i nimici venivano di Puglia con grano; e trovandoci sopra il porto di Pola il dì 5, due galee dell’antiguardia li scopersero quivi in agguato, numerosi di ventidue galee e tre grosse navi da dugencinquanta uomini ciascuna, oltre le solite ciurme, e molti uomini d’arme e venturieri assoldati per guardia della città. Avendo fra noi disegnato di non venir tosto a battaglia, acciò che in tanta vicinanza di terra non si salvassero a nuoto, fingemmo timore, e vogammo al largo; ond’eglino si misero a seguitarci. Scostati appena tre miglia dal lido, ci voltammo contro loro sì virilmente, che in un’ora e mezzo la vittoria era già nostra; in nostro potere quindici galee con tre navi cariche di seimila mine di grano; prigioni duemila quattrocento, morti da sette in ottocento; ma il signor Vettore Pisani ci sguizzò dalle mani con sette galee assai malarrivate. Dopo il combattimento spiccammo sei galee contro i legni da carico ancorati nel porto di Pola; ma avendoli trovati in secco sotto le torri della città, non presero che una fusta di munizioni. Siam giunti a Zara il dì 8 vittoriosi e senza perdita notabile, salvo la morte dell’egregio nostro capitano Lucian Doria (1379), trafitto in bocca da una lancia nel caldo della battaglia. Per gratitudine al suo parentado gli surrogammo il signor Ambrogio Doria, secondo il parere di tutti i capi dell’armata. Ai venturieri pagati da’ Veneziani mozzammo il capo; i cadaveri si gittarono a mare»[16].

Il consiglio di guerra tacciava Vittor Pisani di vile perchè non accettasse la battaglia; quando combattè e fu vinto, lo dissero traditore; e quantunque avesse intrepidamente disputato la vittoria, fu richiamato in patria e messo prigione, nel mentre i Genovesi al nuovo ammiraglio Pietro Doria nello scioglier delle vele gridavano — A Venezia, a Venezia». Di fatto Genova, ricuperate le piazze di Dalmazia tolte dai Veneziani, e attaccatone le colonie di Rovigno, Umago, Grado, Caorle, mentre avea destra la fortuna pensò con un colpo estremo ridurre l’emula alle paludi natìe.

Le isole su cui torreggia Venezia sorgono dalla laguna che si stende dalle bocche del Piave a quelle dell’Adige, separata dal mare per un banco di arena, che appena in pochi luoghi dà a navi grosse il passo, intrattenuto dall’arte e dall’arte munito. Il più settentrionale è quel de’ Treporti a tramontana dell’isola di Sant’Erasmo, atto solo a piccole imbarcazioni. Fra Sant’Erasmo e Lido apresi quello di San Nicolò, ed era il principale, munito di torri, fra le quali talvolta tendeasi una catena. Il passo di Malamocco fra quest’isola e Palestrina è il più profondo: poi tra Palestrina e Bróndolo è quello di Chioggia, denominato dalla città ivi posta al vertice di un’isola che s’attacca alla terraferma sol per un ponte: gl’interri dell’Adige e del Brenta rendono difficile l’altro passaggio fra Brondolo e il continente. Un canale a gran fatica mantenuto attraversava la laguna fra Venezia e Chioggia.

E appunto a Chioggia gettò l’àncora (1379 agosto) una flotta genovese numerosissima e co’ migliori marinaj; espugnatala coll’uccidere seimila Veneziani e catturarne quattromila, pose il quartier generale s’un’estremità dell’isola di Malamocco; e comunicando per terra coll’alleato padovano, circondava la città nemica. Questa, senza alleati, penuriava di vettovaglie; il tesoro era esausto; benchè fossero munite le poche aperture fra il mare e le lagune, galee genovesi si erano vedute giungere fino a Lido, sicchè il doge Andrea Contarini avea sin proibito di convocare il consiglio col tocco del campanone di San Marco, acciocchè il nemico non udisse quel segno, e fu posto in discussione se convenisse abbandonare Venezia, e trasportare a Creta la sede della repubblica. Il Carrara esultava dell’umiliazione dei nobiluomini. L’ammiraglio Doria ai veneti ambasciadori mandati per pace rispondeva: — Perdio che non ascolterò patti finchè non abbia messo il freno ai cavalli di San Marco»; e quando gli si propose di riscattare alcuni prigionieri: — Fra pochi giorni li redimerò senza denaro».

Non si trattava dunque d’ambizioni di nobili, ma di interesse del popolo: e il popolo non si scoraggia, solo ha bisogno d’uno che lo diriga, e in cui abbia confidenza; laonde ridomanda l’antico Pisani, sotto cui era stato avvezzo a vincere, e a cui la sventura avea cresciuto popolarità. Ed egli dai sotterranei del palazzo udendo migliaja di voci gridare, — Se volete che combattiamo, rendeteci il nostro ammiraglio, Viva Vittor Pisani»; si sporge alla ferrata, e — Zitti là; non dovete gridar altro se non Viva San Marco».

L’invidia tace quando l’ambizione è pericolosa: e il Pisani, tratto di carcere a braccia di popolo, respingendo i consigli di chi lo stimolava a insignorirsi dell’ingrata patria, ricevendo l’eucaristia giura che non terrà conto a’ suoi emuli della fattagli persecuzione; munisce l’argine di Malamocco ed ogni varco; invita tutti a concorrere alla salvezza della patria; i frati prendono le armi; e se un Morosini speculò sulle angustie cittadine per comprare case a vil prezzo, altri nobili attrezzarono trentaquattro galee a proprie spese; un Paruta cuojajo pagò mille soldati; uno speziale Cicogna diede una nave; semplici artigiani metteano insieme cento, ducento uomini; il doge settagenario monta sulla flotta coi principali pregadi: si promette ascrivere al libro d’oro i trenta plebei che più denaro offriranno, e molti infatti porgono il più e il meglio delle loro sostanze[17], talchè Venezia trova modo a’ suoi bisogni. Oh, Venezia conosce come si resiste al nemico. Il Pisani seppe frenare il primo impeto finchè avesse esercitato la ciurma inesperta, e non fosse tornata di Grecia la flotta di Carlo Zeno; unitosi colla quale, non solo allarga Venezia, ma sbaraglia e blocca nel porto di Chioggia (1380 gennaio) l’armata genovese, con barche affondate chiudendo le tre uscite: le bombe, allora forse adoprate la prima volta in mare, e che spingeano palle di pietra di cencinquanta in ducento libbre, giocavano radamente ma terribilmente contro ripari fabbricati per tutt’altri projetti; lo stesso Doria rimase sfracellato sotto il crollo d’un muro; e la flotta dopo sei mesi d’assedio è obbligata rendersi a discrezione (21 giugno).

La guerra per altro si prolungò, e Carlo Zeno, sostituito al morto Pisani, menava le navi più a guasto che a vittoria; mentre l’implacabile Francesco Carrara dirizzava gli Ungheresi sopra Treviso, che i Veneziani non salvarono se non cedendolo al duca d’Austria.

Alfine a Torino (1381 8 agosto), sotto gli auspizj di Amedeo VI di Savoja, fu conchiusa la pace, per cui la repubblica si obbligava a pagare annualmente al re d’Ungheria settemila ducati; ma Ungheresi non farebbero sale sulle coste, nè navigherebbero più nessuno de’ fiumi che sboccano nell’Adriatico fra capo Palmenterio e Rimini; e i mercanti di Dalmazia non asporterebbero mercanzie da Venezia per più di trentacinquemila ducati; con Padova si restituivano reciprocamente le conquiste e le prese; col patriarca d’Aquileja stipulavasi la piena emancipazione di Trieste, obbligata solo a contribuire al doge le regalie convenute ne’ trattati precedenti, e lasciare ogni sicurezza e libertà di commercio ai Veneziani. Tenedo, cagione prima della rottura, doveva essere consegnata al conte di Savoja, che ne trasporterebbe gli abitanti a Negroponte e a Candia, abbandonandola deserta; ma Giannacci Mulazzo balio di quell’isola procurò distorne i Genovesi, sicchè fu duopo coll’arme domarlo. Venezia perdea dunque ogni possedimento in terraferma, e Tenedo e la Dalmazia, oltre immense ricchezze logorate. Di settemila ducento prigioni che avea fatti, non sopraviveano che tremila trecensessantaquattro, che restituì in cambio de’ suoi, quasi tutti vivi. I Garzoni, i Condulmer, i Zusto, i Nani poterono gloriarsi della nobiltà acquistata col soccorrere alla patria; e così i Trevisan, i Cicogna, i Vendramin, che giunsero poi fino al berretto ducale.

Il duca d’Austria, cui restava Treviso, continuò nimicizie al Carrara; in fine gli vendette tutti i possedimenti che tenea di qua dell’Alpi. Pertanto il signore di Padova occupava il lembo della laguna, e recideva le comunicazioni col continente. Il senato veneto eccitò contro di lui Antonio della Scala e Giovanni Acuto, che portò la desolazione fin sulle porte di Verona e Vicenza. Poi Venezia ricevette in dedizione spontanea Corfù, che era stata riunita alla corona di Napoli, e ribellata durante la guerra civile: s’impadronì di Durazzo sulle coste d’Albania, che da Carlo d’Angiò era stata tolta ai Greci; ebbe la cessione di Argo e Napoli di Romania, anch’esse possedute dagli Angioini; ricuperò Treviso; poi sotto Michele Steno acquistò Vicenza, Verona, per ultimo anche Padova, mandando i Carraresi al fine che dicemmo.

Genova nella guerra di Chioggia avea spiegato portentosa attività non solo nel combattere, ma nel dirigere il re d’Ungheria, il Carrara, il patriarca d’Aquileja, il signor di Milano a’ danni della nemica Venezia: colla pace di Torino, oltre che esausta di moneta e navi, si trovò nell’interno tutta divisa e nemica; i nobili in urta coi popolani, i mercanti ed operaj grossi in urta coi piccoli e colla plebe, e quelli e questi suddivisi in Bianchi e Neri, che noi diremmo moderati ed eccessivi. Non erano più i vassalli che stessero a fianco de’ signori feudali, ma clienti e dipendenti, marinari, operaj, che talvolta a centinaja servivano una casa sola. I capi poi erano versati negli affari, destri come mercanti, coraggiosi come marinaj, generosi come ricchi, istruiti da tanti avvicendamenti di trionfi e d’esigli.