Quel giorno stesso Facino spirava[13]; e tosto i costui soldati occupano Pavia per sicurtà delle loro paghe; Astorre Visconti, bastardo di Bernabò, detto il soldato senza paura, si rende padrone di Milano; signori d’ogni parte si riaffacciano per recuperare gli antichi dominj; ma Filippo, che sin allora era parso neghittoso e dappoco, allora con meravigliosa operosità s’accinge a recuperare le avite appartenenze. Dove consisteva il punto capitale? nell’assicurarsi i venturieri. Beatrice Tenda, vedova di Facino, aveva ereditati dal marito estesissimi possessi, il dominio di Tortona, Novara, Vercelli, Alessandria; toccava i quarant’anni, Filippo venti: che importa? e’ la chiede sposa, e con essa acquista quattrocentomila zecchini e gli antichi partigiani del marito. Con questi ritoglie di viva forza Pavia e Milano agli usurpatori, manda al supplizio gli uccisori del fratello, combatte Astorre Visconti che rimane ucciso in Monza, e riceve il giuramento di fedeltà.
Francesco Bussone, illustre sotto il patrio nome di Carmagnola, con null’altro che colla spada salito, da contadino che era, fino ai primi onori, fu principale stromento di vittorie a Gian Maria prima, poi a Filippo, al quale sottopose in breve Lodi (1416), i cui signori Vignati, chiamati a Milano a titolo di conferenza, furono messi al supplizio; Pavia, dove uccise in carcere Castellino Beccaria e fece appiccare suo fratello Lancillotto; Como, che il Rusca cedeva riservandosi la contea di Lugano; indusse il Malatesta a vendere al duca Brescia e Bergamo; così Cremona il Fondulo per quarantamila ducati, e il fondo di Castelleone; Crema, Giorgio Benzone; Rinaldo Pallavicini, San Donnino. Ottobon Terzo, che brutalmente tiranneggiando Parma e Reggio, erasi fatto terribile dovunque menasse le assassine sue bande, fu chiesto a parlamento dal marchese d’Este, e quivi trucidato dallo Sforza; e il suo cadavere andò a brani, e v’ebbe persino chi ne mangiò. Nicolò d’Este, per tener Reggio, cedette Parma al duca (1418). Piacenza fu sostenuta da Filippo Arcelli, gentiluomo di valor eccellente, che raccolti quanti Filippo avea spossessati acciò facessero causa comune, recò accannita guerra al Carmagnola. Questi, col supplizio della moglie e del figlio dell’Arcelli prigionieri, prese Piacenza; ma vedendo non poterla conservare, obbligò gli abitanti a uscir tutti colle robe, sicchè il nemico non trovò che deserto, e per un anno tre soli abitanti s’annidarono in quella solitudine, finchè il duca di Milano l’ebbe e la ripopolò. Per tal modo Filippo, non provveduto di valore, ma di destrezza molta e di eccellenti capitani, reintegra non solo ma amplia il ducato, e domina dai confini del Piemonte a quelli del papa, dal San Gotardo al mar Ligure, dove presto allargò la sua signoria.
CAPITOLO CXIII. Venezia e Genova. Guerra di Chioggia. Venezia ricresce, Genova si perde.
In Venezia il tempo aveva consolidato il potere della nobiltà, che affatto dedita alla politica, v’acquistò tanta attitudine, quanta i feudatarj nell’esercizio delle armi, e seppe cattivarsi l’opinione in modo, che questa più non si mise a contrapposto del potere, ma vi andò in coda. Alla classe media rimasero per ristoro i traffici, che guidava dall’India ai Paesi Bassi, dalla Barberia al Baltico. La metropoli conteneva cennovantamila persone: le case furono estimate sette milioni di ducati, che oggi rispondono a trenta milioni di lire; e le pigioni ducati cinquecentomila. La zecca coniava l’anno un milione di zecchini, dugentomila monete d’argento e ottocentomila soldi, gettando in corso ogni anno diciotto milioni effettivi di lire nostre. In meno d’un decennio fu spento un debito di quaranta milioni di zecchini, oltre prestarne settantamila al marchese di Ferrara. Passavano il migliajo i nobili che possedevano di rendita da quattro a settantamila zecchini; eppure con tremila aveasi un bel palazzo[14]. Mastin della Scala, perduta Padova, chiese d’essere ascritto al libro della nobiltà veneta; poco poi vi furono i Carraresi; e sempre un tale onore venne ambito dai principi.
Alle vicende d’Italia ormai prendea briga Venezia non più come straniera, ma come potentato italiano; e poichè i principati costituitisi nell’alta Italia poteano divenirle minacciosi, dovette anch’essa acquistarvi stato per equilibrarli, e per mantenersi libera la navigazione del Po. Se la assicurò di fatto nella guerra che narrammo contro gli Scaligeri; e dopo impossessata di Treviso in terraferma, via via prosperò di dominj e di traffici. Ne’ possessi marittimi invece andava in calo, sì per l’avanzarsi de’ Turchi, sì per le guerre con Genova, la quale, vinti i Tartari, aveva ottenuto che nessuna nave d’Occidente potesse far porto in altro luogo del mar Nero che a Caffa sua; imprese che noi riserviamo a narrare nel libro seguente.
Se n’adontarono i Veneziani, e allestirono nuove battaglie, in procinto delle quali Francesco Petrarca scriveva (1351) al doge Andrea Dandolo: — L’antica amistà nostra e l’amore della patria comune mi confortano a ragionare apertamente con voi. Corre voce che due libere città s’accingano a farsi guerra a morte. E quali città! i due lumi d’Italia, collocati dalla natura agli opposti estremi dell’Alpi per signoreggiare i mari che la circondano, e perchè dopo l’abbassamento del romano imperio la miglior parte del mondo ne sia ancor la regina. Nazioni altere osano disputarle in terra il primo luogo; ma chi oserebbe in mare? Se Venezia e Genova ritorcono in se stesse l’armi, fremo in pensarlo, tutto è perduto, e imperio marittimo e gloria nazionale; chiunque sia il vinto, è forza che l’uno de’ nostri lumi si estingua e l’altro s’indebolisca. Non serve illudersi; non sarà mai facile vincere un nemico d’indole bollente e, ciò che più vale, italiano. Uomini valorosi, popoli potenti entrambi, quale è lo scopo, quale sarà il frutto delle vostre discordie? Il sangue onde siete assetati, non è di Arabi o d’Africani; ma sangue di un popolo a voi congiunto, di un popolo che farebbe scudo alla patria comune ove nuovi Barbari l’assalissero, di un popolo nato a vivere, a combattere, a trionfare, o morire con voi. Il piacer di vendicare un’offesa leggera potrebb’egli più che il pubblico bene, più che la salute di voi stessi? E pure, se mi si dice il vero, per meglio saziare il vostro furore, voi vi siete collegati col re di Aragona, i Genovesi col greco usurpatore; cioè Italiani implorano l’ajuto de’ Barbari per offendere altri Italiani. Madre infelice! che fia di te, se i tuoi proprj figliuoli stipendiano mani straniere per lacerarti il seno? Noi insensati, che aspettiamo da anime venali ciò che potremmo ricevere da’ nostri fratelli. Ben provvide natura al nostro schermo steccandoci coll’Alpi e col mare: ma avarizia, invidia, superbia hanno rotto quelle barriere; e Cimbri, Unni, Tedeschi, Francesi, Spagnuoli inondarono i nostri dolci campi. Che fia di noi, che dell’Italia, se Venezia e Genova non fanno argine al nemico torrente? Prosternato, pieno gli occhi di lagrime e d’amarezza il cuore, io vo gridando, Deponete l’armi civili, ricambiatevi il bacio della pace, unite gli animi vostri e le bandiere. Così l’Oceano e l’Egeo vi siano favorevoli, e le vostre navi giungano prosperamente a Taprobana, alle isole Fortunate, a Tule incognita, e fino a’ due poli! I re e i popoli più lontani vi verranno incontro, i Barbari dell’Europa e dell’Asia vi paventeranno, e la nostra Italia si chiamerà a voi debitrice dell’antica sua gloria».
Per tutta risposta ebbe lodi della sua eloquenza; nè miglior esito conseguì l’anno seguente scrivendo ai Genovesi, con altrettanto di gonfiezza ma insieme d’amore per l’Italia: — Illustre doge, magnifici anziani, permettete che esorti voi, come dianzi esortavo i Veneziani, alla concordia e alla pace: uffizj naturali e quasi necessarj al mio cuore. Non esiste popolo più formidabile in guerra, più mansueto in pace di voi; tutte le terre ove combatteste, tutti i mari da voi veleggiati testimoniano i vostri trionfi. Il Mediterraneo venera le vostre bandiere, l’Oceano le paventa, e il Bosforo è ancor tinto del sangue dei vostri nimici. Chi può senza raccapriccio leggere od ascoltare i successi di quell’ultima battaglia, nella quale a un sol tempo vinceste tre potenti nazioni?... Quantunque discreduto da loro quando era ancor tempo di consigliarli, io sento al vivo i disastri de’ Veneziani. Sentiteli pur voi, o Genovesi, e riflettete che gli uni e gli altri siete italiani, nè gravezza d’ingiuria vi disunì. Riconciliatevi dunque con essi, e se vi piace combattere, rivolgetevi contro i perfidi consiglieri delle vostre discordie; quindi passate a liberar Terrasanta, benemeritando del mondo e della posterità. Sebbene io dalle cose passate pronosticando le future, son d’avviso che a voi convenga, dopo vinti i nimici esteriori, provvedere al pericolo degl’interni. Roma non potè esser vinta se non da Roma: e ciò avverrà pure a voi, se non vi applicate a conciliare gli animi de’ vostri cittadini, massimamente quando sollevati dall’aura della fortuna. Mille sono gli esempj di città per odj civili distrutte; nessuno più sensibile del vostro. Ricordivi quando eravate il popolo più felice della terra; il vostro paese somigliava a un paradiso. Dal mare vedeansi torri che parevano minacciare il firmamento, poggi vestiti di ulivi e di melaranci, magioni marmoree sulle pendici, deliziosi recessi fra gli scogli, ove l’arte vincea la natura, e alla cui vista i naviganti sospendevano i remi per riguardare. Chi venisse per terra, meravigliando vedeva uomini e donne regalmente vestiti, e fino tra boschi e monti delizie incognite nelle reggie. Entrando nella vostra città pareva di mettere piede nel tempio della Felicità, e si proferiva come già di Roma: Questa è una città di re. Testè vinte avevate Venezia e Pisa: e i vostri vecchi vi diranno qual impressione ne venisse, qual timore ne’ porti, qual venerazione ne’ popoli, quali acclamazioni nelle riviere al comparire delle vostre armate. Signori del mare, appena che alcuno veleggiasse senza vostra licenza. Scendete poi colla memoria a quei tempi infausti, che l’orgoglio, l’ozio, la discordia, l’invidia, compagni inseparabili della prosperità, allignarono fra voi, e, ciò ch’era stato impossibile a umana forza, vi resero schiavi. Qual mutamento subitaneo! i palazzi divennero ricoveri d’assassini; le belle riviere e la città superba si fecero incolte, deserte, sformate, rovinose; la patria vostra fu assediata da’ suoi stessi fuorusciti; si combattè intorno alle sue mura per terra e per mare non solo, ma fin sotto terra; nè la guerra più crudele ha flagelli, che non piovessero tutti su lei. Finalmente vi piacque di riordinare lo Stato, dando alla repubblica un capo; e allora fu che le discordie si estinsero, la guerra cessò, e sicurezza e abbondanza e giuste leggi tornarono fra voi. Valga la trista esperienza a tenervi uniti, e per assicurarvi da nuove calamità siate equi, moderati, clementi».
Queste generose parole purtroppo in nessun tempo è superfluo ripetere in Italia, sebbene troppo spesso infruttuose[15]. Nè allora giovarono, e i mari nostri e d’Oriente si tinsero di sangue, e fino al 1355 la guerra vegghiò, molto più deplorevole che non quella fra paesi di terra, sì perchè di natura sua micidiale, sì perchè menata con cittadini, non con bande mercenarie. Nè durar pace lasciavano le rivalità delle due repubbliche in Oriente; donde vennero nuovi e più funesti conflitti.
Dopo la rivoluzione (1328), che sul trono di Costantinopoli ad Andronico Paleologo II surrogò il ribelle nipote Andronico III, i Genovesi eransi fatto cedere da quest’imperatore l’isola di Ténedo; ma i Veneti diedero appoggio agli abitanti che ricusavano sottomettersi al baratto. Di qui mali umori, sfogati (come vedremo) in battaglie oltremarine, e che rinvelenivano ad ogni pretesto. Essendo stato ucciso Pietro di Lusignano (1372) re di Cipro, nella coronazione di Pierino suo successore pretesero la precedenza Veneziani e Genovesi; e venuti alle armi, molti Genovesi rimasero scannati. Genova spedì a vendetta Damiano Catani, che trucidati i Veneziani, e preso il re e il paese, l’obbligò d’un tributo di quarantamila fiorini annui. Il Lusignano buttossi allora coi Veneziani (1379), e ne cominciò la guerra di Cipro, secondata da leghe delle potenze terrestri. Bernabò Visconti, suocero del re di Cipro, soldava contro Genova la compagnia della Stella, che danneggiò fin i giardini e i palazzi di Albáro e di San Pier d’Arena, finchè i Bisagnini la presero in mezzo, e costrinsero a rendersi a discrezione.
Instancabile nemico ai Veneziani era Francesco Carrara signor di Padova: una volta egli arrivò a far rapire dalle loro case i senatori a sè avversi, e condurli a Padova, dove rimbrottatili aspramente, e fatto intendere che, se gli avea rapiti, più facilmente potea farli ammazzare, li dimise incolumi, ma giurati di tacere. Contro Venezia non aveva esitato a chiamare il re d’Ungheria e i duchi d’Austria, ai quali cedette Feltre e Cividal di Belluno; e adoprare a vicenda le masnade e i tradimenti: però essendo caduto prigione dei Veneziani il vaivoda di Transilvania, gli uomini di questo ricusarono di combatter più sinchè non fosse redento, onde il Carrara dovette colla corda al collo implorare la pace. Ora, profittando delle strette di Venezia, rinnovò le ostilità, appoggiato agli Austriaci, agli Ungheresi e al patriarca d’Aquileja, che flagellarono il paese colle masnade. L’ammiraglio veneto Vittor Pisani menò lungamente sui mari alla vittoria il leone; al promontorio d’Anzio, a Trau di Dalmazia vinse; e non giungendo (1378) le paghe ai soldati, impedì se ne rifacessero col rubare, ma distribuì giorno per giorno ogni suo denaro, poi gli argenti da tavola, infine una fibbia che gli restava alla cintura.