Gian Galeazzo lasciava due figliuoli in piccola età: a Gian Maria legò il ducato dal Ticino al Mincio, oltre Bologna, Siena, Perugia; a Filippo Maria il contado pavese, col resto del territorio; Pisa e Crema staccò pel bastardo Gabriele Maria: ma potea dire come Pirro, — Lego il mio scettro a chi ha miglior fendente di spada». La tutela affidò a Caterina Visconti sua vedova e a diciassette personaggi, fra cui i celebri condottieri Del Verme, Barbiano, Pandolfo Malatesta, Antonio d’Urbino, Francesco Gonzaga, Paolo Savelli, sperando sarebbero puntelli alla debolezza de’ bambini, e quasi dovessero stare obbedienti a un fanciullo come erano stati a lui. Valorosi in opere di battaglia quanto inetti al governo e scarsi di fede, i condottieri non più s’accontentavano di paghe, e volevano qualche città o territorio dove svernare: Giovanni da Pietramala occupò Narni; Rinaldo Orsini, Aquila e Spoleto; Boldrino da Panicale, molte terre della Marca; Biordo dominò Perugia, Todi, Orvieto, Nocera; il Broglia Assisi; altri altre terre, che poi non potendo tenere, vendevano ai Comuni o ai principotti vicini. Questi talora se ne sbarazzavano coll’assassinio, come fece il marchese di Macerata uccidendo Boldrino. I suoi mossero a vendicarlo con ferocia, sinchè Firenze s’interpose, facendoli soddisfare con dodicimila fiorini, e col restituire il cadavere del loro condottiero, che in una cassa essi portarono lungamente a capo dello stuolo.

I contutori di Gian Maria sdegnavano sottostare a una donna e a Francesco Barbavara di lei favorito, presidente della reggenza; e la discordia impacciava i consigli, mentre i nemici repressi rialzavano il capo; Guelfi e Ghibellini, di cui fin il nome erasi proscritto, rinvelenivano, e non più per le antiche cause della Chiesa e dell’Impero, ma per isfogo d’odj e di stillate vendette. Il Carrarese aguzza le armi non mai deposte; papa Bonifazio IX e i Fiorentini s’intendono per sottrarre ai Visconti Siena, Perugia, Pisa, Bologna; il Barbiano, accettato il comando dell’esercito fiorentino, ricupera al papa Assisi e Perugia; gli altri condottieri s’avacciano di spartire fra sè un dominio ch’essi medesimi aveano procacciato a quella casa. Era una riazione federale contro l’unità milanese.

Arte e fermezza adoprò Caterina al riparo, e con sanguinose esecuzioni sgomentò i Milanesi, che istigati da altri Visconti, dai Porri, dagli Aliprandi, eransi mossi a tumulto per imporle nuovi consiglieri. Ma tutte ormai le città aveano scossa la dipendenza, e qualche tiranno vi prevaleva sulle famiglie e sulle fazioni. I Guelfi, secondati dai Valcamuni, mandano Brescia a tale strazio, da vendersi fin carne di Ghibellini; ma Pietro Gambara, di cui s’erano macellati due figlioletti, raccolse armi e consorti a Salò, ed entrato in città prese così sanguinose vendette, che la puzza dei cadaveri contaminò lungamente l’agro bresciano e il cremonese. I Guelfi pigliano il sopravvento a Lodi con Giovanni de’ Vignati, a Piacenza e a Bobbio cogli Scotti e coi Landi; i Ghibellini trionfano a Como con Franchino Rusca, a Bergamo coi Suardi, a Cremona con Giovan Ponzone, poi con Ugolino Cavalcabò; infine Gabrino Fondulo convita i Cavalcabò e i principali del paese e li fa scannare, e guadagna così un posto fra i principi. Intanto i baroni di Sax nella Mesolcina occupano Bellinzona; Vicenza si dà ai Veneziani.

Caterina riesce a far pace col papa, che venne a recuperare Bologna e Perugia: i Fiorentini, querelandolo d’averli abbandonati, continuano la guerra e liberano Siena; ma Gabriele Maria Visconti conserva Pisa alleandosi al maresciallo Boucicault, allora vicario di Francia a Genova; poi la vende per ducentoseimila fiorini (1405 giugno), che gli sono frodati da quell’avaro francese, il quale accusatolo a Genova di tradimento, lo manda al patibolo.

A Caterina fu grande appoggio Facino Cane. Costui, dell’antica stirpe dei Cani di Monferrato, avea servito gli Scaligeri di Verona, e rimasto prigione alla battaglia di Castagnaro, accettò stipendio dai Carraresi, pei quali menò inesorabile guerra nel Friuli; assistè al marchese di Monferrato contro i signori di Savoja con tal fortuna, che quello l’infeudò di Borgo San Martino. Devastando il Piemonte fino ad Ivrea, crebbe nella stima di Gian Galeazzo, che gli diede a governo Bologna appena l’ebbe riacquistata. Col feroce diritto di un comandante militare egli vi si mantenne; e quando, morto il duca, ebbe ordine di cederla all’esercito pontifizio, per togliere la voglia d’inseguirlo pose il fuoco a trecento case. Dritte allora le bande sue contro dei rivoltosi, devastò quant’è da Parma a Cremona; Alessandria abbandonò ad orribile saccheggio, poi se ne fece signore, tenendo anche il contado di Biandrate. Pandolfo Malatesta, cognato della reggente, reclamava i soldi maturati; ond’essa l’inviò a depredare Como, dov’egli si pose governatore, come si sottomise Bergamo e Brescia, fondandovi un’altra signoria guelfa.

Ma questa fazione perdeva allora un gran capo. Francesco Novello de’ Carrara sodatosi in Padova, e conciliatosi con Guglielmo bastardo di casa della Scala, gli avea dato mano nel recuperare Verona; poi come questo morì (1404 7 aprile) (dissero di veleno), Francesco Novello se la prese (maggio), a scapito de’ figli di esso, Antonio e Brunoro, e della Visconti. Ma già i Veneziani, istigati dalla duchessa, aveano rotta guerra al Carrarese assoldando il Malatesta, il Savelli ed altri condottieri; e per quanto egli raddoppiasse d’attività, il numero superiore de’ nemici e la peste lo costrinsero a cedere (1406). Recatosi a Venezia, ivi fu sostenuto, e dai Dieci condannato al patibolo coi suoi figliuoli, e bandita una taglia sul capo dei due che eransi salvati in Firenze, e Carlo Zeno, il più grande uomo di Venezia, accusato d’aver ricevuto quattrocento ducati dal Carrarese, benchè adducesse non esser quelli che la restituzione d’un prestito, nè stesse altra prova contro della sua illibatezza, fu escluso d’ogni impiego e condannato a due anni di prigionia. I figli di Guglielmo della Scala, sottrattisi dal carcere in cui gli avea chiusi il Carrarese, chiesero venir restituiti nel possesso di Verona; e la Signoria veneta rispose col mettere a prezzo la loro testa. San Marco trovossi possedere Treviso, Feltre, Belluno, Padova, Vicenza, Verona: funesti acquisti, che lo mescolarono alle vicende italiane; e subito fu costretto difenderli contro dell’imperatore Sigismondo, che avea mandato a invadere il Friuli Filippo Scolari fiorentino, da lui creato span e perciò detto Pippo Span.

Fra tanti nemici esterni ed interni la duchessa di Milano non credea poter sostenersi che collo sgomento; e un giorno fece trovare davanti a Sant’Ambrogio (1404 8bre) cinque cadaveri, vestiti di nero e senza testa. Il popolo, invece d’atterrirsi, s’indigna, caccia lei col Barbavara suo favorito: Gian Maria dichiarato maggiore, la fa imprigionare, e forse uccidere; poi, per iscagionarsi del parricidio, ne imputa Giovanni Pusterla castellano di Monza, lo fa sbranare con tutta la famiglia da’ suoi cani, e perchè questi parvero intenerirsi all’aspetto d’un costui figlio dodicenne, ordinò di scannarlo.

Imperocchè Gian Maria non pareva aspirare all’autorità che per ordinare supplizj; e resisi amici i soldati e i cortigiani col tollerarne le trascendenze, la diede per mezzo a tutte le sevizie e lubricità; teneva cani addestrati a saltare alla vita di chi esso accennava, e collo Squarciagiramo suo canattiere andava la notte per città aizzandoli or su questo or su quello. Feroce coi sottomessi, codardo coi forti, dalla tirannia de’ condottieri non sapeva schermirsi col congiurare. Per soldare le costoro bande voleansi denari, ed egli ne estorceva senza badare a qual modo, sino a proibire di rendere giustizia a chi non avesse pagato le taglie; appaltò non solo le regalie, ma i beni suoi allodiali alla città, patto che questa gli desse sedicimila fiorini il mese, di cui duemila per sè e la corte, il resto ai soldati: eppure que’ mercenarj derubavano le case signorili, i mercanti, le barche sul Po. Si volle darne colpa ai consiglieri, e per costringere il duca a mutarli, Facino Cane e Pandolfo Malatesta batterono le sue guardie e lui assediarono in città, dal castello scaricandogli bombe e cannoni, invenzione nuova e perciò meno micidiale, ma più spaventosa. Se n’indignò il Del Verme, capitano di morali sentimenti, e risoluto di risarcire l’autorità del duca, sconfisse Facino (1407); ma avea dovuto valersi delle bande del feroce Ottobon Terzo signore di Parma e Reggio, il quale in compenso della vittoria domandò di saccheggiare Milano; e perchè il Del Verme si oppose, uscì ad osteggiare Guelfi e Ghibellini.

A Milano tutto era sgomento, disordine, sangue. Una affollata di poveri gridando Pace pace si strinse attorno al duca che cavalcava, ed esso li fece assalire da’ suoi seguaci, talchè duecento ne perirono; e proibì di proferir la parola pace, nemmanco nella messa. Eppure fu costretto cercarla, rimovere i suoi istigatori, perdonare a’ Ghibellini, e ricevere un governatore di questi e uno de’ Guelfi.

Il Del Verme, disperando del paese natìo, passò al soldo de’ Veneziani, e perì combattendo i Turchi. Facino Cane, conte di Biandrate, signore di Tortona, Novara, Vercelli, Alessandria e delle rive del lago Maggiore, rapì a Filippo Maria la reggenza di Pavia dopo che l’ebbe mandata a sacco, costrinse Gian Maria a cedergli anche quella di Milano, e teneva entrambi non solo in soggezione ma in istrettezza fin del necessario. Accingevasi a togliere Bergamo e Brescia al Malatesta, quando si malò a morte. A quest’avviso i Milanesi ghibellini, come Mantegazza, del Majno, Pusterla, Trivulzj, Baggio, Concorezzo, Aliprandi, si sbigottirono di dover trovarsi nuovamente in arbitrio del tiranno, che a tutti aveva ucciso o il padre o i fratelli, sicchè strettisi insieme a congiura, nella chiesa di San Gotardo (1412 16 maggio), trucidarono Gian Maria. Avea ventiquattr’anni; e solo una meretrice gittò qualche fiore sul colui cadavere; lo Squarciagiramo fu trascinato a strapazzo, poi alla forca.