Questo potere dispotico, come nella Roma antica, derivava dalla potenza del capitano; e non distruggeva le forme repubblicane, ma le privava d’ogni efficacia. Al popolo rimaneva ancora il diritto di scegliere il principe; e disgustato dell’uno, protestava che, morto lui, mai più non ne vorrebbe altro; poi, appena morto questo, correva ad eleggerne un altro, anzi il figlio o il fratello di quello, per la ragione che suo padre o fratello era stato cattivo. Il ragionamento sa di strano, ma si fa tutti i dì.

Per tal modo i Milanesi si erano in cent’anni avvezzati a credere necessario il principato, e supporvi quasi un titolo ereditario alla casa Visconti. Se non che poteano sempre dir di no; e questo pericolo, per quanto remoto, turbava i sonni a Gian Galeazzo, il quale, per non tenersi conoscente del titolo all’elezione popolare, preferì riceverlo dall’imperatore.

Federico Barbarossa a Costanza riconosceva liberi i Lombardi: in conseguenza gl’imperatori non aveano potere diretto su di essi, nè mai pretesero considerarli come un feudo, di cui potessero disporre. Quando dunque Galeazzo offrì all’imperatore Venceslao centomila zecchini se lo eleggesse duca di Milano, questo (1395 maggio) non esitò un istante ad esaudirlo[9]. Galeazzo, scaltrito che più dei forni usati da’ suoi predecessori, incatenerebbero il popolo le feste, ne preparò di suntuosissime. Sulla piazza di Sant’Ambrogio ove si coronavano i re d’Italia, il nuovo duca fu messo in trono, poi a ginocchi dal messo imperiale ricevette il manto e una corona che valea ducentomila fiorini; e canti, e messe solenni, cavalcate, giostre, corte bandita, regali da non dire, e «allo spettacolo de tanta solennitate vi concorse quasi de tutte le nazioni de Cristiani ed anche gl’Infedeli, in modo che ciascuno diceva non più potere maggiore cosa vedere»[10].

Questa Lombardia che vedemmo sminuzzata in tante repubblichette quanti erano i Comuni che si governavano e amministravano alla domestica, veniva dunque a fondersi in un ducato, che, oltre la capitale, comprendeva Lodi, Crema, Cremona, Bergamo, Brescia, Como, col lago suo e quel di Lugano e con Bellinzona, Bormio e la Valtellina, Novara, Alessandria, Tortona, Vercelli, Pontremoli, Bobbio, Sarzana, Verona, Vicenza, Feliciano, Feltre, Belluno, Bassano colla riviera di Trento, Parma, Piacenza, Reggio, Arezzo; inoltre una contea in cui Pavia, Valenza, e Casale; e la contea d’Angera, titolare dell’erede. Gian Galeazzo possedeva altresì Perugia, Nocera, Spoleto, Assisi; oltre Asti ed Alba, che diede in dote alle due figlie. E tutto questo paese, divenuto retaggio d’una famiglia, passò dappoi a chi avesse più forza per occuparlo, o più astuzia e fierezza per tenerlo oppresso.

Forte spiacque ai Tedeschi l’alienazione di questo ducato, che essi amavano considerare per feudo imperiale; e fu uno degli aggravj di cui più caricassero Venceslao quando lo scoronarono (1401). Roberto conte palatino sostituitogli dovè promettere di venire in Italia e annichilare la sovranità de’ Visconti; sicchè alleatosi col signore di Padova, e accomodato di ducentomila fiorini da Firenze, spedì ambasciatori a far l’intimata a Galeazzo. Questo per tutta risposta si cinse de’ migliori capitani di ventura; e Roberto entrato sul territorio di Brescia (8bre) che era sorto a rumore, ed assalito da Facino Cane e Jacopo Del Verme, provò come la cavalleria italiana fosse superiore alla tedesca, la quale sarebbe ita in piena rotta se Francesco Novello non la sosteneva con uno squadrone italiano. Roberto, perduti mille cavalli e molti prigionieri, e abbandonato dai vassalli, se ne partì con ignominia (1402).

Così e l’assalto e la difesa dipendeano da capitani di ventura, de’ quali i migliori tenevasi intorno Galeazzo, e per opera loro ricuperò la sempre ribramata Bologna. Questa era tuttora divisa fra gli Scacchesi capitanati da Gozzadini e Zambeccari, e i Maltraversi che coi nobili aveano a capo Giovanni Bentivoglio, il quale (1401) riuscì a farsene dichiarar signore. Con ciò Firenze perdeva la sua più costante alleata: ma Galeazzo mandò contro al Bentivoglio il Del Verme e il Barbiano, e per quanto egli si difendesse valorosamente, fu fatto prigione ed ucciso (1402 giugno); e Galeazzo, gridato signore, fece al solito costruirvi una fortezza.

Insomma costui finiva di sotterrare le repubbliche nostre. Pisa gli era stata venduta da Gerardo Appiano; Siena e Perugia lo chiamarono signore, mentre Genova si metteva sotto al re di Francia; Roma era peggiorata dallo scisma papale; a Napoli la servitù non restituiva la pace; Venezia non s’accorgeva della necessità di farsi propugnatrice della libertà italiana; sola conservava l’alito repubblicano Firenze, ma sentendosi ricingere dalle insidie del Visconti, tremava: quando la peste, più volte ridestatasi in quel secolo, troncò a Gian Galeazzo le ambizioni e la vita di soli quarantanove anni (3 7bre).

Fu dei più splendidi signori d’Italia, ricco di politici accorgimenti quanto povero di valore personale e di lealtà, alla libidine del possedere sagrificando giustizia, fede, utile de’ popoli, e adoprando mirabilmente gli uomini di pace e di guerra. Abile a mascherare la servitù, migliorò l’amministrazione coll’arte de’ registri e de’ protocolli serviti da interminabili scrivani, computisti, notaj: alleviò dai dazj più odiosi, molti scarcerò, fece riformare gli statuti, si tenne attorno dotti e letterati, quali Baldo giurista, il Fulgoso, Signorolo Amadio, Ugo da Siena e Biagio Pelacane matematici, i medici Marsiglio da Santa Sofia, Sillano Negro, Antonio Vacca, il filologo Emanuele Crisolara, il teologo Pietro Filargo; ridestò l’Università di Piacenza, a quella di Pavia unì una biblioteca, fondò un’accademia di belle arti, e raccomandò il suo nome a due dei più insigni monumenti dell’Alta Italia, il duomo di Milano e la Certosa di Pavia, dedicati a Maria nascente e a Maria delle Grazie. Nè avrebbe fallito d’insignorirsi di tutta Italia, se non avesse trovato sulla sua strada i Fiorentini e Francesco de’ Carrara, o quella fatalità che attraversò sempre chi vi si accinse.

A’ suoi funerali, dal palazzo in castello s’avviò una processione verso il duomo così lunga, che appena si terminò in quattordici ore. Innanzi alla croce venivano connestabili, scudieri e cavalieri; e quaranta personaggi della famiglia Visconti, ognuno accompagnato da due ambasciatori di estere potenze; indi gran numero d’altri ambasciadori e nobili forestieri, e dieci deputati da ciascuna delle quarantasei città soggette[11], oltre una folla di primati e nobili di queste; poi tutti gli ordini religiosi (e non erano pochi), canonici regolari, clero secolare, gli abati dei monasteri ed i vescovi di tutte le diocesi suddite. Seguivano le insegne della città, portate da ducenquaranta uomini a cavallo, cui tenevano appresso otto altri pure a cavallo, colle insegne ducali, poi due mila persone in gramaglie, con sul petto e sulle spalle le armi della vipera, del ducato di Milano e del contado di Pavia, ciascuno con grosse torchie alla mano. Dietro al clero ed ai canonici della metropolitana appariva l’arcivescovo fra’ suoi suffraganei. La bara portavano principali signori forestieri, sotto a un baldacchino di broccato d’oro foderato d’ermellini, e tutt’intorno cortigiani a bruno, i quali, dodici alla volta, sostenevano gli scudi delle insegne e delle imprese adottate dal duca. Duemila altre persone in corrotto chiudevano la processione. Giunti al tempio e fatta l’oblazione di tutti i ceri, delle insegne ducali, delle armi e dei cavalli che le portavano, si celebrarono gli uffizj di suffragio attorno ad un mausoleo ornato di vessilli e bandiere, sovra il quale posava il feretro: nè mancava una pomposa iscrizione, attestante le virtù che il duca ebbe o doveva avere, e il pianto de’ sudditi orbati del padre; frasi per tutti. Finito ogni cosa, il corteo fece tragitto al palazzo ducale, ove fu recitata una non men pomposa e altrettanto veridica orazione, che faceva risalire la dinastia Visconti fino ad Ettore ed Enea.

Avea disposto si recassero le sue viscere a San Jacopo di Galizia, le ossa alla Certosa di Pavia, alla quale lasciò estesissimi possessi per finirne la fabbrica, e poi farne le limosine, che seguitarono finchè l’istituto durò. In quel tempio, gli fu dunque eretto un mausoleo di marmo bianco, coll’effigie sedente, la storia delle sue imprese, e bassorilievi, e gli stemmi di tutte le città obbedienti al suo comando: uno de’ più insigni monumenti dell’arte italiana. Commines, arguto politico e storico francese, colà vide quelle ossa poste più alte che l’altare, e udì da un frate intitolarlo santo. «Ed io (racconta) gli chiesi all’orecchio perchè mo lo chiamasse santo, mentre potea vedere all’intorno le armi di molte città da lui usurpate senza diritto; ed egli mi rispose sotto voce: Noi in questo paese chiamiamo santi tutti quelli che ci fanno del bene»[12].