Case d’Angiò e di Durazzo.
Carlo di Francia 1266-85
Carlo II lo Zoppo 1285-1309
Carlo Martello re d’Ungheria
Caroberto re d’Ungheria
Luigi re d’Ungheria
Andrea 1º marito di Giovanna I
Roberto il Savio 1309-43
Carlo duca di Calabria
Giovanna I 1343-81
nel 1380 adotta Luigi d’Angiò figlio di Giovanni II re di Francia
Luigi II
Luigi III nel 1423 adottato da Giovanna II
Renato 1435-42
Maria
Filippo principe di Taranto
Luigi 2º marito di Giovanna I
Roberto conte di Acerra 2º marito di Maria
Margherita moglie di Carlo III
Giovanni duca di Durazzo
Carlo duca di Durazzo 1º marito di Maria
tre figlie
Luigi conte di Gravina
Carlo III della Pace 1381-86
Ladislao 1386-1414
Giovanna II 1414-35
Nel 1420 adotta Alfonso re di Aragona e di Sicilia 1442-58

Allo spettacolo di tante irrequietudini, è facile esclamare contro il governo repubblicano; e il Denina, «per far comprendere quanto sia meglio del popolare il governo monarchico ereditario ed assoluto per la quiete e felicità pubblica», oppone a que’ trambusti «il regno di Napoli, ove, da che i principi angioini si furono stabiliti, si godè internamente pace tranquilla»[20]. Vediamo se il fatto sia così.

Roberto, che tutta la lunga vita stette a capo della parte guelfa in Italia, ampiamente estendendo l’autorità e nulla i dominj, fu poco lodato in tempo che l’ammirazione si dirigeva al valor militare, e si appropriò a lui il motto di Dante, essersi fatto re chi era piuttosto da sermone[21]. Amò cordialmente la pace; eppure vedemmo quante guerre cagionasse o sostenesse. Tentò anche ricuperar la Sicilia, e soccorso da suoi alleati e da truppe di Provenza e di Piemonte, la assalì con quarantaduemila uomini, settantacinque galee, tre galeoni, trenta vascelli da trasporto, trenta sagittarj e censessanta barche coperte; ma prima la tempesta, poi il clima mandarono in dileguo tanto apparato; i ripetuti suoi assalti non fecero che sperperare il paese, e re Federico tenne testa.

Per lasciare in quiete i suoi, Roberto si valse delle truppe mercenarie, cercando denari in ogni guisa, fin col permettere ai giudici di commutare varie pene in multe: così disavvezzava i sudditi dalle armi. Pio al modello di san Luigi di Francia suo zio, assegnò ogni mese tremila ducati a eriger chiese e conventi, e comprare beni per frati e monache; ottenne dal sultano d’Egitto che dodici Francescani fossero addetti al santo sepolcro, come sempre si è continuato; fabbricò superbamente Santa Chiara, sua cappella regia, dove poi fu sepolto con immenso mausoleo e compendioso epitafio[22]. Dotto, e dei dotti protettore, «o fosse (dice il Petrarca) occupato negli affari di guerra o di pace, o si ristorasse dalle sofferte fatiche, giorno e notte, passeggiando e sedendo, volle sempre aver libri. Prendeva argomenti sublimi al suo ragionare; e benchè scarsa e quasi niuna occasione ne avesse, protesse con regia munificenza gl’ingegni del suo secolo. Non solo udiva con singolare pazienza coloro che gli recitavano lor composizioni, ma gli applaudiva ed onorava del suo favore. Così continuò fino all’estremo: già vecchio, filosofo e re, qual egli era, non vergognossi mai d’imparare, nè mai gl’increbbe di far parte agli altri di ciò che avesse imparato, ripetendo che coll’apprendere e coll’insegnare l’uomo si fa saggio. Que’ medesimi che, o per odio o per prurito di maldicenza, cercano sminuirne le lodi, non gli contrastano quella della dottrina. Egli peritissimo nelle sacre scritture, egli spertissimo ne’ filosofici studj, egli oratore egregio, egli dottissimo nella medicina, solo la poesia coltivò poco; di che, come gli ho udito dire, si pentì in vecchiezza»[23].

Collocò nell’Università i migliori maestri, fece voltar in latino Aristotele e Galeno; insigni giureconsulti illustrarono il suo regno, quali Bartolomeo da Capua suo protonotaro e consigliere, Nicola d’Alife segretario della regia cancelleria, Andrea d’Isernia detto il principe, l’auriga, l’evangelista de’ feudisti, Luca da Penna ed altri, noti tra la folla de’ commentatori. Di regolari magistrati e di opportune leggi confortò il Reame. Il clero, depresso dagli Svevi, poi rialzato sotto gli Angioini fino a sottrarsi d’ogni giurisdizione regia, fu da lui sottomesso ai magistrati in casi d’ingiurie e violenze.

Ma o perchè Roberto si trovasse occupato altrove, o perchè rifuggisse dal disgustarli, atteso la vicinanza dell’emula Sicilia, i baroni crescevano di potere e d’arroganza; circondatisi di clienti e vassalli, nei loro castelli ricoveravano malfattori; non essendovi chi osasse più chiamarli in giudizio, trascorrevano ad ogni eccesso; tornavano sulle guerre private, eludendo e le commissioni cioè lettere arbitrarie del re, e le minaccie della Corte di Roma, e il rigore de’ giustizieri. Anche i banditi crebbero tanto, che bisognò contro di essi inviare regolari eserciti, ma con poco profitto, essendo protetti dai baroni.

A ben peggio si cascò allorchè Roberto, dopo trentaquattro anni di regno, morì (1343). Del perduto figliuolo eragli rimasta Giovanna, alla quale volendo togliere un competitore e procurare un appoggio domestico, destinò sposo Andrea, nato da Caroberto re d’Ungheria, figlia del suo fratello maggiore Carlo Martello (t. VII, p. 384); e lo fece educare a Napoli perchè acquistasse i modi e l’amore de’ futuri sudditi. Cure al vento. Quando successero nel regno e ne’ tesori, Giovanna era sul toccare de’ sedici anni, e di qualche mese minore il marito; e la splendidezza di loro reggia non avea pari in Europa, eccetto quella d’Avignone. Ivi Sancia da Majorca vedova di Roberto, Caterina imperatrice titolare di Costantinopoli, Margherita di Táranto regina vedova di Scozia, teneano altrettante corti; Maria, sorella di Giovanna, segretamente maritata a Carlo duca di Durazzo, sfavillava di bellezza e ingegno; Agnese di Périgord, madre di questo, compiva il regio circolo; e tutti lusso a gara, e feste, comparse, raffinatezza, amori rinterzati, intrighi inverecondi; inciampi alla fragile Giovanna. Andrea, candido uomo e dolce, non avea dismesse le grossolane usanze magiàre, tratto inelegante, strani gusti, umore indolente; e pretendendo gli competesse il regno non per la moglie, ma per diritto ereditario, non rassegnavasi alla superiorità pretesa da questa. Adunque due fazioni divisero la Corte e tutto il regno; e la ungherese crebbe pel favore del papa e più per la sventataggine di Giovanna, che non soffriva gli affari la distraessero dagli spassi, ne’ quali accoppiava la ricercatezza della letterata pulizia italiana colle pompe di Germania e Provenza; e la recita dei sonetti del Petrarca e delle novelle del Boccaccio alternavansi coi giuochi floreali, co’ tornei, colle corti d’amore. Frà Roberto, zoccolante ungherese, maestro d’Andrea e potente sopra la regina, a cavalcione dei due partiti, diveniva arbitro del regno. Petrarca, che allora vide quella Corte, prega il Cielo che campi l’Italia da simili disastri; esser Napoli una Mecca, una Babele ove Cristo s’insulta, fede non v’è, nè giustizia o pietà; i dominatori sono Falaridi, Dionigi, Agatocli; ma singolarmente inveisce contro il frate, sporco, stracciato, brigante, superbo. — Retorica.

Andrea, impacciato fra le cortigianerie, indispettito degli amori di Giovanna col cugino Luigi duca di Táranto, volle essere consacrato prima dei ventidue anni prefissigli da Roberto, e alla coronazione fece drappellare ceppo e mannaja, come ad esprimere ne userebbe contro gli offensori. Chi vuol fare non minacci. Quei che avevano motivo a temerne, congiurarono, capo il conte d’Artusio figlio secreto di re Roberto, e Filippina la Catanese, lavandaja, venuta balia di Luigi, e diventata confidente della regina; Giovanna, se non consentì, almeno non ostò che Andrea fosse strangolato e gittato da un terrazzo (1345 20 agosto).

Nessuno tolse da senno a farne processo e giustizia; solo il papa, come alto signore del Regno, commise a Bertrando Del Balzo, gran giustiziere, di cercare i colpevoli: e costui, sciorinando uno stendardo ov’era effigiato l’assassinio, si trasse dietro il vulgo fin al palazzo; nè la regina valse a impedire che la Catanese e i complici, dopo orribili torture, fossero appiccati ed arsi. Giovanna intanto sfacciatamente sposava (1347) il duca di Táranto; poi presentendo la guerra civile, facea levata di vassalli e partigiani; e a Luigi il Grande re d’Ungheria, maggior fratello di Andrea, scriveva scusandosi innocente. Il quale le rispose: — Il disonesto tuo vivere, il ritenere la podestà regia, la negligenza in punire il misfatto, le non chieste scuse, ti palesano partecipe e rea dell’assassinio; nessuno sfuggirà alla vendetta divina e all’umana».

Esso Luigi tiene posto segnalato fra i re dell’Ungheria, la quale, di fresco sbarbarita nè ancora spossata dalla viziosa costituzione, al tempo di lui si collocò fra le primarie potenze d’Europa. Egli era al tempo stesso re di Polonia, sovrano della Bosnia, della Servia, della Bulgaria, della Moldavia, della Valachia, onde estendeva i dominj sulle genti slave dall’Adriatico al mar Nero e alla foce della Vistola; rispettato dai Tedeschi, temuto dagli Italiani. Chiese al papa dichiarasse Giovanna immeritevole del regno, e ne investisse lui stesso, che s’accingeva con un esercito a far giustizia. E benchè il papa, che avea levato al sacro fonte un figlio postumo d’Andrea, tentasse indurlo a rimettere la cosa al suo tribunale, egli pose in pegno fin le gioje di sua moglie[24], e mosse a questa volta.