I Napoletani si erano divezzi dalla guerra: la gente di villa non conosceva arme, nè portava in mano che una mazza di legno per difendersi dai cani; invece di giacere alla serena, piacevansi di letti soffici e di piumacci, e sempre erano a pettinarsi e lavare il viso a mo’ di donne[25]. Non si potea dunque far conto che sui venturieri; ed era a temere che i Siciliani, per isfavorire Napoli, dessero mano agli Ungheresi. Pertanto Giovanna pattuì con quelli pace intera e assoluta indipendenza; poi diffidando de’ pochi partigiani, all’avvicinarsi del vindice fuggì in Provenza (1348).

Luigi, vincitore senza aver combattuto, volle vedere il terrazzo donde era stato precipitato Andrea, e quivi, rinfacciando il misfatto a Carlo di Durazzo che invano se ne giura incolpevole, lo fa stender morto e trabalzare anch’esso nel giardino; molti creduti complici manda al supplizio; gli altri reali spedisce in Ungheria. Entrato in Napoli da conquistatore, attende a far processi, colloca a governo Ungheresi e a reggente Stefano Laszk, principe transilvano; ma poichè la peste cominciava, congeda le truppe e torna in Ungheria.

Paese facile a conquistare, difficile a conservare. Il papa negò a Luigi l’investitura nè di Napoli nè della Sicilia finchè Giovanna non fosse regolarmente convinta rea. I Napoletani, ben presto disgustati dei forestieri e rimpiangendo le allegrie dell’antica Corte, invitavano la regina, la quale dalle indagini fatte risultava innocente del sangue d’Andrea. Assolta dunque dal papa che ne convalidò il nuovo matrimonio, ella s’accinse a ricuperare il regno; vendette al papa la città d’Avignone per ottantamila fiorini, e impegnò le gioje onde far denaro; e assoldate truppe, coll’assistenza di Nicolò Acciajuoli illustre fiorentino ricuperò il paese (1350), salvo alcuni castelli. Intrepidamente frivola fra tanti pericoli, colle allegrie stordiva sè e i sudditi; intanto che re Luigi sopragiungeva con trenta o quarantamila Ungheresi.

Costoro, naturati coi loro cavalli, su cui fin da fanciulli viveano, usavano unica difesa un giubbone di cordovano rinterzato, unica offesa l’arco e lunga spada; selle e gualdrappe la notte scusavano di letto e di copertura al cavaliero, il quale portava allato carne secca polverizzata, che con poca acqua calda riduceva a bibita sostanziosa. In tal modo aveano guerreggiato con Bulgari, Russi, Tartari, Serbi, in pianure patenti ove il pascolo abbonda; ma gl’Italiani distruggevano le proviande, e chiudevansi in terre castellate, di modo che gli Ungheresi consumavansi per difetto di foraggi; e sebbene i nostri potessero a pena sellare tre o quattromila cavalli, le ordinanze massiccie e le solide armadure nostrali presentavano intoppo inaspettato. Gli stranieri malmenarono il Reame, e lo presero tutto, eccetto Gaeta ove s’erano ridotti Giovanna e il suo sposo: ma poichè fame e peste li decimavano e il tempo del servizio militare scadeva, Luigi (1351) dovette accettare una tregua, patto che il papa facesse riassumere a processo la regina; e se fosse chiarita colpevole, il regno cadesse al re d’Ungheria; se innocente, questi cederebbe a lei le piazze per trecentomila fiorini. Giovanna a prova di testimonj giurati dimostrò che un filtro l’aveva distolta dall’amare Andrea, e fu dichiarata inconscia dell’assassinio di questo; laonde Luigi cedette le piazze, e neppur volle il pattuito compenso, dicendo: — Guerreggio per giustizia, non per guadagno». Giovanna tornò regina (1352), e Luigi di Táranto fu coronato.

Fra ciò la Sicilia compiva le sue sorti separatamente dalle italiche. I baroni, che erano stati repressi dagli Svevi, nella guerra succeduta ai Vespri sentirono d’esser necessarj; e straordinariamente compensati degli straordinarj servigi, talmente inorgoglirono, che appena soffrivano d’essere inferiori al re; e sotto al debole Pietro II (1337), figlio e successore di Federico I d’Aragona, pretendevano rendere ereditarie le cariche più alte. Colle estese parentele e colla clientela de’ popolani, ogni casa faceasi centro di partiti, che ruppero a guerre sotto il nome e la capitananza degli Alagona e dei Chiaramonti di Modica, dei Palici e dei Ventimiglia di Geràci; tanto che tutta quella costruttura di Federico I 1342 andò a fascio, nè quasi ombra rimaneva di governo centrale. Sotto Lodovico, succeduto quinquenne (1355) al padre in tutela del giustiziere Blasco d’Alagona, e sotto Federico II suo fratello sottentratogli di tredici, e indicato col titolo di Semplice, raffittirono le guerre da casa a casa; e «tanto mortalmente crebbe il furore delle loro parti, che senza alcuna misericordia, come salvatiche fiere, ovunque s’abboccavano s’uccidevano per agguati, per tradimenti; e per furti di loro tenute continovo adoperavano il fuoco e il ferro,..... e tanto si disusarono i campi della coltura, tanto si consumarono i frutti raccolti, che l’isola, per addietro fontana d’ogni vittuaglia, per inopia e per fame faceva le famiglie de’ suoi popoli in grande numero pellegrinare negli altri paesi»[26].

Ai re di Napoli il momento parve buono per far valere le ragioni che avevano dissimulate, non deposte; e Giovanna occupò Messina (1353), promettendo alzarla capo della Sicilia; ma Chiaramonti e Ventimiglia s’accordarono per ricuperarla. A Giovanna, padrona della Provenza e di Napoli, sarebbe stata necessaria una bella marina; ma le guerre non le permisero mai d’allestirla, anzi lasciò disfarsi ogni resto dell’antica potenza marittima di que’ paesi. Bisognosa di navi, ne chiese quindici in dono da Lodovico d’Aragona, a tal prezzo rinunziando i diritti sull’isola, nè riservandosi che l’annuo tributo di tremila once. Ai Siciliani parve baratto codardo questo riconoscere il regno come dono della signora nemica; eppure ciò poneva fine alla lunghissima guerra di Sicilia, costata tanto denaro e sangue: la soggezione non fu che nominale, nè mai pagato il tributo.

Giovanna e Luigi di Taranto sedevano sul trono napoletano; ma che poteano essi in regno sbranato dalle parzialità, e dove i baroni non voleano deporre le armi, impugnate ne’ passati trambusti? Alcuni scontenti v’invitarono la banda del conte Lando, che si rese terribile ad amici e nemici: e per rimandarla si dovettero imporre straordinarj accatti, e sospendere il consueto tributo al papa, che perciò ebbe a mettere il regno all’interdetto. Luigi di Táranto, vagheggino da nulla, morì di quarantadue anni (1362); e Giovanna, ad istanza de’ baroni, sposò Giacomo III d’Aragona, re titolare di Majorca; ma il tenne appartato da ogni autorità, e per lo più in Ispagna, finchè morì (1374) senza farla madre. Essa contava quarantasei anni; tutti i suoi figli erano morti; la sorella Maria non avea che tre figliuole, una delle quali, Margherita, fu da Giovanna designata a succederle, sposandola al cugino Carlo, figlio dell’ucciso duca di Durazzo, e che fu poi conosciuto col nome di Carlo della Pace; uom bello, attraente, ma profondamente simulato, e pronto sempre a rinegare la propria parola. Ma l’intrinsichezza di questo con Luigi il Grande, sotto del quale campeggiava in Ungheria e nel Friuli, ingelosì Giovanna, che repente concesse la mano (1376), non il titolo regio ad Ottone di Brunswick, che allora dimorava in Piemonte qual tutore del marchese di Monferrato.

Era il momento che contendeasi pel successore di papa Gregorio XI; e Giovanna, favorendo Clemente VII, antipapa, diede impulso al grande scisma d’Occidente; lo perchè Urbano VI la proferì scomunicata e decaduta dal regno e da tutti i feudi, ed eccitò contro di lei Carlo della Pace, di cui essa aveva deluso le aspettative. Il popolo napoletano bolliva contro la regina perchè fomentasse lo scisma, e acclamava il papa vero, e saccheggiava i palazzi; i baroni si combattevano fra sè con grandi eccidj, e la regina non potea che perdonarli e farli giurar paci che al domani erano violate. A tanti pericoli sentendo non bastar sola, essa cercò un appoggio coll’adottarsi erede Luigi d’Angiò (1380), secondogenito di Giovanni II re di Francia; seme che dovea fruttare due secoli di guaj al Reame. Esso Luigi per far denari s’appropria il tesoro regio di Francia, smunge province, sacrifica gli Ebrei, sottrae le paghe ai soldati, impone a Parigi una tassa su tutti i comestibili; e perchè il popolo ne tumultuava, fa buttar nel fiume i capi delle arti.

Come Urbano VI a Carlo, così Clemente VII favorì all’Angioino, assentendogli le decime sulle entrate ecclesiastiche in Lingua d’oc e in Lingua di sì, e persino a favore di lui ergendo in regno d’Adria lo Stato ecclesiastico, salvi il Patrimonio di San Pietro e la campagna di Roma: così sagrificando l’indipendenza dello Stato ecclesiastico. La morte del genitore trattenne Luigi d’Angiò in Francia; e intanto Carlo, sollecitato dalle solite speranze dei profughi, colle bande venturiere del Barbiano e dell’Acuto mosse ver Roma, dove, incoronato da Urbano VI, e fornito di ottantamila fiorini col togliere gli ori e fin i vasi sacri dalle chiese, dopo ronzato due anni coll’esercito a ruina degl’italiani, penetrava nel Reame (1381). Dal popolo, inusato alle armi, non soffrì resistenza; i baroni volevano male a Giovanna dell’essersi eletto successore uno straniero; la Città dividevasi tra Angioini e Carlisti, tra Urbanisti e Clementini; talchè impossibile era la difesa, e Carlo, fra i mirallegro entrò in Napoli. La regina, chiusasi nel Castel Nuovo, non ricevendo i soccorsi aspettati, si arrese. Carlo le fece onore: ma spargendo ch’ella il guardasse come un ladrone, e contro di lui sollecitasse continuamente Luigi d’Angiò, la fece strozzare (1382). Comunque d’indole generosa, ingenua, amorevole[27], colla inescusabile giovinezza e più col variare dei mariti e degli eredi ella sovvertì allora e poi il Reame. Sua sorella Maria di Durazzo non tardò a seguirla, e nel costei sepolcro spegnevasi la discendenza di re Roberto.

Luigi avrebbe voluto rimanere in Provenza a raccorre la porzione più solida dell’eredità di Giovanna; ma l’antipapa Clemente, per contrariare al favorito di Urbano VI, lo spingeva a vendicare la sua benefattrice, e conquistarsi così ricca corona. Egli dunque coronato in Avignone re di Sicilia, di Napoli, di Gerusalemme, con bello e forte esercito, con Amedeo VI conte di Savoja, e col favore di Bernabò Visconti che sposò una figlia a un figlio di lui, e assistito dai malcontenti, calò per Italia, e due anni continuò guerra a Carlo della Pace. Questi, non sostenuto dai baroni, sì bruciato di denaro che derubò alla dogana i panni de’ Fiorentini, Pisani e Genovesi onde distribuirli a’ suoi fedeli, conobbe l’opportunità d’evitare gli scontri, e secondo i consigli di Alberico da Barbiano, da lui fatto connestabile del regno, aspettò che le malattie logorassero gli uomini, i cavalli, il tesoro del nemico. Di fatto quel floridissimo esercito fu ben presto a tal miseria, che i migliori cavalieri montavano asini; il duca avea venduto vasi, gioje, fin la corona, nè copriva la corazza se non d’un cencio dipinto; alfine morì di febbre a Bari; gli altri o perirono (fra questi Amedeo di Savoja, a Santo Stefano in Puglia, 1384 12 marzo), o tornarono accattando e rubando.