Più colla politica che col valore avea trionfato Carlo, nè però ebbe calma; e la fazione angioina, fedele al fanciullo Luigi II, erede della Provenza e delle pretensioni dei defunto duca, lungamente sconvolse il Regno. Inoltre egli si guastò affatto con papa Urbano, che essendosi piantato a Napoli, pretendeva esercitarvi padronanza, e voleva investisse a un tristo suo nipote il principato di Capua e d’Amalfi, e altri possedimenti promessi quando fu coronato: onde tempestò fra guerre e scomuniche scandalose, peggiorate dalla peste che in quegli anni rinnovò i guasti per tutta Italia. Carlo, inorgoglito dalla vittoria, era meno che mai disposto ad ascoltare le rimostranze del pontefice che pretendeva moderasse le molteplici imposte sul Regno: onde Urbano si chiuse in Nocera, pose alla tortura alcuni cardinali imputati di congiura, e scomunicò Carlo, il quale a vicenda tormentava i prelati napoletani che obbedissero all’interdetto, e mandò l’esercito ad assediare l’ostinato pontefice. Questi s’affacciava ogni tratto al balcone col campanello e colla torcia accesa scomunicando l’esercito del re, finchè dopo sei mesi vennero in soccorso truppe mercenarie, che lo trafugarono verso Salerno, d’onde s’imbarcò anelando vendetta (Cap. CXVII).
Alla sorte del Reame venne a recare nuovi viluppi la morte di Luigi il Grande d’Ungheria. Aveva egli menato frequenti guerre con Venezia, la quale conservava sempre il titolo di signora di Dalmazia, di Croazia e d’un quarto e mezzo dell’impero d’Oriente; mentre esso re, dacchè pretese al Napoletano, avrebbe trovato opportunissimo possedere Zara, anello fra i suoi paesi e la Puglia. Tentò dunque essa città, ma i Veneziani gliela disputarono, e dopo diciotto mesi d’assedio la presero. Ne serbò rancore Luigi, e favorì lo scontento degli Schiavoni, i quali dalla signoria veneta aborrivano perchè sagrificati al vantaggio della capitale, mentre sarebbero potuti fiorire di commercio diventando lo sbocco dell’Ungheria. Quando si sentì bastante vigore, Luigi intimò al veneto senato restituisse le città di Dalmazia, antiche pertinenze della corona ungherese. Il senato ricusò e fece navi; ed avendo l’emula Genova prestato a quel re sessanta galee comandate da Antonio Grimaldi, i Veneti uniti ai Catalani, e capitanati da Nicolò Pisani, a Lojera diedero una terribile rotta ai nemici (1353), prendendone trenta galee con tremilacinquecento prigionieri, che lasciarono consumar nelle carceri, oltre duemila che perirono combattendo.
Non per questo re Luigi desistette dal molestare i Veneziani in Dalmazia; e risolse attaccare Zara, Spalatro, Trau, Nona e al tempo stesso Treviso, unica città che Venezia tenesse in terraferma. Occupate Conegliano, Asolo, Céneda, que’ temuti cavalleggeri arrivarono sotto Treviso, ma prenderla non poteasi con scorridori; i quali, impazienti di lunghe fazioni, costrinsero il re a battere in ritirata, benchè forte di trentamila uomini. Meglio ordinatosi, ricomparve egli, e per tradimento ebbe la città (1354); e chiesto di pace, generosamente dichiarò bastargli il ricupero delle città spettanti alla sua corona, e che il doge rinunziasse al titolo che si arrogava su quelle, e gli provvedesse ventiquattro galee, di cui egli pagherebbe le spese.
Morto Luigi (1382), la nobiltà consentì che Maria sua figlia, da essi gridata regina, ne portasse i diritti a Sigismondo di Luxemburg, figlio dell’impotente Carlo IV. Altri nobili però gridarono Carlo III di Durazzo, che adottato da re Luigi, era cresciuto in quel reame e formatosi a quelle armi; e di fatto egli, per ambizione del nuovo non curando i disordini cui abbandonava il regno suo prisco, v’andò, ed ottenne la corona angelica; ma la regina lo fece assassinare. Giovanna era vendicata (1386). Allora va in estremo scompiglio l’Ungheria, dove i Croati accorreano a punire il delitto con altri delitti e brutalità. Côlta Maria, la mandavano a Margherita vedova di Carlo, se non si fossero opposti i Veneziani: intanto le ribellioni fiaccarono affatto l’Ungheria, e un nuovo re della Servia orientale ebbe Zara, Trau, Sebenico, Spalatro e le altre città per lo innanzi possedute dai Veneziani. Maria fu liberata da Sigismondo di Luxemburg suo marito, il quale alla morte di lei (1395) restò re del paese, che trasmise poi a Casa d’Austria.
Tra questo fare, il regno di Napoli, salito a tanta grandezza sotto i Normanni, gli Svevi e Roberto il Buono, sfasciavasi sotto i costui discendenti, e poco pesava sulla bilancia politica, mentre internamente era campo di sciagurate battaglie fra bande di ventura e stranieri semibarbari: le contribuzioni erano riscosse e consumate da costoro; non esercito nè flotta v’avea che obbedisse al re, non fortezze ben munite; esausto l’erario, effeminata suntuosità alla corte, la nazione disabituata dalla guerra, sicchè nè i padroni confidavano in essa, nè i nemici la temevano; e in conseguenza nè essa aveva a se medesima quel rispetto che salva da vergogna, nè dagli altri l’otteneva.
L’intempestiva morte di Carlo III aggiunse mali a mali; e mentre Ladislao, figliuolo di lui decenne, era proclamato re sotto la tutela di Margherita, la fazione francese dei Sanseverino salutava l’altro fanciullo Luigi, figlio di quel d’Angiò, due fanciulli in tutela di due donne meno abili che intriganti. Maria di Blois tolse a Ladislao quasi tutta la Provenza; i Napoletani, scontentati dall’avarizia di Margherita e dall’avidità de’ suoi favoriti, si sollevarono anch’essi a favore d’Ottone di Brunswick, vedovo di Giovanna e creato di Clemente VII, che a nome dell’Angioino prese Napoli. Così due papi, due re, due reggenti, fra le cui dispute i più negano obbedienza ad entrambi, entrambi li scomunica papa Urbano VI, e tutto va sossopra. Luigi II coronato in Avignone (1391), è in Napoli accolto fra gli applausi, ma presto ridotto a rassegnare ogni potere a Ladislao (1399), che riconosce il regno come benefizio della Sede apostolica[28].
Fra pericoli e congiure e guerre intestine costui s’addestrò agl’intrighi, coll’età crescendo di coraggio; perfido politico quanto Gian Galeazzo, e più valoroso, formò buone truppe, ebbe di molti partigiani, tolse tutte le fortezze ai Francesi, punì i baroni che gli avevano favoriti. La nobiltà ungherese, disgustata di re Sigismondo, offrì la corona angelica a Ladislao, che v’accorse; ma poi trovandosela contesa, vendette ai Veneziani Zara e le altre piazze di Dalmazia, nè più dandosi un pensiero dell’Ungheria, pensò ingrandire in Italia, prefiggendosi rinnovare la gloria di Federico II imperatore, e solendo dire: — O Cesare o nulla». Per assodare la monarchia deprimeva i baroni, che odiava tutti o parteggiassero pei Durazzo o per gli Angioini; impedì tenessero più di venticinque lancie ciascuno, come faceano col pretesto di pubblico servizio, ed anche queste fossero stipendiate e alloggiate dallo Stato: intanto ammise chi che fosse ad ottenere feudi, uffizj, sin la cavalleria.
Era allora la cristianità straziata dal grande scisma, e l’Italia n’andava tutta in parti e in armi, sicchè non parea far guerra al papa chi assalisse lo Stato papale. Ladislao colse il buon punto; e quando (1404), dopo morto Bonifazio IX e ne’ primi tempi d’Innocenzo VII, Roma sbranavasi fra il popolo e i grandi, egli cercò entrarvi, favorito dai Colonna e dai Savelli. Il popolo s’impadronisce di Ponte Molle e respinge il re; ma dodici cittadini ch’erano andati per trattare un accordo con papa Innocenzo, vengono côlti dal nipote di questo e trucidati. Il popolo si leva allo stormo della campana di Campidoglio, caccia il papa, saccheggia. Ladislao teneva occhio a quella preda, e mentre mena a ciancie il pontefice e i Fiorentini, occupa trionfalmente Roma: Gregorio XII, bisognoso d’appoggio contro il papa emulo, dà a Ladislao l’investitura di Roma, del Patrimonio, della marca d’Ancona, di Bologna, Faenza, Forlì, Perugia e del ducato di Spoleto per venticinquemila fiorini l’anno (1408 25 aprile); e fu il primo che se ne intitolasse re, diventando padrone dello Stato di cui erano vassalli i suoi predecessori.
Allora parvegli toccare il cielo col dito, sprezzò ogni ostacolo, e in verità perchè non potea sperare di divenir re di tutta Italia? Morto Gian Galeazzo, i Visconti erano ristretti nella Lombardia: Venezia sentivasi ancora fiaccata dal duello con Genova: questa dalle fazioni era costretta ad appoggiarsi alla protezione di Francia. Solo i Fiorentini ostavano, e poichè nol vollero riconoscere, attenti che nessun potentato preponderasse in Italia, Ladislao staggì le robe di tutti i loro mercadanti in Roma (1409), e accumulato denaro, ne corse guastando il territorio, onde il popolo lo chiamava il re guastagrano, e i Fiorentini si videro nuovamente in procinto di perdere lo Stato. Contro di lui essi presero al soldo Braccio di Montone, e favorirono Luigi II, che venne cogli ajuti di papa Alessandro V e del suo successore Giovanni XXIII, e colle scomuniche da questo avventate a Ladislao. I gigli sventolavano a capo dell’esercito, e i Fiorentini uniti a’ Senesi dissipano una spedizione mossa a conquistare tutta Italia (1410); anzi prendono Roma, dove si stabilisce papa Giovanni. Luigi, ben fornito di Provenzali e di fuorusciti, e de’ capitani Paolo Orsini, Attendolo Sforza, Braccio di Montone, vince a Roccasecca Ladislao (1411 19 maggio), facendo prigionieri quasi tutti i baroni e lo stendardo reale; ma i soldati sperdonsi a saccheggiare, poi rivendono le armi e i prigionieri per otto o dieci ducati l’uno, e Ladislao li compra, compra i soldati stessi del suo nemico, il quale deve colla vergogna ricoverare di là dai monti, ove presto finisce la vita.
Ladislao invade Roma e lo Stato, rapinando malgrado de’ Fiorentini: costringe Giovanni a disdire Luigi d’Angiò, e riconoscere Ladislao ne’ regni di Napoli e Sicilia; obbligarsi a ricondurre alla obbedienza di lui quest’isola, allora in mano degli Aragonesi; nominarlo gonfaloniere della Chiesa con quattrocentomila ducati, e perdonargli un arretrato di ducati quarantamila dell’annuo tributo, tuttociò a patto che Ladislao riconoscesse lui papa. E papa e re violarono ben presto gli accordi: il primo raccoglieva bande, flagello de’ popoli, che non impedirono a Ladislao di assalir Roma (1413) ed entrarvi saccheggiando, mentre il papa fuggiva tra pericoli e patimenti infiniti, e chiunque del suo seguito fosse preso, veniva spogliato nudo, spesso ucciso. Giustamente si dolse Giovanni a tutto il mondo di tanta perfidia, e — Chi avrebbe potuto credere alcuno audace e perverso a segno, di venirci a giurar fedeltà, domandarci l’investitura in solenne adunanza, e all’ombra di tali dimostrazioni ottener quello che non avrebbe pur eseguito in guerra aperta? Ci rifugge l’animo dal dipingere il furore con cui trattò Roma, i sacri tempj, le venerabili reliquie de’ santi»[29].