Ladislao non vi badò, e si spingea contro Bologna, sola rimasta al pontefice, ma una terribile malattia, attribuita a veleni o a filtri, e più credibilmente a lussuria, lo gettava tratto tratto in accessi di rabbia, durante i quali trascorreva alle peggiori crudeltà; sinchè frenetico morì a trentasei anni (1414 6 agosto). Maltrattò le proprie mogli, e la repudiata Costanza obbligò a sposare un altro; provvedeasi di concubine d’ogni stato; matto di superbia, non curante che de’ soldati, prodigò i beni della corona a guerrieri, vendendo uffizj e cavalierati, assodò l’aristocrazia che prima voleva deprimere; e lasciò la solita eredità di questi re soldateschi, confusione e indisciplina.
In mancanza di figliuoli, Giovanna II sua sorella gli successe, rinnovando gli scandali e i disordini della prima Giovanna; deforme e voluttuosa, perduta in licenziose feste a voglia d’indegni favoriti. Vedova di Guglielmo d’Austria, e sperando ne’ reali di Francia appoggio contro le pretensioni degli Angioini, sposò Giacomo di Borbone conte della Marcia. Ben ella s’era riservato tutto il potere; ma Giacomo volendo esser re anche di fatto, mise in prigione lei, al tormento poi a morte ignominiosa Pandolfello Alopo, che essa avea fatto gran siniscalco, conte, camerlingo, tutto. Indignò baroni e popolo quel vedere Francesi collocati in tutti gl’impieghi, e trattata da schiava la loro regina. Giulio di Capua dei conti d’Altavilla, condottiero napoletano che aveva infellonito re Giacomo contro i favoriti, allora congiurò d’ucciderlo, e ne informò Giovanna, che credette acquistar grazia col darne spia al re. I congiurati furon messi a morte; essa ebbe qualche larghezza, della quale profittando, i sudditi la liberarono e rimisero al potere; e Giacomo ridotto ad umile condizione, e fin prigioniero, poi sottrattosi, andò a morir frate.
Qui, cacciati i Francesi, vennero attribuite le dignità ad Italiani; Giovanna riconobbe Martino V, gli fece omaggio, e gli restituì Roma e tutte le conquiste di Ladislao; così suggerendole i suoi amanti, e principalmente quel che era sotterrato all’Alopo nella confidenza e nell’amore di lei, ser Gianni Caracciolo. Uomo d’intelletto e di preveggenza rara, ed amato dal popolo, al cui sostentamento aveva provveduto, avrebbe costui dominato dispoticamente se non l’avesse contrariato Attendolo Sforza.
I caporali, che andavano in volta per la Romagna col piffero e il tamburino ad ingaggiare venturieri, esibirono il soldo a un terriero da Cotignola, di nome Muzio Attendolo, che stava zappando un suo podere. Egli tentenna fra il sì e il no, e non sapendosi risolvere, lancia sopra una pianta la zappa, risoluto di restarsene al suo mestiero se ricaschi a terra. Rimase implicata fra i rami, ed egli accettò le armi, tolse un cavallo dalla paterna stalla, e colla bravura e l’arrischiatezza acquistò nome; e Alberico da Barbiano vedendoselo in un diverbio saltar contro con violenza, gli disse: — Che? vorrai tu far forza anche a me come agli altri? Ti chiameremo lo Sforza. Questo soprannome gli restò, ed egli come capo di bande eccitò ammirazione, invidie, nimicizie. Nel campo voleva severa disciplina; un uom d’arme toglie il vestone pavonazzo d’un medico, e Attendolo, messoglielo in dosso, lo manda in giro pel campo, sicchè quegli dalla vergogna s’ammazza: uno scozzone di cavalli che sottraeva biada per venderla, fa legare alla coda di cavalli e strascinare a furia: un ferrarese che teneva seco una donna in figura di ragazzo, fece vestire da femmina e girar così negli accampamenti. Corpo abituato ad ogni fatica e stento, piacevasi solo a giuochi di forza; tutt’armato, poteva montare a cavallo senza ajuto che delle staffe, e per molte miglia viaggiare sotto quello scoglio ferrato; pronto a deliberare, prontissimo ad eseguire, ardito ne’ pericoli, franco in gioventù, simulatore dopo provati i tradimenti, spregiator delle ricchezze, valoroso ma senza veruno de’ nobili concetti che fregiano il valore, soldato sempre di causa altrui.
Col famoso condottiero Tartaglia avendo contribuito alla presa di Pisa, fu da Firenze provvisto di cinquecento fiorini annui. Riuscito ad uccidere per tradimento il traditore Ottobon Terzo, dal marchese d’Este, cui rendeva Parma e Reggio, ottenne la terra di Montecchio. Roberto imperatore gli concesse per arma un leon d’oro rampante che tiene nella zampa destra un pomo cotogno. Luigi II d’Angiò e il papa lo assoldarono nell’impresa contro Napoli; ma Ladislao riuscì a tirarlo a sè, donandogli quattro castelli nell’Abruzzo; onde il papa, che pur l’aveva investito della natìa terra di Cotignola, e creato gonfaloniere della Chiesa, lo fece dipingere in più luoghi appiccato pel piede destro con un cartello che cominciava Io son Sforza villan di Cotignola, e ne enumerava dodici tradimenti. Che contavano i tradimenti ove unica lode era il valore? Ladislao, avutone utile servizio, lo eleva gran connestabile del Regno, e gli assegna sette castelli del Patrimonio di san Pietro; altri ne acquista egli come vassallo della repubblica di Siena; e chiamasi attorno i parenti suoi, affidando loro i comandi nell’esercito, gente tutta allevata in faticosa sobrietà, avvezza al ferire in paesane contese, e interessata a sostener lui, unico appoggio di tutti.
Alla morte di Ladislao, l’Alopo, ingelosito del favore mostratogli da Giovanna, lo sorprende e lo caccia in un fondo di torre; ma ben tosto riconosciutolo necessario, gli offre in moglie una sorella e nuovi dominj se metta a favor suo e della minacciata regina la sua banda. Re Giacomo, riuscito superiore, insusurrato da Giulio di Capua suddetto, alla sua volta lo chiude prigione, e così il gran venturiero alterna fra le catene e il comando, fra gli amori della regina e l’odio dei rivali.
Amico, poi emulo suo fu Braccio dei conti di Montone, perugino. Da una fazione espulso di patria ferito e nudo, si pose sotto al Barbiano, e ne meritò la stima, poi l’invidia, tanto che si cercò torgli la vita. Scampato, e sofferti tutti i disagi della povertà non ladra, accettò soldo di qua di là, e alfine dai Fiorentini contro Ladislao. Rôcca Contratta fu la prima terra che a lui si sottomise, donde altre soggiogò nel Piceno. Giovanni XXIII andando al concilio di Costanza, lo lasciò incaricato di tenergli in fede Bologna e la Romagna, ed esso in fatti costrinse all’obbedienza i signori e le città che se ne voleano sottrarre. Ma quando Giovanni fu deposto di papa, Bologna diede su, e Braccio patteggiò, vendendole per ottantaduemila fiorini i castelli regalatigli dal pontefice. Trovandosi un buon esercito, impinguato dalle prede di Romagna, Braccio voltò sopra Perugia sua che l’aveva esigliato, e che era difesa dal Tartaglia; trasse a sè costui con promettere d’investirlo di tutti i feudi che si torrebbero allo Sforza, comune avversario; ma i cittadini lo respingeano intrepidamente, e quantunque i magistrati avessero fin murato le porte acciocchè nessuno uscisse a scaramucciare, saltavano o calavansi dalle mura per provarsi con que’ nemici. Venivano intanto altri capitani, chi per soccorrere, chi per combattere Braccio; e sulla via d’Assisi fu mischiata una battaglia (1416), rinomata ne’ fasti di quelle bande, ove comandavano da una parte Braccio con Tartaglia, con Niccolò Piccinino e con altri; dall’opposta Carlo Malatesta con Agnolo della Pergola, Ceccolino de’ Michelotti, Paolo Orsini. Sette ore durò la mischia sotto il sole di luglio, finchè Braccio vinse; onde Perugia schiuse le porte e diede la sovranità al suo esule, cui si sottomisero Rieti, Narni e tutta l’Umbria.
Egli stabilì un governo robusto, abbellì la città, dedusse acque dal lago ad irrigare la campagna. Soleva a Perugia farsi ogni domenica di primavera un’abbaruffata tra gli abitanti della città alta e quei della piana, lanciando sassi e parandoli con un largo mantello avvolto al braccio sinistro; poi succedeano persone armate in tutto punto, ma con cuscinetti che ammortissero i colpi; infine anche i fanciulli venivano alle mani: giuoco che non passava mai senza la morte e il guasto di più d’uno. Braccio vi diede grande splendidezza, e volle che ciascuna delle città a lui sottoposte vi mandasse una bandiera. Il duca di Camerino gli sposò una sorella; i Fiorentini lo tennero sempre amico ed alleato, ed egli prometteva ad ogni loro appello andare a comandarne l’esercito; e qualora capitasse a Firenze, eravi accolto con tutto l’entusiasmo che il corrotto giudizio umano tributa alla forza soldatesca, e più quand’essa è rara.
Mentre lo Sforza stava in ceppi, Braccio procurò torgli i feudi, secondo avea pattuito col Tartaglia; di che nacque odio implacabile fra i due campioni. L’uno più arrischiato, l’altro di valore più educato ed accorto, furono capi di due scuole, emule non solo allora, ma sotto que’ grandi guerrieri che ne uscirono (dicevasi allora) come dal cavallo di Troja. Gli Sforzeschi valeano di più nella milizia, i Bracceschi nelle subitanee fazioni; questi nella disciplina e nelle particolarità, quelli nel concetto, negli appresti generali e nell’artifizio di tenersi delle riserve: nè gli uni nè gli altri utili alla patria e all’umanità, la quale non del valore ha bisogno, ma d’un valore adoprato a buona causa.
Braccio era entrato in Roma (1417), egli capitano di ventura nella capitale del mondo cattolico, intitolandosene difensore finchè un nuovo papa giungesse. Lo Sforza mosse, per ordine di Giovanna, a snidarnelo; e quegli, molestato dalle febbri, si ritirò, covando vendetta, mentre lo Sforza rodevasi di non avere sfogato la sua. Questo fu incaricato da Martino V di togliere a Braccio il principato che s’era costituito, ma nulla profittò contro quel valore esercitatissimo. Invano egli e il papa sollecitavano da Giovanna altri ajuti per fortunare l’impresa; a ser Gianni Caracciolo piaceva che fallisse, acciocchè se n’eclissasse la gloria dello Sforza: il quale vedendosi soccombere alla costui rivalità, non esitò a risuscitare le antiche parzialità dei Durazzo e degli Angioini, le quali doveano portare al paese tanti strazj e lunghissima servitù forestiera.