Respinto il bastone di gran connestabile e disdetto il giuramento, quasi con ciò disobbligasse la propria fede, lo Sforza mandò a Luigi III, succeduto al II d’Angiò, invitandolo a rivendicare i suoi diritti, fondati sull’adozione di Giovanna I; e nominato vicerè, raccolse un esercito ed investì Napoli (1420). Luigi medesimo comparve colla flotta: ma gli si opposero per mare Alfonso re d’Aragona e Sicilia, che era stato chiesto da Giovanna II e adottato; e per terra Braccio, che riconciliato col papa, n’avea avuto in feudo Perugia e le vicinanze, e l’aveva soccorso a sottomettere Bologna, e che creato conte di Foggia, principe di Capua, gran connestabile, adoprò il valore e più gl’intrighi e la seduzione contro l’esercito oppostogli. Luigi, a cui il destro nemico avea sottratto l’amicizia del pontefice e il venale coraggio dello Sforza, se ne andò in rotta; ma questa non era che la prima scena del lungo conflitto tra Francesi e Spagnuoli.
Intanto in Sicilia Federico II moriva (1377) di trentacinque anni, sempre inetto, lasciando una sola figlia Maria: e sebbene Federico di Svevia avesse determinata la successione per agnati, escludendo le femmine, il papa autorizzò Maria a succedere. S’oppose Pietro d’Aragona, finchè s’accordò di maritarla con don Martino suo nipote (1392). Ai baroni ne rincresceva, temendo non il signore forestiero li mettesse al freno: ma egli comparve con buone forze, e accolto volonterissimo dalle città, domò gli Alagona e i Chiaramonti che gli si opponevano. Ma morì improle, onde gli succedette il padre suo (1409), Martino il Vecchio, già re d’Aragona; lo perchè la Sicilia cadde nella deplorabile condizione di provincia, e vi durò tre secoli. Per giunta, il papa e i re napoletani fomentavano le discordie, già inevitabili in quella costruttura di regno, e che continuavano l’agitazione anche dopo perita la libertà.
Primeggiavano fra i baroni le famiglie de’ Chiaramonti e degli Alagona; la prima, tanto sublimata che diede una figlia in isposa a re Ladislao, propendeva agli Italiani ed era meglio popolare; l’altra agli Spagnuoli: ma e la parzialità latina e la catalana tiranneggiavano, strappando a sè le rendite, l’amministrazione, la guerra, la giustizia: le città, invece di maturare l’ordinamento municipale, erano predominate dai nobili, i quali eleggevano i magistrati, e cacciandone il capitano regio, vi mettevano qualche barone di loro parte, e infine le convertirono in rettorie di loro proprietà. Quando Martino II tentò dar polso alla podestà monarchica, essi baroni, sopendo le nimicizie, si collegarono a Castronovo per sorreggersi a vicenda, sorretti anch’essi dal papa; e Martino, obbligato a calare a patti, s’ingegnò di rimettere l’assetto antico, revocare alla camera le rendite alienate, munire il paese con un esercito stabile di trecento bacinetti o barbute, che cento erano di Siciliani, gli altri di forestieri.
Egli armò per ricuperare la Sardegna ribellatasi, e le vittorie sue ridestarono il valor siciliano; ma non appena avviati i miglioramenti, nuove turbolenze suscitò la morte di lui. Non si vuole più re straniero: Palermo propone al trono un Peralta (1410); Catania e Siracusa negano dipendere da quella città; Messina, ancor memore degli antichi sforzi, e sempre aspirando ad essere la prima città del regno, scuote il giogo straniero, e promette fede a papa Giovanni XXIII, che dichiara scaduti gli Aragonesi perchè più non aveano pagato il tributo feudale. Ma ai baroni conveniva quel che al popolo rincresceva, onde ajutarono la guerra, che durò finchè Ferdinando di Castiglia, nipote di Martino II, fu da tutti riconosciuto re legittimo (1412). Non badò alle domande ripetutegli di fare della Sicilia un regno distinto, anzi costituì non dovesse mai separarsi dall’Aragona, ch’egli aveva acquistato.
Egli non approdò mai nell’isola; bensì Alfonso d’Aragona (1416) succedutogli vi pose dimora, fosse per desiderio di sottrarsi agl’impacci che nel suo regno gli davano le cortes e la gelosia de’ signori, fosse per colorire i suoi disegni sopra la Corsica. Cupido d’imprese, dal suo regno di Sardegna aveva invaso quest’isola; ma trovato gagliarda resistenza per parte de’ Genovesi, era stato costretto a recedere (1420). Fu allora che gli venne dalla regina Giovanna l’invito d’assisterla e la promessa d’adottarlo; intanto nominandolo duca di Calabria, e dandogli per sicurtà Castel Nuovo e Castel dell’Uovo. Quest’adozione avviava a ricongiungere le due parti separate dell’antico regno: ma Alfonso alla Corte di Napoli si accorge d’essere circuito da intrighi e tradimenti; e non sapendo tollerare la burbanza del Caracciolo e le costui trame per soppiantarlo, il fa arrestare. Giovanna spaventata appena ha tempo di chiudersi in Castel Capuano, disereda Alfonso per Luigi III d’Angiò (1425), invita a soccorso lo Sforza, il quale a rincalzo di combattimenti la salva. Lo Sforza, dopo avere avuto molti figli d’amore, sposò due mogli di sempre più elevata fortuna, e ultimamente una duchessa di Sessa, vedova di Luigi II d’Angiò: fu dichiarato ancora gran connestabile, e allorchè Giovanna gliene conferiva il bastone, e disputavasi sulla formola migliore per impegnare la fede di lui, ella proferì: — Chiedetela a lui stesso, il quale tanti ne diede a me ed ai nemici, che nessuno meglio sa in che modo si obblighi e disobblighi». Menò egli robustamente la guerra contro del papa buttatosi cogli Aragonesi, e professava volergli far dire cento messe per un quattrino; fu soddisfatto del lungo odio col cogliere a forza, e far processare e mandare al patibolo il Tartaglia; ma poco dopo (1424 4 genn.) egli pure, nel guadare il Pescara, annegavasi al cospetto del figlio Francesco e dell’emulo Braccio.
Mentre Alfonso era dovuto recarsi a chetare il suo regno d’Aragona, Giovanna co’ sussidj di Genova recupera Napoli; e Braccio, combattendo le bande sforzesche e Giacomo Caldòra sotto Aquila, rimane sconfitto (2 giugno), e ferito si lascia morir di fame e di rabbia, perendo quasi contemporanei i due caporioni delle bande italiane. Il pontefice, di cui Braccio circuiva quasi d’ogni parte gli Stati, ne festeggiò per tre giorni la morte, e lasciò il cadavere di lui insepolto: il suo dominio fu reso allo Stato pontifizio e al napoletano. Giovanna, per capricci amorosi che l’età rendeva ridicoli, venne in broncio col Caracciolo; e i nemici di lui, strappatole l’ordine d’arrestarlo, affrettaronsi ad ucciderlo (1432) prima che ella pentisse. La regina non potè che tributargli splendide esequie, e lasciare che il popolaccio saccheggiasse le case degli uccisori di lui; poi si abbandonò alla duchessa di Sessa, incapace com’era di volere o di risolvere da se medesima.
Perito anche Luigi III senza figli (1434), Giovanna privilegiò erede in testamento Renato fratello di questo; poi a sessantaquattro anni, logora di corpo e di spirito moriva (1435), e con essa la prima casa d’Angiò, da censessantott’anni regnante. Le volubili adozioni di lei costarono infinite guerre a Francia e Aragona, che per disputarsi quella bella corona toglievano appiglio da donnesche velleità. Per allora la Calabria fu congiunta alla Sicilia: ma Renato si fece innanzi allegando il testamento di Giovanna; il papa pretendeva che il regno vacante ricadesse come feudo alla Chiesa, ma essendo così debole da non potere sostenersi, prese la parte di Renato; e i regnicoli si divisero tra i due, che s’accinsero a meritare il Reame col farne quel peggiore strazio che sapessero. Alfonso che stava parato agli eventi, volle prevenire l’arrivo de’ Francesi, e assediò Gaeta difesa dai Genovesi, che l’avevano fatta emporio delle loro merci nelle passate turbolenze, e l’aveano per volontà de’ cittadini ricevuta in deposito. Egli la ridusse all’estremità; ma essendone mandati fuori fanciulli, donne, vecchi, a chi lo consigliava respingerli per affamare la città rispose: — Piuttosto non prendere Gaeta che rinnegare l’umanità», e gli accolse e nutrì.
L’avere Alfonso cercato di conquistare la Corsica e farsene investire dal papa, aveagli nimicato Genova, la quale, giuratasi a guerra, non esitò a spendere ducentomila genovine per armare contro di lui. Biagio Assareto ammiraglio, affrontata la flotta del re all’isola di Ponza, la sconfisse (1435), e agli anziani di Genova ne dava ragguaglio nel patrio dialetto in questi sensi: — Magnifici e reverendi signori; innanzi tutto vi supplichiamo a riconoscere questa singolare vittoria dal nostro Signore Iddio, dal beato san Giorgio e da san Domenico, nella cui festa in venerdì fu data la sanguinosissima battaglia, della quale siamo rimasti vincitori non per le nostre forze, ma per la virtù di Dio, avendo la giustizia dalla nostra parte. Il quarto dì di questo mese, di mattino per tempo, trovammo sul mare di Terracina l’armata del re d’Aragona di navi quattordici scelte fra venti, sei delle quali erano grosse e le altre comuni, e con uomini seimila, talchè la nave più piccola ne aveva da tre in quattrocento, le mezzane cinque in secento, e la reale ottocento, sulla quale erano il re d’Aragona, l’infante don Pietro, il duca di Sessa, il principe di Taranto con altri cenventi cavalieri. Avevano inoltre undici galee e sei barbotte. Il vento spirava dal Garigliano, sicchè era in loro potere quel giorno d’assalirci. Noi avendo a mente gli ordini vostri di non prender battaglia s’era possibile, ma soccorrere Gaeta, ci sforzammo tirare al vento, e navigammo verso l’isola di Ponza sempre seguitati dagli Aragonesi, che in poco d’ora ci ebbero raggiunti. La nave del re c’investì la prima nello scarmo di prua, e si concatenò amorosamente con noi. Avevamo dal lato opposto un’altra nave, una da poppa, una a prua. Non pensate già che i nostri marinari e patroni fuggissero, che anzi si spinsero addosso, e così rimanemmo essi e noi tutti legati insieme. Le galee aragonesi davano gente fresca alle navi loro; e le navi ci traevano bombarde e balestre ove più loro piaceva, perchè la calma era grandissima. Non pertanto, dopo combattuto dalle dodici sino alle ventidue senza riposo, in grazia della giustizia della causa nostra l’Altissimo ne diè vittoria. Primamente pigliammo la nave del re, e le altre nostre ne presero undici; una galea loro fu abbruciata, una sommersa e abbandonata, due si sono levate dalla battaglia e fuggitesi per portarne le nuove. Sono rimasti prigioni il re d’Aragona, il re di Navarra, il gran maestro di San Jacopo, il duca di Sessa, il principe di Taranto, il vicerè di Sicilia, e molti altri baroni, cavalieri e gentiluomini, oltre a Meneguccio dell’Aquila, capitano di cinquecento lance; gli altri prigioni sono a migliaja. Non so donde cominciare per degnamente riferire le lodi e le prodezze di tutti i miei compagni e marinari, insieme con l’ubbidienza e riverenza grande che mi hanno sempre usata, e massimamente il dì della battaglia; che se avessero combattuto alla presenza delle signorie vostre, non avrebbero potuto fare di più. Cristo ne presti grazia che possiamo andare di bene in meglio»[30].
Il re prigioniero, con due fratelli e un centinajo di baroni spagnuoli e siciliani, fu spedito a Milano a Filippo Maria Visconti allora signore di Genova; al quale il re colle cortesi e colte sue maniere seppe ispirare fiducia, e gli persuase come la grandezza dei duchi di Milano fosse derivata dalla debolezza dei reali di Napoli, sicchè ne sarebbe guasta, e con essa l’indipendenza italiana, se una casa francese si stabilisse laggiù, la quale certo intaccherebbe anche la Lombardia. Il freddo Filippo restò capace di quelle ragioni, e non solo il rese in libertà senza riscatto, ma il fornì di mezzi per ricuperare quel regno.
Anche l’altro re di Napoli Renato, valorosamente combattendo nelle guerre di Francia, era caduto prigione del duca di Borgogna; ma avendo con grossi sacrifizj ricuperato la libertà, si cominciò una guerra, dove i competitori fecero gara di valore e di generosità. Renato, signore di piccolo paese, esausto dalle taglie pagate per riscattarlo, nè sostenuto che da un papa esule, non avrebbe potuto pettoreggiare Alfonso, se non fossero state le bande di Giacomo Caldóra duca di Bari, che avea raggomitolato le truppe lasciate da re Ladislao, e dopo la morte di Braccio e di Sforza restava in nome di primo capitano d’Italia; ma come, lui morto, Antonio suo figlio degenere si guastò cogli Angioini, questi precipitarono; e Alfonso, scoperto un condotto sotterraneo, penetrò in Napoli; Renato, che colla bontà e col dividere pericoli e patimenti erasi fatto amare dai Napoletani, ritirossi in Francia (1442); il papa, che non gli aveva dato sin allora che promesse, lo riconobbe, e coronò re d’un paese che aveva perduto.