Alfonso, entrato trionfalmente con una corona in capo e sei al piede per dinotare gli altri suoi regni di Aragona, Sicilia, Valenza, Corsica, Sardegna, Majorca, dotò i nobili spagnuoli e napoletani suoi fautori a spese degli avversarj; al Regno aggiunse lo Stato di Piombino e l’isola del Giglio, ch’erangli come porte verso la Toscana; brigò in tutte le vicende italiane, intanto che in una corte voluttuosissima abbandonavasi alle delizie ed agli studj; manieroso e scaltrito, generosissimo nel donare, suntuoso negli spettacoli, nelle caccie, nei concerti, negli edifizj, faceasi leggere continuamente qualche classico, frapponendo erudite interrogazioni, e neppure fra l’armi lasciava Giulio Cesare e Quinto Curzio: ma Tito Livio era il suo manuale, sino a far tacere la musica per udirlo; gli parve un gran che l’ottenere dai Veneziani un osso del braccio di lui, che con solennità fece trasportare a Napoli; e Cosmo de’ Medici lo calmò, dopo un torto fattogli, col donargli un bell’esemplare delle Deche. Pedestre si recava a udire i professori dell’Università; e quando morì Giulian da Majano, ne fece accompagnare il mortorio da cinquanta suoi vassalli in corrotto. La più frequente sua conversazione era cogl’illustri eruditi d’allora, Giorgio da Trebisonda, il Valla, il Filelfo, il Panormita, il Manetti, il Decembrio, il Bruno, l’Aretino, Giovanni Aurispa, Giovian Pontano, Teodoro Gaza, il Crisolara. Aveva anche letto quattordici volte la Bibbia coi commenti di Nicolò da Lira, e l’allegava ogni tratto; recitava tutti i giorni il rosario, sentiva due messe piane e una cantata, nè per qualsiasi caso se ne sarebbe dispensato; alle solennità assisteva ginocchioni, scoperto, cogli occhi immoti sul libriccino; il giovedì santo lavava e baciava i piedi ai poveri, ogni notte sorgeva a dir l’uffizio, digiunava tutte le vigilie e i venerdì in solo pane, accompagnava il viatico agl’infermi[31]. Passeggiava in mezzo al popolo, e a chi gli insinuava qualche sospetto, — Di che può temere un padre tra’ suoi figliuoli?»
Sedeva egli più spesso a Napoli, dove istituì la Sacra Corte reale di santa Chiara, ossia Capuana, giustizia suprema, estesa su tutti i suoi Stati. Ai baroni napoletani concedeva nelle investiture la giurisdizione col mero e misto imperio che mai non aveano avuta, di sì preziosa prerogativa della corona facendo prodigalità perchè non s’opponessero alla successione di Ferdinando suo figlio legittimato.
Questo credeasi nato da Margherita di Hijar; e la moglie d’Alfonso fece strangolare questa damigella, che dicono coll’onor suo salvasse quello di dama più alta. Alfonso mandò la moglie in Ispagna giurando non più andarvi esso; poi, d’intesa col pontefice, in testamento nominò esso Ferdinando re di Napoli, cioè del paese da lui conquistato, mentre a suo fratello Giovanni re di Navarra lasciava gli aviti di Sicilia, Sardegna ed Aragona. In morte raccomandò al figlio: — Se volete vivere quieto, non imitate me in tre cose: primo, sbrattatevi di tutti gli Aragonesi e Catalani da me esaltati; e Italiani, massime regnicoli, elevate agli impieghi, mentr’io gli ho guardati d’occhio sinistro: secondo, i nuovi aggravj da me posti ritornate alla misura antica: terzo, conservate la pace fatta colla Chiesa, e tenetevela amica se sapete»[32].
CAPITOLO CXV. L’ultimo Visconti. Gli Svizzeri. Il Carmagnola. Il Piccinino. Lo Sforza.
Filippo Maria Visconti duca di Milano, non sanguinario come il fratello, ma cupo e diffidente, abile a celare i sentimenti proprj e succhiellare gli altrui, fatta pace oggi, la rompeva domani per rannodare bentosto nuovi accordi; abbatteva chi dianzi aveva sollevato; diffidava di tutti, di tutti ingelosiva, nè mai sapea perdonare i ricevuti benefizj. Non solo pospose a una druda la moglie Beatrice, ma volle svergognare lei e sbarazzar sè coll’imputarla d’adulterio con un paggio Orombello, e affrontando il proprio disonore mandolla al patibolo: la posterità esita sulla colpa di lei, non perdona al rigore e alla procedura di lui. Verso i migliori condottieri alternò lusinghe e minaccie, carezze e insidie; in trentacinque anni di regno, tre sole volte convocò il consiglio generale, intanto che fidavasi a malvagi consiglieri, ad aguzzetti di sue ingenerose passioni, ad Agnese del Maino sua amica, a Zannino Riccio suo astrologo; perocchè all’astrologia sottoponeva egli spesso le sue risoluzioni. Negletto del vestire, pigro, corpulento, sul fin della vita anche cieco, e della pinguedine e della cecità vergognando, chiudevasi con pochissimi a ravviluppare una tortuosa e meschina politica, e passionato per l’intrigo, non credea ben riuscire ove a questo non ricorresse. Vero è che molti ebbe a disgustare nel ricuperare i possessi aviti; ed essi lo avversarono a segno, che molto bisogna dedurre dal male che ne dissero, e che gli storici hanno ripetuto.
Filippo Maria, estendendo il dominio, diè di cozzo in tre repubbliche, la svizzera, la fiorentina, la veneta. Talmente la storia italiana fu intrecciata colla svizzera, che ci corre obbligo d’arrestarci alquanto su questa.
Gli Elvezj, collocati nel gruppo centrale delle Alpi donde scendono i fiumi alla Germania e all’Italia, aveano opposto alla conquista romana il coraggio di montanari; poi sottomessi, parte restarono coll’Italia, parte colla Gallia e la Germania. I Barbari diretti all’Italia attraversarono quel paese, alcuni vi presero stanza, e di mezzo alla conquista e alla feudalità vi si compirono le vicende stesse della Germania e dell’Italia. San Gallo, Appenzell (Abbatis Cella), San Maurizio, Zurigo, Glaris, Lucerna erette intorno a conventi, le insigni badie di Einsiedlen e Dissentis, attesteranno in perpetuo che l’incivilimento vi fu recato da que’ monaci, ai quali testè parve liberalismo il negare fin un ricovero.
Molti signori si erano, al modo feudale, spartito il paese in dominj militari ed ecclesiastici, che riconoscevano la supremazia dell’Impero: vi si contavano cinquanta contee, cencinquanta baronie, mille famiglie nobili; varie città possedeano franchigie e privilegi comunali alla germanica; e attorno al lago de’ Quattro Cantoni, Schwitz (che poi diede nome a tutto il paese) godeva una tranquilla libertà all’ombra del monastero di Einsiedlen, e davasi mano con Uri e Unterwald per respingere chi a quella attentasse.
E v’attentavano di fatto i signorotti vicini, e massime i conti d’Habsburg castello dell’Argovia, e viepiù da che Rodolfo salì imperatore di Germania. Egli rispettò quelle comunali franchigie: ma Alberto d’Austria suo figlio e successore cercò ridurre que’ cantoni patriarcali in sua immediata dipendenza; e lasciava che i balii suoi soprusassero. Quei poveri ma robusti mandriani pertanto si confederarono (1307) onde resistere alla tirannia austriaca, e «in nome di Dio che ha fatto l’imperatore e il villano, e dal quale derivano i diritti degli uomini», giurarono non far torto ai signori Absburghesi, ma non soffrire veruna diminuzione de’ proprj diritti.
Alberto considerò siffatto accordo di difesa come una cospirazione ad offesa, e veniva coll’armi per punirla, allorchè tra via fu assassinato da un nipote, di cui aveva usurpato l’eredità. Leopoldo suo figlio mosse l’esercito feudale contro i confederati (1315), ma a Morgarten la sua esercitata cavalleria fu messa in piena rotta dalle subitarie bande paesane. Le vittorie assodano quella libertà, cioè l’esercizio dei diritti naturali e civili di ciascun paese: ai tre cantoni s’aggiungono Lucerna, Zurigo, Glaris, Zug, Berna, poi Aarau, Friburgo, Soletta, Basilea, Sciaffusa e Appenzell. Sempre invocando la Madonna, san Fridolino, sant’Ilario, alla battaglia di Sempach (1386) distruggono un nuovo esercito degli Austriaci, i quali, dopo altre sconfitte, sono costretti a lasciare i cantoni in pace, benchè trecento anni ancora tardassero a riconoscerne formalmente l’indipendenza. Poco mancò che gli Svizzeri traessero nella lega anche il Tirolo, lo che avrebbe anche da quel lato riparata l’Italia dalle ambizioni dell’Austria.