Nella Rezia s’erano forse ridotti in antichissimo gli avanzi degli Etruschi; poi, allo sfasciarsi dell’Impero, buon numero di Romani, come lo attesta la lingua ladina e romancia che vi si parla finora, di fondo latino mescolato al tedesco. Ivi pure acquistarono preponderanza varj tirannelli e i vescovi di Coira, per gran tempo suffraganti al metropolita di Milano: ma i popolani, alleandosi fra loro e istituendo i Comuni, ne frenarono le prepotenze. Come i nostri nel convento di Pontida, così alcuni Reti presso a quello di Dissentis radunaronsi per giurare di difendersi a vicenda; e così costituirono la lega Caddea (ca de Dio) (1401). Altri ne presero coraggio a domandare ai loro signori giustizia e sicurezza; e i signori adunatisi a Truns (1424), giurarono d’essere buoni e fedeli confederati nella lega Grigia, che diede agli altri il nome di Grigioni. Morto poi l’ultimo conte di Tockenburg (1436), i suoi vassalli strinsero la lega delle Dieci Dritture; e le tre a Vazerol combinarono la repubblica de’ Grigioni (1471), la quale alleatasi poco stante colla Confederazione svizzera (1497), represse gli Austriaci, ed assicurò l’intera libertà.

Libertà di fatti positivi, semplici, intesi da tutti, non stillati da accademici e da avvocati; benedetta dalla religione, assicurata col proprio sangue, e che poterono conservare fin ad oggi, mentre l’ha perduta il paese nostro che ad essi serviva d’esempio. Sventuratamente però anch’essi l’abusarono in interne riotte; poi li prese il mal vezzo di vendere il proprio valore a chi li richiedesse, e l’ambizione di voler fare conquiste. Buon’ora essi volsero gli occhi di qua dell’Alpi Lepontine e delle Retiche per agognare il bel paese, dal quale ricevevano il bestiame loro, le pelli e i formaggi.

Dalla cresta del San Gotardo piove a settentrione la Reuss nel lago dei Quattro Cantoni, per una valle inaccessibile se l’arte non v’avesse praticato il ponte del Diavolo e la buca di Uri. Salendo dalla quale verso meriggio, traversata la pascolosa valle Orsera a millecinquecento metri sovra il mare, alla vetta del Gotardo il pellegrino trovava ricovero nell’Ospizio, mantenuto con cento scudi l’anno dagli arcivescovi di Milano e dalla carità de’ fedeli. Colà incominciava il Milanese; e scendendo pel pendìo meridionale a seconda del Ticino, dopo la scoscesa val Trémola, si veniva alla Leventina, già munita di torri longobarde, indi a Giorníco e Poleggio, poi a Bellinzona, cittadina che con buon castello ed estesa mura chiudeva quel passo, non guari distante dal lago Maggiore. Qui pure confluisce la Mesolcina, valle della Moesa, donde s’ha un altro passaggio all’alta Rezia pel San Bernardino. Varcando poi il monte Cenere, si cala al lago di Lugano, che fa già parte della pianura milanese, e che, coi laghi di Como a levante, di Varese a mezzogiorno, e Maggiore a ponente, forma la contrada più pittoresca della Lombardia.

Tra le alture alpine rimanevano ancora alquante piccole signorie, come i Sax nella Mesolcina e a Bellinzona, i Rusca a Lugano, gli Orelli a Locarno; delle valli Leventina, di Blenio e Riviera il capitolo della metropolitana di Milano fin dal X secolo tenea la dominazione spirituale e temporale. Gli abitanti della Leventina aveano avuto qualche rissa coi valligiani della valle Orsera, a vendicare i quali gli Svizzeri valicarono il San Gotardo e scesero fin a Giorníco (1331); ma il signor Franchino Rusca colle buone gli arrestò. Essi Rusca poi e i signori di Milano aveano invitato ora ad ora gli Svizzeri a sostenerli colle armi; modo di invogliarli d’un paese che potea porgere e vitto ed agi alla soverchiante popolazione delle montagne. Avendo poi i gabellieri di Gian Galeazzo Visconti (1405) tolto ai coloro paesani bovi e cavalli che conducevano al mercato di Varese, i tre Cantoni montani s’appellano agli altri, e non soddisfatti dal duca, varcano le Alpi; favoriti dalle dissensioni di Guelfi e Ghibellini, occupano la Leventina, e costrettala a giurar loro fedeltà, tornano in patria. Ma essendo dai Sax assalita quella valle, gli Svizzeri di fitto verno ricompajono, e a Faído dettano la pace (1406), per duemila quattrocento fiorini acquistando quant’è fra la Leventina e il monte Cenere, compresa Bellinzona medesima, il che assicurava loro il valico alla Mesolcina e al Milanese.

Gravava a Filippo Maria il lasciare in man loro quella chiave d’Italia; onde, côlto un bel destro, sorprese Bellinzona, e tornò la Leventina a sua obbedienza (1422). Tosto le vallate del Ticino e della Moesa echeggiano del corno di Unterwald e del toro di Uri, che guidano gli alpigiani alla riscossa; ma Angelo della Pergola e il Carmagnola con seimila cavalli e quindicimila fanti gli affrontano nel piano d’Arbedo (30 giugno). Erano ben altre pugne che quelle consuete in Italia. Gli Svizzeri, maneggiando a due mani i lunghi spadoni, senza rispetti cavallereschi cacciavanli nelle pancie dei destrieri, e non davano quartiere; onde fu necessario l’estremo del valore contro gente usata a morire sul posto assegnato, e in fitta ordinanza sostenere l’urto de’ nemici, come le roccie dei loro monti rompono la piena dei torrenti. L’intera giornata si pugnò, finchè il Pergola impose a’ suoi di scavalcare: allora l’arte prevalendo, duemila Svizzeri perirono, altri infissero a terra le punte delle labarde in segno d’arrendersi, e pochi e disordinati ripassarono le valli, che aveano dianzi fatto risonare coi canti di loro avida speranza. Era quella la prima grave sconfitta che gli Svizzeri toccassero, onde per allora si tennero quieti: ma non tardarono occasioni di capiglie: e quelli di Uri ripresero la Leventina, per più non lasciarla fin alle rivoluzioni dei nostri giorni. Trovandosi aperto quel varco all’Italia, vennero a scialacquarvi tante vite, che meglio avrebbero serbate a prosperare la loro libertà.

Firenze, sempre rôcca dell’italica indipendenza, spiava gelosa i progressi di Filippo Maria, e con lui stipulò (1419) che il fiume Magra tra il Genovesato e la Lunigiana, e il Panàro tra il Bolognese e il Modenese fossero i limiti, di qua e di là dei quali nessun di loro acquisterebbe nè mesterebbe. Ma Filippo, ottenuto Genova (1421), al doge Tommaso Campofregoso diede in compenso Sarzana, posta di là della Magra; poi trasse a sè la tutela del principe di Forlì, e mandò truppe sul Bolognese contro gli eredi della casa Bentivoglio; sicchè esclamando ai patti violati, i Fiorentini gli scoprirono guerra.

Allora la solita gara di procacciarsi ciascuno alleanze e fautori, e massimamente di trarre a sè Venezia. Questa avea tocco l’apogeo di sua grandezza, e non mancava chi la consigliasse ad estendere le sue conquiste sopra tutta Italia, al modo dell’antica Roma: ma altri mostravano quanto pericoli la libertà dove preponderano le armi, e come dai possessi in terraferma resterebbe danneggiata una repubblica che, sorta in mezzo alle acque, dalle acque doveva aspettarsi salute e gloria. La politica conservatrice era rappresentata dal doge Tommaso Mocenigo; e quando nel 1421 si dibatteva nel maggior consiglio se mettersi in lega co’ Fiorentini contro il duca di Milano, egli stette sempre al no; e perchè Francesco Fóscari procurator giovane infervorava alla guerra, ne ribatteva con lunga parabola le insinuazioni.

— Il nostro procurator giovane ha detto ch’egli è buono soccorrere i Fiorentini, perchè il loro bene è il nostro, e per conseguenza il nostro è il loro male. Noi vi confortiamo siate in pace. Se mai il duca vi facesse guerra ingiusta, Iddio, il quale vede tutto, ci darà vittoria. Viviamo in pace, perchè Iddio è la pace; e chi vuol guerra, vada all’inferno».

Qui il Mocenigo scorre la storia sacra, mostrando come Dio premiasse i pacifici, e i superbi e guerreschi disajutasse, e prosegue: — Così intraverrà de’ Fiorentini per voler fare i loro desiderj; Dio disferà la lor terra e il loro avere, e verranno ad abitar qui pel modo che sono venute altre loro famiglie colle donne e putti. Altramente, se verremo a far il volere del nostro procurator giovane, i nostri si partiranno e anderanno ad abitare in terre aliene. Discese Attila per tutto rovinando, e cacciando gli uomini occidentali, e saccomannandoli; e Iddio ispirò alcuni potenti, i quali vennero per sicurezza ad abitare in queste lagune, per modo che si trovarono salvi, come da Dio eletti. Se noi facessimo a modo che propone il nostro procurator giovane, Dio non ci avrebbe più per eletti, e aspetteremmo quello che hanno aspettato tutte le altre terre, rovinate e poste a sacco, e uccise le genti, e avuti mali assai. Se i Fiorentini vanno cercando il male, lasciateli: ma noi che siamo della città eletta su tutte l’altre, restiamo in pace.

«Procurator giovane; Cristo pe’ suoi vangeli disse Io vi do la pace. Se noi facessimo a modo vostro, e preterissimo i comandamenti di Cristo, cosa potrebbesi aspettare se non male e distruzione? Procurator giovane: andiamo commemorando il Testamento vecchio e il nuovo. Quante città grandi sono diventate vili per le guerre? e per la pace si sono fatte grandi con moltiplicare la generazione, palagi, oro, argento, gioje, mestieri, signori, baroni e cavalieri. Come entrarono a guerreggiare, ch’è il mestiere del diavolo, Iddio le abbandonò e restarono divise; distruggevansi nelle battaglie gli uomini; l’oro e l’argento mancava; infine furono distrutte così com’eglino distrussero l’altre terre, e andarono schiave d’altri. Dove questa terra ha regnato mille e otto anni, Iddio la distruggerà».