[3]. Secondo Gianrinaldo Carli, il prezzo medio del frumento allora era L. 5.1 al moggio, del vino L. 12.16 alla brenta. Da ciò si ragguagli il valor del denaro.
[4]. L’Art de vérifier les dates dice: Pétrarque, si avare de louanges même pour les grands hommes de son siècle, ne peut contenir son admiration etc. Noi vedemmo se ne fu avaro.
[5]. Qui finiscono i tre Villani, carissimi storici, la cui mancanza è irreparabile.
Giovanni Cavalcanti racconta che, quando all’Acuto si pagò grandissima quantità di fiorini, esso ne cavò seimila, e li regalò a Spinello (di Luca Alberti) tesoriere, per le fatiche che ebbe. Spinello ringraziò, e «tornando a Firenze, scavalcò alla porta del palagio, e a’ signori raccontò tutto il convenente, e a loro diè la ricca borsa dicendo: Mandateli alla camera con uno bullettino di commissione ch’io li metto ad entrata del Comune. E così seguì. Questo Spinello invecchiò nell’uffizio di tesoriere, ed alla sua morte non gli si trovò tanto lenzuolo che vi si fasciasse il suo corpo». Storie fior., tom. II. app. p. 491-93.
[6]. Religionis timorem ponendum esse censebant, ubi is officeret libertatem. Poggio Bracciolini, lib. III. p. 223.
[7]. Il primo podestà mandatovi da Gian Galeazzo, fu nel 1396: in Valtellina già si mandava nel 1378.
[8]. Qualche esempio anteriore ne troviamo. Così, nel 1241, Guglielmo Visconte, nominato vicario di San Romolo dall’arcivescovo di Genova, promette, oltre il resto: Si forcia vel forfacta ab aliquo ejus loci et districtus facta fuerit, et notorium et manifestum seu publicum aut mihi denunciatum fuerit, quamvis non sit inde querimonia facta mihi, tamen ego ad vindictam faciendam, et veritatem ejusdem forciæ vel forfactæ inquiram, et vindictam faciam ac si querimonia propterea mihi facta esset. Liber jurium, tom. I, p. 994.
[9]. Il concetto di successione ereditaria è nell’investitura del conte di Virtù. Statuimus quod præfatus Jo. Galeaz Vicecomes et post ejus decessum eo modo quilibet alius tunc descendens legitimus masculus de corpore suo, prout ipse ordinaverit et disposuerit, sit et sint perpetuo verus legitimus et naturalis dominus et veri legitimi et naturales domini dictæ civitatis et totius districti. (Sitoni, Vicecomitum genealogica monumenta. Milano, p. 21). Già al 1385, 15 ottobre, i Milanesi fecero Decretum de pœna dicentis contra statum Domini: ove dichiarano quod nulla persona audeat nec præsumat populum nominare. (Antiqua Ducum Med. decreta. Milano 1654, pag. 88).
[10]. Corio. — Quella solennità è spiegata estesamente in una lettera, scritta li 10 settembre dell’anno stesso, da Giorgio Azzanello ad Andreolo Aresi cancelliere ducale. Furono invitati da quasi tutte le parti del mondo principi, signori e comunità per condecorare la coronazione del nuovo duca, onore dell’Italia. Appena spuntato il giorno di domenica, dal castello di porta Giovia accompagnarono il futuro duca fino a Sant’Ambrogio, preceduti da istrioni e musici. Sopra quella piazza verso la cittadella era alzato un palco quadro, difeso da steccato, coperto ne’ ripari e nei gradini di panno scarlatto, e sopra di broccato d’oro su rosso. Quivi il magnifico cavaliere Benesio Cumsinich, luogotenente cesareo, aspettava il futuro duca per intronizzarlo. Gli altri prelati, signori ed ambasciatori sedettero sopra lo stesso palco. Stavano vicino a questo a sinistra Paolo de’ Savelli principe romano ed il cavaliere Ugolotto de’ Biancardi, con schiera di cinquecento cavalli per custodire la piazza affollatissima. Arrivato il futuro duca e gli altri con lui, Benesio benignamente lo accolse, e collocosselo alla mano sinistra al più eminente luogo del soglio. La bandiera imperiale era tenuta a destra da un cavaliere boemo, compagno di Benesio: alla sinistra un’altra bandiera inquartata coll’arme del duca, era tenuta dal cavaliere Ottone da Mandello. Lettosi il privilegio, che costituiva Gian Galeazzo duca di Milano, concesso dall’imperatore Venceslao in Praga al 1º maggio 1395, il duca inginocchiatosi giurò fedeltà a Cesare nelle mani del luogotenente, il quale gli pose su le spalle il manto ducale foderato di vajo da cima a fondo; quindi presolo pel braccio lo intronizzò, ponendogli in capo una corona gemmata, stimata ducentomila fiorini. Stando seduti il duca e il luogotenente, i prelati cantarono inni di ringraziamento a Dio fra ’l concerto degl’istromenti musicali; poi Pietro Filargo recitò una orazione panegirica in lode del duca. Finita questa, si celebrarono gli uffizj divini; poi il luogotenente e il duca montarono a cavallo, e serviti da magnifico baldacchino portato da otto cavalieri e otto scudieri, andarono col seguito di tutti i prelati, signori ed ambasciatori sino all’antico palazzo, alle cui porte furono affisse le due bandiere imperiale e ducale. Erano in corte apparecchiate le tavole, servite con ricchissima argenteria, e di sopra padiglionate da arazzi tessuti a oro. Al capo della mensa sedè il duca avendo ai due lati i cesarei luogotenenti, e dietro per ordine di dignità gli altri signori. Al lunedì passarono mostra nel palazzo ducale i disposti giostratori. Al martedì, trecento di questi, divisi in due schiere, l’una rossa e l’altra bianca, colle loro bandiere entrarono nello steccato, essendo proposto premio della vittoria mille fiorini. Al mercoledì si giostrò di nuovo, e premio era un fermaglio del valore di mille fiorini, e lo vinse il marchese di Monferrato. Al giovedì terminarono le giostre, nelle quali Bartolomeo fratello di Domenico da Bologna acquistò un cavallo del prezzo di cento fiorini; e Giovanni Rubello scudiere del detto marchese, un altro di ducento».
[11]. Valtellina, Valcamonica, Varese, Legnago, Castello, Arquà, Salò, Bassano, Castelnuovo di Tortona, Riviera di Trento, Soresina, Lecco, Vigevano, Pontremoli, Voghera, Borgo Sandonnino, Casal Sant’Evasio, Valenza, Crema, Monza, Grosseto, Massa Lunigiana, Assisi, Bobbio, Feltre, Belluno, Reggio, Tortona, Alessandria, Lodi, Vercelli, Novara, Vicenza, Bergamo, Como, Cremona, Piacenza, Parma, Brescia che nell’epitafio di lui è detta civili nondum enervata duello, Verona, Perugia, Siena, Pisa, Bologna, Pavia, Milano.