[20]. Rivoluzioni d’Italia, lib. XIV. c. 8. Egli stesso si contraddice al cap. 4 del lib. XV.

[21]. Spesso egli recitò, o almeno compose sermoni per lauree, per capitoli di frati, per funzioni ecclesiastiche; e si trovano manoscritti.

[22]. Suscipe Robertum regem virtute refertum.

[23]. Rerum memorabilium, lib. I. c. 1.

[24]. Un anello con cinque perle; una trecciuola con ottantasei perle minute; una ghirlanda d’argento, su cui perle novantasei; una cintola con perle minute; una coppa di cristallo con coperchio fornito d’argento, che valse lire cinquantuna; un orcioletto di cristallo fornito d’argento e perle; una coppa di nacchera (madreperla) fornita d’argento e perle, furono dati in pegno per fiorini censettantasei a un mercante fiorentino.

[25]. Fragm. Hist. romanæ, lib. I. c. 10. — Dom. de Gravina, Rer. It. Script., XII. 572.

[26]. Parole di Matteo Villani, lib. II. c. 61, e soggiunge questo fatto: — Un Catalano, il quale teneva una rôcca, fece a’ suoi compagni tenere trattato col conte di Ventimiglia, il quale, avendo voglia d’aver quella rôcca, con troppa baldanzosa fidanza sotto il trattato entrò nel castello con centoquattro compagni, benchè più ve ne credesse mettere; ma come con questi fu dentro, per l’ordine preso pe’ traditori furono chiuse le porte, il conte e i compagni presi; e avendovi uomini, i quali si volevano ricomperare a grande moneta, ed erano da riserbare per i casi fortunevoli della guerra, tanto incrudelì l’animo feroce de’ Catalani, che senza arresto spogliati ignudi i miseri prigioni, e legati colle mani di dietro, l’un dopo l’altro posto a’ merli della maggior torre della rôcca, sopra un dirupinato grandissimo furono dirupinati senza niuna misericordia, lacerando i miseri corpi con l’impeto della loro caduta ai crudeli sassi. Il conte solo fu riserbato, non per movimento d’alcuna umanità, ma per cupidigia di avere per la sua testa alcuno suo castello vicino ai crudi nemici».

[27]. Il Giannone, colle sue frasi grossolane insieme e gonfie, chiama «Giovanna la più savia reina che sedesse mai in sede reale», lib. XXIII. c. 3; e lo ripete nel cap. 5; poco poi scrive che la regina, «ancora che ella fosse in età di anni quarantasei, era sì fresca che dimostrava molta attitudine di far figli».

[28]. Ap. Lünig, tom. I. p. 210. 1215. Alla coronazione di Luigi II d’Angiò si presentarono in Napoli molti baroni, conducendo più di millecento cavalli; poi i Sanseverino ne condussero milleottocento tutti ben in arnese. Al che Angelo di Costanzo, che scriveva ai tempi di Filippo II, riflette: — Io, vedendo in questi tempi nostri, d’ogni altra cosa felicissimi, nella patria nostra, tanto abbondante di cavalieri illustri ed atti all’armi, la difficoltà che saria il porre in ordine una giostra, per la qual difficoltà si vede che ha più di trent’anni che non n’è fatta una, e l’impossibilità di poter fare in tutto il Regno mille uomini d’armi di corsieri grossi, simile a quelli di quei tempi, sto quasi per non creder a me stesso questo ch’io scrivo di tanto numero di cavalli, ancorchè sappia che è verissimo; ed oltre che l’abbia trovato scritto da persone in ogni altra cosa veridiche, l’ho anco visto nei registri di quelli re che gli pagavano. Ma questo è da attribuirsi al variar de’ tempi, che fanno ancor variare i costumi. Allora per le guerre ogni piccolo barone stava in ordine di cavalli e di genti armigere per timore di non esser affatto cacciato di casa d’alcun vicino più potente; ed in Napoli i nobili, vivendo con gran parsimonia, non attendendo ad altro che a star bene a cavallo e bene in arme, si astenevano da ogni altra comodità; non si edificava, non si spendeva in paramenti, nelle tavole dei principi non erano cibi di prezzo, non si vestiva, tutte le entrate andavano a pagar valent’uomini ed a nutrir cavalli. Or per la lunga pace s’è voltato ognuno alla magnificenza nell’edificare ed alla splendidezza e comodità del vivere, e si vede ai tempi nostri la casa che fu del gran siniscalco Caracciolo, che fu assoluto del Regno, a’ tempi di Giovanna II regina, ch’è venuta in mano di persone senza comparazione di stato e di condizione inferiore; vi hanno aggiunte nuove fabbriche, non bastando a loro quell’ospizio, ove con tanta invidia abitava colui che a sua volontà dava e toglieva le signorie e gli stati. Delle tappezzerie e paramenti non parlo, poichè già è noto che molti signori a paramenti di un par di camere hanno speso quel che avria bastato per lo soldo di dugento cavalli per un anno; ed avendo parlato della magnificenza de’ principi, con questo esempio non lascerò di dire dei privati che si vede di cinque case di cavalieri nobilissimi fatta una casa di un cittadino artista. Tal che credo certo, che, se fosse noto agli antichi nostri questo modo di vivere, si maraviglierebbono, non meno di quel che facciamo noi di loro».

[29]. Rymer, Acta, tom. IV. part. II. pag. 45. A tutti questi fatti era presente Teodorico da Niem, che scrisse la vita di Giovanni XXIII.