[126]. Pietro Aretino scriveva al Franciotto nell’aprile 1548, cioè mezzo secolo prima di quell’Enrico IV di Francia, a cui il fatto viene attribuito: — Se bene jeri l’altro, per esserci il numero delle persone che si stavano a casa mia, meco ragionando, non feci motto alcuno circa il vostro ridere nel vedermi in mezzo di Adria e di Austria le figlie mie; nel vedermi, dico, dalle braccia dell’una d’anni undici stretto nel collo, e dalle mani dell’altra di otto mesi preso nella barba; non è che io non me ne accorgessi, e me lo tacqui allora per dirvi adesso una bella cosa in comparazione di quella mia tenera sofferenza. Lorenzo e Giuliano, quello padre di Leone, questo di Clemente, standosi trapassando il tempo del caldo al Poggio, accadde un giorno, poco dopo il desinare, ch’eglino per fuggire il sonno essendosi ritirati in camera, venutegli alle mani due canne, se ne fecero cavalli, e salendo l’uno sopra l’una, e l’altro sopra l’altra, volse Giuliano che gli montasse in groppa Giulio, e Lorenzo che il simile facesse Giovanni; e così spronando ciascuno senza i sproni pareano proprio ispronargli daddovero; talchè i bambini tutti ridenti, quel piacere nella loro innocenzia provavano, che prova in la sua tenerezza ogni genitore che la di lui prole trastulla. Videgli in cotal atto quel Mariando, che poi ebbe il titolo di Frate dal piombo; e ridendosene da senno, fu chiamato dentro dai personaggi sì grandi; i quai pregarono il faceto e leale uomo, che non prima facesse motto dello avere i due fratelli (i quali poi furon padre di cotale coppia di pontefici) trovati in tal materia di scherzo, non prima, dico, ch’egli avesse figliuoli; inferendo in sì prudente voce di parole, che la minore dimostrazione di semplicità che si faccin coloro che ne hanno, è lo impazzirgli drieto».
Il fatto però non è esatto, poichè Giulio nacque postumo.
Atque aliud nigris missum, quis credat? ab Indis,
Ruminat insuetas armentum discolor herbas.
Poliziano, Rusticus.
[128]. Angelo Poliziano a Lorenzo de’ Medici: — Magnifice Patrone. Da Ferrara vi scripsi l’ultima. A Padova poi trovai alcuni buoni libri, cioè Simplicio sopra al Cielo. Alexandro sopra la Topica, Giovan Grammatico sopra le Posteriora et li Elenchi, uno David sopra alcune cose de Aristotele, li quali non habbiamo in Firenze. Ho trovato anchora uno scriptore greco in Padova, et facto el patto a tre quinterni di foglio per ducato. Maestro Pier Leone mi mostrò i libri suoi, tra i quali trovai un M. Manilio astronomo et poeta antiquo, el quale ho recato meco a Vinegia, et riscontrolo con uno in forma che io ho comprato. È libro, che io per me non ne viddi mai più antiqui. Similiter ha certi quinterni di Galieno De dogmate Aristotelis et Hippocratis in greco, del quale ci darà la copia a Padova, che si è facto pur frutto. In Vinegia ho trovato alcuni libri di Archimede et di Herone mathematici che ad noi mancano, et uno Phornuto De deis, e altre cose buone. Tanto che papa Yanni ha che scrivere per un pezzo.
«La libreria del Niceno non abbiamo potuto vedere. Andò al principe messer Aldobrandino oratore del duca di Ferrara, in cujus domo habitamus. Fugli negato a lettere di scatole; chiese però questa cosa per il conte Giovanni et non per me, che mi parve bene di non tentare questo guado col nome vostro. Pure messer Antonio Vinciguerra, et messer Antonio Pizammano, uno di quelli due gentilhuomini philosophi che vennono sconosciuti a Firenze a vedere el conte, et un fratello di messere Zaccheria Barbero sono drieto alla traccia di spuntare questa obstinatione. Farassi el possibile; questo è quanto a’ libri.
«M. Piero Lioni è stato in Padova molto perseguitato, et non è chiamato nè quivi nè in Vinegia a cura nissuna. Pure ha buona scuola, et ha sua parte favorevole; hollo fatto tentare dal conte di ridursi in Toscana. Credo sarà in ogni modo difficil cosa. In Padova sta mal volentieri, et la conversatione non li può dispiacere, ut ipse ait. Negat tamen se velle in Thusciam agere. Nicoletto verrebbe a starsi a Pisa, non vorrebbe un beneficio, hoc est, un di quelli canonicati; ha buon nome in Padova, et buona scuola. Pure, nisi fallor, è di questi strani fantastichi; lui mi ha mosso questa cosa di beneficj: siavi adviso.
«Visitai stamattina messer Zaccheria Barbero, et mostrandoli io l’affectione vostra, mi rispose sempre lagrimando, et ut visum est, d’amore; risolvendosi in questo, in te uno spem esse; ostendit se nosse quantum tibi debeat. Sicchè fate quello ragionaste, ut favens ad majora. Quello legato che torna da Roma, et qui tecum locutus est Florentiæ, non è punto a loro proposito, ut ajunt. Un bellissimo vaso di terra antiquissimo mi mostrò stamattina detto messer Zaccheria, el quale nuovamente di Grecia gli è stato mandato; e mi disse, che sel credessi vi piacessi, volentieri ve lo manderebbe con due altri vasetti pur di terra. Io dissi che mi pareva proprio cosa da V. M., et tandem sarà vostro. Domattina farò fare la cassetta, et manderollo con diligentia. Credo non ne abbiate uno sì bello in eo genere. È presso che tre spanne, et quattro largo. El conte ha male negli occhi, et non esce di casa, nè è uscito poichè venne a Vinegia.