[161]. In Francia si cominciò nel 1376; solo nel 1556 Carlo V otteneva dai dottori di Salamanca la decisione che ai Cattolici non fosse illecito aprire umani cadaveri.
[162]. Nel XV secolo v’è menzione di pesti, in Dalmazia il 1416, 20, 22, 30, 37, 54, 64, 66, 80; nella Lombardia e Genovesato, il 1405 e 6; in Napoli, Milano ed altre parti d’Italia, il 1421 e 22; nel 21 a Bologna e Brescia; nel 28 a Roma; nel 29 e 30 a Perugia e altrove; nel 38 a Venezia e altrove; nel 48 nell’alta Italia; poi nel 50, 56, 60, 65, 68, 73, 75, 76, 78, 85: dal 92 al 95 la peste marrana, tifo navale, sviluppatosi fra gli Ebrei cacciati di Spagna contaminò tutta Europa. Scaligero contro Cardano dice che a Parigi, Colonia, Famagosta, Venezia, Ancona la peste ripullula così frequente, che può dirsi perpetua.
[163]. Quamquam per civitates, domus qua hospitalia vocantur, et supellectiles sumptibus publicis paratæ structæque videantur elephantiacis suscipiendis. — De elephantia. Ne’ secoli seguenti se ne parla pochissimo, ma non dovette scomparire del tutto: poi questi ultimi anni rivoltavi l’attenzione, fu riscontrata in molte parti, e più miserabilmente nella popolazione pescatrice di Comacchio, col nome di mal di fegato. Vedi Sulla lebbra, Commentario del D. A. Verga. Milano 1846.
Fallopio nel 1550 trovava che in Francia ancora molti erano affetti di lebbra; ma in Italia rimanevano rarissimi, e gli ospedali di San Lazzaro erano vuoti, mentre crescevano quelli di San Giobbe per gl’infraciosati. De morbo gallico, c. I. III.
[164]. Diconsi palimsesti (πάλιν φηστὸς, di nuovo raschiato). Ciò si costumava già dagli antichi, e Cicerone (Famil., VII, 18) scrive: Quod in palimsesto, laudo equidem parsimoniam; sed miror quod in illa chartula fuerit quod delere malueris, quam exscribere, nisi forte tuas formulas. Non enim puto te meas epistolas delere ut deponas tuas. An hoc significas nil fieri? frigere te? ne chartam quidem tibi suppeditare? Il primo palimsesto cui si facesse mente, fu alla biblioteca del re di Francia nel 1692, ed era un manoscritto delle opere di sant’Efrem.
Finchè s’ebbe carta papiracea, su quella si stesero gli atti pubblici. I più antichi d’Italia su carta pecora sono una concessione di re Liutprando del 712 nell’archivio di Milano, e uno del 784, ove Felice vescovo di Lucca conferma la donazione di Faulone al monastero di san Fridiano. Il più antico atto sopra carta bambagina è del 1145 in Sicilia, ove re Ruggero II fa concessioni all’abate di San Filippo di Fragola. Nell’archivio delle Riformagioni di Firenze trovasi un diploma in greco del 1192, in cui Isacco Langelo imperatore ammette i Pisani alla pace colle terre di Romania.
[165]. Plutarco (in Catil.) le fa inventare da Cicerone all’occasione della congiura di Catilina. Cicerone scrivendo ad Attico (lib. XIII) gli dice: — Tu non avrai forse intesa quella cosa perchè scritta διὰ σεμνῶν, per segni». Altri ne dicono autore Tirone suo liberto, da cui si chiamarono tironiane; e Dione Cassio (lib. LV) asserisce che Mecenate fece pubblicare queste note per Aquila suo liberto. Celebri tachigrafi antichi furono Perunnio, Pilargio, Pannio, e infine Seneca. San Cipriano aggiunse altre note alle già inventate, e tutte le adattò all’uso della religione. Prudenzio nell’inno di san Cassiano canta:
Verta notis brevibus comprendere cuncta peritus
Raptimque punctis dicta præpetibus sequi.
Origene, sant’Agostino, san Girolamo parlano dei tachigrafi.