alla sua patria questa pianta,
Dalla qual nacque poi ricchezza tanta
Che in ogni luogo si noma il Delfino.
Negli statuti dell’arte di Por Santa Maria a Firenze è registrato che «nel 1423 per l’arte si cominciò a fare i filugelli in Firenze, e furono eletti sei cittadini a farci fare l’esercizio dei filugelli bigatti, e trarne la seta». Vincenzo Chiarugi nel Saggio delle malattie cutanee sordide, 1798, all’art. Lebbra, pag. 174, dice che fin dal 1186 in Toscana era istituito uno spedale per la cura de’ lebbrosi lavoranti di lana e seta.
[266]. Morbio, Codice Visconteo Sforzesco.
[267]. Antiq. M. Æ., II. 332.
[268]. Giannone, Storia civile, XXVII. 3.
[269]. Documenti al Tommasi, Sommario della storia di Lucca, pag. 63.
[270]. Manni, De Florentinis inventis commentarius; e Pagnini, tom. II. p. 100. I tintori da antico ebbero uno spedale proprio, fondato con spontanee elargizioni. Le tintorie fiorentine conservano ancora l’antico credito, co’ perfezionamenti che vi recò il raffinarsi de’ preparati minerali. Il gallato di ferro dà il famoso nero; l’azzurro di Raymond, introdotto da questo nel 1811, fu perfezionato dal professore Andrea Cozzi, avvivando la seta tinta dell’azzurro di Prussia con un bagno di campeggio sostenuto da idroclorato di deutossido di stagno. L’arsenico solforato e il cromato di piombo furono applicati dal dottore Calamandrei alla tintura; oltre che vi si adoprarono vegetali comuni, come le bacche di ginepro ancora acerbe per far giallastra la lana, la pula di castagne pel color ceciato delle tele cotone, ecc.
[271]. Dal 1812 al 25 fu il maggior fiore di questa manifattura, che introduceva fin dodici in quattordici milioni all’anno; e v’ebbe qualche cappello che fu pagato sin mille lire.