[272]. Anderson, Hist. commerc., pag. 371.

[273]. Manni, Veglie piacevoli in Dino di Tura. In Francia i falliti portavano berretto verde, messo loro dal boja dopo espostili alla gogna. Gli statuti di Casale Sant’Evasio pongono: Quicumque captus et detentus, volens cedere bonis suis, admittatur ad bonorum cessionem... probet coram judice Casalis se stetisse in carcere comunis per dies sexaginta die noctuque, et ista probacione facta, voce preconis premissa, per servitores comunis in publica concione publice et alta voce super lapidem comunis cridet et protestetur, quod ipse talis captus cedit bonis, et omnia bona sua et presentia et futura, exceptis vestibus de dosso ipsius cedentis, libere dimittit, et relaxat creditoribus suis liberam licentiam accipiendi et auferendi ejus bona quocumque et ubicumque ea invenerint, eorum propria auctoritate, usque ad solutionem integram ejus quod habere debent... Et ille qui amodo cedet bonis, non possit habere aliquem honorem vel aliquod officium, qui vel quod descendat a comune Casalis. — Monum. Hist. patriæ, Leges 987.

Nello statuto antico di Civitavecchia, tradotto nel 1451 e stampato nel 1853. il c. XXXVI del lib. I. porta: Come se renunzia a li beni suoi dando le natiche al pietrone.

«Statuimo che qualunque renunzierà o vorrà renunziare li suoi beni, questi non usi quello beneficio nè lo possa usare salvo non renunziasse con le solennità et modo infrascritto. Cioè, tale volente renunziare a li beni deve uscire de la sala del palazzo del Comune et ire sino a la piaza del peso, e debanli andare nante li tubatori sonando colle trombe, intanto che, con nude le natiche, dica tre fiate Cedo bonis, che vuol dire renunzio et do luogo a li miei beni, percotendo le decte natiche così nude fortemente ne la pietra. Et poi questo deve stare un mese fora de Civitavecchia et suo distretto. Et questo non abbia luogo nelle femine, le quali possano renuntiare a li beni secundo la ragione comune, senza le predecte solennità».

[274]. Liber jurium, vol. I. p. 1180.

[275]. Monum. Hist. patriæ, Chart. II.

[276]. Lo statuto di Pisa del 1161, rubr. V. De modo cognoscendi et judicandi, già stabilisce la procedura mercantile sommaria: Statuimus ut quæstio de marinaratici, et nauli, et mercibus amissis seu deterioratis in navi vel ligno, a consulibus maris summatim et extra ordinem dirimatur.

[277]. Possediamo siffatti statuti di molte città italiane, e nominatamente di Trani e Amalfi, la cui Tavola fu edita a Napoli nel 1844 dal principe d’Ardore, copiandola dai manoscritti del Foscarini: Capitula et ordinationes curiæ maritimæ nobilis civitatis Amalphæ, quæ in vulgari sermone dicuntur la Tabula de Amalphu, nec non consuetudines civitatis Amalphæ.

Al testo del Consolato de’ fatti marittimi suol precedere una nota, che indica i paesi dove quello fu accettato; per esempio, Roma nel 1075, Genova nel 1186; ma non ha aspetto d’autenticità. Carlo Targa e Giuseppe Maria Casaregi, giureconsulti genovesi, illustrarono il Consolato in modo che i loro commenti divennero regola della navigazione del Mediterraneo.

Il Consolato sanciva che, in tempo di guerra, le merci neutre caricate dal nemico sono libere, e non possono sequestrarsi, mentre invece la bandiera neutra non protegge merce nemica. Al contrario, le città del Baltico sosteneano il mare libero, non per generosità e giustizia, ma perchè soli navigando quel mare, vi trovavano il proprio conto, senza concedere reciprocanza alle potenze belligeranti. Sono divergenze che furono dibattute nei libri, nei congressi e colle armi.