«La nostra zecca batte ogni anno ducati d’oro un milione, e d’argento ducentomila tra grossetti e mezzanini, e soldi ottocentomila all’anno. Ducati cinquecentomila di grossetti vanno all’anno tra la Soria e l’Egitto; e ne’ vostri luoghi e ne’ luoghi di terraferma vanno, tra mezzanini e soldi, ducati centomila; altrettanti ne’ nostri luoghi da mare, altrettanti in Inghilterra, il resto rimane in Venezia. I Fiorentini mettono ogni anno panni sedicimila finissimi, fini e mezzani in questa terra; e noi li mettiamo nell’Apulia, pel reame di Sicilia, per la Barberia, in Soria, in Cipro, in Rodi, per l’Egitto, per la Romania, in Candia, per la Morea, per l’Istria. E ogni settimana i detti Fiorentini conducono qui ducati di tutte le sorta settemila, cioè trecennovantaduemila all’anno, comperando lane francesi, catalane, cremisi e grane, sete, ori, argenti, filati, cere, zuccheri e gioje, con benefizio della nostra terra: così tutte le nazioni fanno. Però vogliate conservarvi nel modo in cui vi trovate, che sarete superiori di tutti. Il Signor Iddio vi lasci conservare, reggere e governare in bene».

Francesco Foscari era conosciuto come abilissimo in intrighi, animoso all’intraprendere, e felice nel riuscire. In Venezia tenendo tante fila, cercava scostarsene il men possibile, non accettando che ambascerie di prima importanza; erasi amicati i Barnabotti col fare stabilir dotazioni pei figli di nobili poveri; e quattro figliuoli e molti amici gli erano d’appoggio a molto sperare. Vacando il dogato, scaltreggiò per modo, da prevalere a quei che il temevano perchè giovane e perchè attivo; e di fatto egli esercitò sui consigli della Signoria maggiore efficacia che non solessero i predecessori suoi. Favoriva quelli che lusingavano la vanità patriotica coll’idea di prepotere in Italia, e mettersi a capo d’una lega che equilibrasse i Visconti: sicchè la guerra, così temuta dal Mocenigo, allora proruppe.

Già i Fiorentini seguitavano le ostilità con poca fortuna. Oddo figlio di Braccio di Montone, Carlo Malatesta e Nicolò Piccinino, stipendiati dai Fiorentini, furono in due anni (dal 6 7bre 1423 al 17 8bre 1425) sei volte sconfitti, ne’ romani e ne’ liguri campi, da Angelo della Pergola. Oddo perì: e Malatesta, caduto prigioniero del Visconti, fu da questo guadagnato colla cortesia: altrettanto avvenne del Piccinino. Un settimo esercito allestirono i Fiorentini, e cercavano amicizie; aveano (come ebbe a dire Lorenzo Ridolfi nel senato veneto) sparsi per tutt’Italia i giojelli delle spose e delle figlie loro, venduto quanto possedeano di prezioso, speso più di due milioni di fiorini, che tanti non se n’avrebbero vendendo tutta Firenze[34].

E di peggio potea temersi se Filippo Maria, per quel suo andazzo di odiare cui dovea gratitudine, non avesse scontentato il Carmagnola. Avea questi ottenuto il titolo di conte e il cognome della famiglia regnante colla mano di Antonia, figlia naturale di Gian Galeazzo, e tra feudi e stipendj un’entrata di quarantamila fiorini; e si fabbricò a Milano il vasto palazzo che poi si disse Broletto. Il duca forse agognava ritorgli tanti doni, largiti non per cuore ma per bisogno; forse il Carmagnola credevasi inadeguatamente compensato con denari, quando vedea Sforza e Braccio essersi acquistato signorie indipendenti: fatto sta che ne cominciò malumore. Il Carmagnola vedendosi maltrattato e fin cerco a morte, si parte dal duca; e benchè questi ne trattenesse la moglie e le figlie, reca a servizio di Firenze un grosso esercito e la conoscenza dei divisamenti dell’ingrato padrone; e a danno di questo (1426 3 8bre) pratica un’alleanza con Venezia, col marchese di Ferrara, col signore di Mantova, i Sanesi, i duchi di Savoja e di Monferrato, gli Svizzeri e il re d’Aragona.

Dichiarata guerra a Filippo (1426), il Carmagnola, fatto capitano generale, con buona sentita di guerra e colle intelligenze occupa Brescia: ma il duca seppe cavarsi dalle male peste, sia comprando il valore di Francesco Sforza, Guido Torello, Nicolò Piccinino e Angelo della Pergola che formavano quindicimila corazzieri, sia spargendo zizzania fra i collegati, sposando Maria figlia del duca Amedeo VIII di Savoja, al quale cedette Vercelli; e con altri sagrifizj e coll’interposizione di papa Martino V, in Ferrara conchiuse pace (1426 30 xbre), a Venezia cedendo Brescia ed otto castelli sull’Oglio. Venezia, che così estendeva i dominj fino all’Adda, onorò e retribuì splendidamente il Carmagnola, e lo investì delle contee di Chiari e Roccafranca e d’altre terre fino a dodicimila ducati di rendita, con piena giurisdizione civile e criminale.

Queste abjette condizioni lasciavano a sbaraglio Milano; onde i suoi nobili, che, secondo i vulgari raziocinj, consideravano proprio scorno il recedere il loro padrone da un’ingiusta guerra, mandarono supplicarlo a rescinder la pace, offerendo somministrargli diecimila cavalieri ed altrettanti pedoni, purchè lasciasse loro le gabelle e i tributi della città. Filippo non gradì che i cittadini rimetterser mano nelle pubbliche cose come ai tempi repubblicani; pur a rinnovare le ostilità si preparò col soldare le bande congedate dai Veneziani; e da settantamila uomini fra le due parti si trovarono a fronte nella valle padana[35]. Ben dovevano essere ancora di piccola importanza le artiglierie, se le navi venete osarono penetrare nel Po fino a Casalmaggiore, dove sconfissero la flotta milanese (1427 11 8bre); poi fra gli acquitrini di Macledio nelle vicinanze di Brescia l’esercito di Filippo fu sbaragliato dal Carmagnola. Allora si rannoda la pace; ma ecco tosto nuove rotture e nuovi accordi e nuove violazioni, secondo la versatilità di Filippo e la natura degli eserciti d’allora.

A tali termini era l’Italia, che nè per la guerra acquistavasi gloria, nè per la pace quiete. Città prese e riprese, terre sfasciate, assassinj e tradigioni alternate colle battaglie, patimenti di plebe innominata, che importano alla storia? essa parla dei capi, e de’ felici colpi di quel prezzolato combattere. Non erano più guerre per la difesa della patria, non per utile o gloria o grandi intenti, ma effetto d’intrighi, di perfidiosa politica, del bisogno di battaglie che aveano i capitani come del proprio mestiere e guadagno. Sole truppe mercenarie campeggiavano, non ispirate da amor di patria, di gloria, di libertà; le battaglie finivano con poco sangue, atteso che, al primo piegar della fortuna, i soccombenti rendevano le armi, persuasi di trovare ben tosto un nuovo impresario, ed essendo convenuto fra condottieri di danneggiarsi il meno possibile.

I vinti erano rilasciati in farsetto; i vincitori si sbandavano a godere le prede; i capitani se trionfanti dettavano legge a chi li pagava, se sconfitti esigevano compensi e ristori. Alla battaglia di Sagonara, ove Angelo della Pergola sconfisse ed ebbe prigioniero il Malatesta, se credessimo al Machiavelli, sole tre persone perirono, affogandosi nella mota. Così alla Molinella si combattè «mezzo un giorno... nondimeno non vi morì alcuno; solo vi furono alcuni cavalli feriti, e certi prigioni da ogni parte presi». Nella battaglia di Caravaggio, ove lo Sforza sbarattò affatto i Veneziani facendo diecimila cinquecento prigioni, diconsi morti soli sette soldati[36], due dei quali dalla stretta e dallo scalpitare de’ cavalli. Per tal modo un capitano, vinto oggi, al domani ricompariva in campagna con esercito non men numeroso; le guerre s’eternavano esaurendo l’erario, impoverendo lo Stato, e non assicurandolo dai nemici; paci fatte per necessità, rompevansi per capriccio; e tra i guerreggiati e i traditi, gl’Italiani doveano sentire quanto soffrano i paesi dove non sono tutt’uno la milizia e la nazione.

A Maclodio sul Bresciano ottomila corazzieri di Filippo con Carlo Malatesta suo generale, e gli equipaggi e le ricchezze erano caduti prigionieri de’ soldati del Carmagnola, i quali trattandoli da commilitoni, subito li prosciolsero, onde tornarono al duca senz’altro avere perduto che le armadure. Due soli artefici di Milano offersero al duca quante armi bastassero per quattromila cavalieri e duemila pedoni; tanto vi fioriva questa manifattura: e Venezia vincitrice si trovò a fronte quegli stessi che dianzi avea vinti.

Che il Carmagnola avesse disposto dei prigionieri a suo talento, spiacque all’ombroso Governo, e sospettollo d’intelligenze coll’antico suo signore; e tanto più dacchè sul Po la flotta milanese, guidata da Pacino Eustachio e da Giovanni Grimaldi genovesi, sconquassò la veneziana (1431 22 maggio), ch’era costata seicentomila fiorini. Imputando il Carmagnola di quel disastro, stabilirono torlo di mezzo: e perchè arrestare un capitano fra un esercito a lui devoto non era agevol cosa, l’invitano a Venezia (1432) sotto finta d’interrogarne l’esperienza, l’onorano in ogni modo, poi i Dieci l’arrestano, il processano; «non volendo confessare, fu posto alla corda; e non potendo trarlo su per un braccio ch’egli aveva guasto, gli fu dato fuoco a’ piedi, per modo che subito confessò ogni cosa». Fu mandato al supplizio (5 maggio) col bavaglio in bocca; trattane al fisco la sostanza, che valutavasi a trecentomila ducati; provvisto alla moglie ed alle figliuole. Il popolo tremò ed applaudi: la posterità, anche dopo conosciuti gli atti di quel processo, rimane dubbia sulla reità di lui, e lo colloca fra quelle vittime delle procedure segrete, che dalla pubblica coscienza attirano compassione per sè, esecramento su chi le fa[37].