Genova sappiamo che erasi sottoposta a Filippo Visconti, sicchè quando essa nella battaglia di Ponza (pag. 84) fece prigioniero Alfonso re d’Aragona e di Sicilia, a lui lo mandò. Il re seppe cattivarsi Filippo in modo che ne fu lasciato andar libero. Tante iniquità, tanto egoismo non nocquero mai al Visconti, come questa insolita generosità; perocchè i Genovesi, indispettiti che egli disponesse a sua voglia del frutto di così insigne vittoria, si sottrassero all’obbedienza del duca (1453 27 xbre), scannarono a furor di popolo il suo governatore, rivollero la repubblica, e con essa lo strazio delle fazioni.

Nel calcolato favore di Filippo, al Carmagnola era sottentrato un altro prode. Quando Sforza Attendolo perì, l’esercito suo, unica assicurazione de’ privilegi e dei possessi che i principi gli aveano accordati per paura, sarebbesi sfasciato, se Francesco, uno de’ tanti figliuoli che esso aveva d’amore o di nozze, non avesse tenuto congiunte quelle masnade, obbedienti quegli uffiziali, dando già indizio di quella destra politica, che dovea poi alzarlo al più bel dominio italiano. Reso famoso in tutti i fatti d’arme d’Italia, e sentendo quanto valesse una buona spada, non s’accontentava ai dominj paterni; e battendo più alto la mira, e sempre crescendo d’importanza, giunse a ottenere che Filippo gli promettesse la mano di Bianca, unica sua figlia naturale. Appena uscito per lui di pericolo, il duca se ne pentì e ricusò; onde lo Sforza andossene, e nell’Anconitano si formò colla spada un marchesato sotto la supremazia del pontefice; poi non bastando a mantenere le proprie masnade, si acconciò a servizio de’ Fiorentini. Questi aveano condotto con varia fortuna e mirabile costanza la guerra; ma poi Nicolò Piccinino, il quale aveva assunto l’esercito di Braccio di Montone, si pose col Visconti e in riva al Cerchio sconfisse i Fiorentini, togliendone l’artiglieria, le munizioni e quattromila cavalli. Essi vidersi allora costretti a cedere Lucca ed accettar la pace; nella quale però anche Filippo rinunziava ai fatti acquisti e alle alleanze in Romagna e in Toscana, per non avere più titolo di brigarsi nelle vicende di questa.

L’astuto finse allora congedare il Piccinino, ma gli diede segreta istruzione di devastare la Toscana, la quale, vistasi ingannata, e costretta a far nuove armi, si chiamò felice di trarre sotto ai gigli suoi Francesco Sforza.

Ecco a fronte i due maggiori capitani del tempo, rappresentanti le due antiche scuole di Braccio e d’Attendolo. Il Piccinino, sebbene disavvenente di corpo e infelice parlatore, spingeva al sommo il merito di Braccio, vale a dire la celerità de’ movimenti, audace fin alla temerità, indomito dall’avversa fortuna. Francesco dalle diverse scuole sceglieva il meglio, e sapeva col genio avvivarlo; maschio di corpo e d’animo, il male non proponevasi, ma non ne rifuggiva se utile; entrambi caldi di odj, ma ricchi di quella bontà che non di rado si palesa pe’ soldati, ed è riparo o compenso alla facilità che hanno di far male.

Lo Sforza erasi mostrato propenso alle repubbliche, massime a Firenze, non perchè sentisse in quel senso, ma per tenere in ombra Filippo, o per far contrario al Piccinino che a questo conservava fede. Non volendo però scontentare in tutto il duca, nè sfasciare uno Stato sul quale spingeva i desiderj, lasciò alquanto in tentenno la guerra: ma quando si vide zimbello alla peritanza e finteria di Filippo, calò la buffa, e parve decidere delle sorti d’Italia coll’accettare dai federati il bastone, con novemila zecchini al mese dai Veneti, ottomila quattrocento da’ Fiorentini.

I due emuli capitani fecero gara di valore e d’abilità, sul Veneto, in Toscana, nella marca d’Ancona portando a vicenda la devastazione. Novamente famoso venne per durata e fierezza l’assedio di Brescia, invano sostenuto dal Gattamelata, e dove Brigida Avogadro menò le donne a respingere il Piccinino. «Tutto il popolo notte e giorno lavorava a far riparo di dentro a’ muri; vi lavoravano femmine, putti, donne, preti, frati, giudici, tali e quali. Il Piccinino solariò il fondo della fossa di graticci, e fece la via per venire in cima del terraglio. Dirai, Che facevi voi che nol vietavate? dico che come noi ci facevamo sul terraglio, egli tirava con quelle bombarde. Oh quanti ve ne furono morti di noi cittadini!» E quando salirono all’attacco «si cominciò una riotta con noi di dentro, per modo che, colla grazia di Dio, furono urtati giù. Avreste veduto quelli uomini d’armi traboccar giù per quel terraglio con que’ suoi pennacci a volta voltone che era una consolazione. Di bombarde, di schioppetti, di verrettoni, di sassi che si tiravano, parea che l’aria si oscurasse: parea che tutto il mondo si aprisse di tamburi, di trombette, di gridori, di campane a martello..... Avreste veduto il popolo, femmine, zerlotti, piccoli e grandi, che correvano giù ai luoghi dove si davano le battaglie, chi con pane, chi con formaggio, chi con vino, chi con confetto per reficiare que’ cittadini combattenti, e que’ soldati ch’erano con noi. Voi avreste veduto la gente d’arme de’ nemici in belle battaglie che tenevano dal brolo del vescovo fino a San Pietro Oliviero, tutti quanti a cavallo: e quando si davano le battaglie, si scambiavano sotto di squadra in squadra, smontavano da cavallo, e venivano alla battaglia: ma tosto loro veniva talento di ritornare a dietro»[38].

Brescia sempre eguale a se stessa! I Veneziani, per la nimicizia del marchese di Mantova non potendo mandar navi pel Po nel Mincio, e da questo nel lago di Garda, divisarono un fatto arditissimo, suggerito da un Sorbolo candioto. Avviarono su per l’Adige due galere grandi, tre mezzane e venticinque barche, poi strascinandole a forza di cavalli e di bovi traverso al frapposto Monte Baldo spianando e sgombrando, le gettarono in esso lago a Tórbole: meraviglia e terrore, che il Piccinino dissipò bruciandole.

Ma alfine Brescia fu salvata, sebbene da fame e peste ridotta a metà abitanti. Francesco Barbaro provveditore e famoso grecista, fu chiamato a Venezia coi cento gentiluomini che più aveano contribuito a quella difesa, accolti dalla Signoria, abbracciati dal doge che li proponeva quali modelli ai sudditi della Repubblica, ed essi e la loro posterità esimeva da ogni imposta; al Comune poi rilasciaronsi ventimila ducati, che il fisco ritraeva annualmente dai mulini[39].

Il Piccinino, smaniato d’acquistare il dominio che era stato di Braccio, si fa mandare dal Visconti nell’Umbria, guasta la Toscana, e ad Anghiari (1440 29 giugno) a’ piè de’ monti che separano la val del Tevere da quella di Chiana assale le truppe pontificie di tremila corazzieri e cinquecento pedoni, e le fiorentine di otto in nove mila cavalli, comandate da Gian Paolo Orsini, e rimane sconfitto e prigioniero: se non che i vincitori sbandatisi non proseguirono la vittoria e la resero inutile, perchè il Piccinino ebbe raggomitolati ben tosto tutti quelli che avea perduti, e tornò in Lombardia a rifarsi col saccheggiare terre di amici. Tuttochè guelfo, disprezza le scomuniche paragonandole al solletico, che lo sente chi lo teme; s’insignorisce di Pontremoli e di Bologna; ed è adottato nelle case dei Visconti di Milano e d’Aragona di Napoli. Anche gli altri capitani a stipendio di Filippo Maria chiedevano sovranità: Alberico da Barbiano voleva Belgiojoso; Lodovico Sanseverino, Novara; Lodovico del Verme, Tortona; Talian Friulano, Bosco e Frugarolo; altri altro. Il duca, che aveva rimosso lo Sforza onde non farlo sovrano, credette allora minor male il richiamarlo, e gli concesse la mano di Bianca (1441), e in pegno della dote il contado di Pontremoli e Cremona. La pace di Cavriana, fatta sotto la mediazione dello Sforza e a malgrado del Piccinino cui essa strappava un’immancabile vittoria, rintegrò nei primieri confini il duca, le repubbliche di Venezia, Genova e Firenze, il papa e il marchese di Mantova.

Che valevano le paci generali, quando duravano le particolari animadversioni de’ capitani? Francesco mosse per vendicarsi d’Alfonso il Magnanimo, che gli aveva occupati i feudi paterni nel Reame: ma Filippo Maria tornatone geloso, s’accordò con Eugenio IV per torgli la marca d’Ancona, ridiede il suo favore al Piccinino, che dichiarato gonfaloniere della Chiesa, noceva il più possibile all’irreconciliabile suo emulo, e d’ordine di Filippo assediò Pontremoli e Cremona.