Il gran capitano, a cui la generosità non impediva di levarsi d’attorno coi supplizj e col ferro gli emuli, vedeasi tolta pezzi a pezzi la sovranità militare ch’egli erasi formata nel cuore dell’Italia, e soccombeva alle tergiversazioni del suocero e alle infedeltà di papa Eugenio; quando i Veneziani, guardando come lesa la pace di Cavriana, si allearono coi Fiorentini, presero al soldo varj condottieri, e sotto Michele Attendolo mandarono l’esercito a’ danni del duca, e dopo la vittoria di Mezzano sopra Casalmaggiore si spinsero fino a Monza e Milano. Il Visconti, sbigottito dal vedere Venezia ostinarsi al conquisto della Lombardia, si rappattumò col genero, il quale comprendeva che se la Lombardia toccasse ai Veneziani, più nulla avrebb’egli a sperarne, mentre invece la disputabile successione di Filippo aprivagli ambiziose eventualità. Accettò dunque il comando supremo sulle armi e le fortezze; dugentomila fiorini d’oro l’anno per mantenere l’esercito suo e quello lasciato dal Piccinino, il quale, dopo essere stato uno degli arbitri di questa sbranata Italia, era morto (1444 15 8bre) col dispiacere di non avere nè ingrandito se stesso, nè ottenuto gratitudine da quelli cui aveva servito.
Poco poi Filippo Maria, sempre passionato per l’intrigo, si lasciò di nuovo menare dai Bracceschi e dagli altri che invidiavano l’incremento dello Sforza; e rompea seco di nuovo, allorchè morte lo colse (1447 15 agosto), e con lui terminava la stirpe de’ Visconti.
La quale fu con lode ripagata della protezione che concesse ai dotti d’allora, e il Filelfo, il Barziza, il Panormita, l’Offredi, il Decembrio ne tesserono la storia e la falsarono. Del resto già vedemmo come la Lombardia fosse una monarchia militare, non temperata se non dalle arti che ad un governo intelligente sono insegnate dal desiderio di conservarsi; i Milanesi la sopportavano anzi rassegnati che contenti; e il desiderio della libertà erasi illanguidito a segno, che al più si aspirava a cambiare tiranni: la pace e la guerra, la ricchezza e la felicità del paese, la tolleranza o punizione dei delitti dipendevano dal principe.
Sovratutto mancava quel che ai popoli più è necessario, pace, e pronta ed eguale giustizia; anzi le prepotenze pareano favorite dai dominanti. Giovanni Gámbara, signorotto del Bresciano, faceva cogliere da due bravi una tal Bartolomea che avea detto male di sua moglie Subrana, e mozzarle la lingua; il podestà condannò al taglione il Gámbara e la moglie, ma essi interposero un fratello della mutilata, che li riconciliò con questa; e Gian Galeazzo Visconti concedette perdono. È scritto che Giovanni Palazzo ottenesse da Gian Maria che Guelfi e Ghibellini del Bresciano potessero combattersi sei mesi, salva la fedeltà al principe, e commettere qualsivoglia misfatto tra loro. Esso Gian Maria nel 1401 mandava podestà ad Asola Giovanni Visconti e capitano Giorgio Carcano, i quali spinsero tant’oltre l’audacia, che niuna fanciulla poteva andare a marito senza avere passato tre giorni nel loro palazzo: gli Asolani stancati li trucidarono, e i Bresciani in punizione distrussero Asola[40]. Quando manchi la giustizia, più non rimane garanzia di sorta, nè altro si può che abbattere il dominante per mettersi al posto di lui e divenire oppressori.
Pure costoro erano principi nostrali, e i Lombardi compiacevansi della loro grandezza, giacchè nol poteano della propria felicità; compiacevansi alla splendidezza della Corte, alle regie parentele, alle frequenti comparse, ai clamorosi pranzi, ai clamorosissimi funerali, a quel lusso di sfarzo e spesa più che di gusto, alle feste che frequenti si rinnovavano per nozze, per paci, per venuta di principi. Fu volta in cui Filippo Maria ebbe ospiti papa Martino V e l’imperatore Sigismondo, e prigionieri il re di Napoli e quel di Navarra; in un mazzo di carte (giuoco allora nuovo) dipinto da Marzian di Tortona spese millecinquecento monete d’oro.
Le sevizie di que’ principi possono paragonarsi al morso di un cane rabbioso, che nuoce solo a chi lo avvicina; mentre una pacata signoria può indurre gli effetti della malaria, generale spossamento e tabe irremediabile. Perocchè del resto essi cercavano il prosperamento del paese, sia per trarne di più, sia per non iscapitare al confronto de’ vicini. L’agricoltura procedea di meglio in meglio, sull’esempio de’ monaci, principalmente de’ Cistercensi, che verso il Lodigiano e il Pavese aveano introdotto i prati stabili e le cascine; si miglioravano le razze de’ bovi; de’ cavalli, celebri per grossezza e forza, molto spaccio faceasi in Francia. I lavori di seta crebbero principalmente dacchè nel 1314 molti fabbricanti di Lucca, fuggendo la tirannia di Castruccio, ricoverarono a Milano. I Lombardi andavano in Francia, in Fiandra, in Inghilterra a raccattar lana, che poi tinta e tessuta mandavano colà donde ora ci vengono i panni fini; e per tutta Europa correvano le monete d’oro colla biscia. I nobili non prendeano vergogna del mercatare, e sulle matricole figurano i Litta, i Dadda, i Bossi, i Crivelli, i Gusani, i Dugnani, i Medici, i Melzi, i Porro, i Bescapè, i Castiglioni, i Pozzobonelli. I Borromei da San Miniato si trasferirono qui vendendo panni grossolani, e stabilendone una fabbrica; e subito Filippo Maria prese un Borromeo per direttore della finanza, e poco dopo Luigi XII di Francia levava al battesimo un figliuolo di quella casa[41].
Le arti, divise in venticinque paratici o consorzj, con bandiera, statuti, assemblee distinte, esercitavano ogni sorta mestieri, e all’uopo prendeano le armi. Singolarmente i Lombardi guadagnavano in operazioni di banco, avendone stabiliti in tutte le città d’Europa. Milano era sì ricca, che diceasi in proverbio bisognerebbe distrugger lei chi volesse rifare l’Italia; e udimmo i nobili esibire a Filippo di mantenergli stabilmente diecimila cavalieri ed altrettanti pedoni se lasciasse loro le entrate della città. L’estimo del 1406 dà ai beni mobili e stabili della città e dei corpi santi il capitale valore di tredici milioni dugencinquantamila zecchini. La popolazione cresceva, benchè guasta da pesti ricorrenti; e i primi provvedimenti di polizia sanitaria menzionati sono i milanesi.
Il servaggio principesco alterava la semplicità de’ costumi, e senza credere alle declamazioni, è a supporre s’imparasse a chinar la fronte a quello in cui mano erano il denaro, la forza, la legge, ed a quella serie di bassi che comandano agli altri; catena di soggezione, che cominciata non finisce più. Nondimeno durava un vivere patriarcale, nè la Corte era distinta dalla città quanto nei tempi posteriori; e benchè i nobili godessero molti privilegi, pure le condizioni si trovavano spesso mescolate nei pubblici convegni ed alle feste ecclesiastiche o civili.
Se si pensi che non v’avea truppe stanziali, primario rinfianco della tirannia; che il duca vivea tra gente nostra, con nostri consiglieri, fra tante corporazioni organizzate e armate, fra privilegi di arti, di corpo, di stato, si vedrà che il despotismo non poteva sbizzarrire senza contrasto; le memorie della prisca libertà non erano perite, non poteasi a voglia gravar le imposte, gli statuti frenavano anche il principe, le fazioni di Guelfi e Ghibellini opponeano potente contrasto, sicchè la tirannia non era sistematica ma di eccezione. Que’ principi pesavano più volentieri sui nobili per torsene l’ostacolo e rapirne le ricchezze; non per questo si rendeano popolari, comunque talora grossolani: e la plebe anch’essa sapeva resistere, e piegando non dimenticava d’avere dei diritti.
Tutti questi avvenimenti potemmo divisare senza tampoco far motto d’un altro imperatore calato in Italia. La Casa di Luxemburg, così meschina sotto il cavalleresco Enrico VII, era giunta a possedere tanti dominj, quanti mai quella di Hohenstaufen; in un secolo avea dato quattro imperatori, Enrico VII, Carlo IV, il vituperevole Venceslao che fu deposto, e suo fratello Sigismondo, che al tempo stesso era elettore di Brandeburgo, re di Boemia e d’Ungheria. Bello d’aspetto (tal ce lo descrive Leonardo Aretino che lo conobbe), alto della persona, nobile, vigoroso, magnanimo in pace e in guerra, eloquente, amante le lettere, liberale oltre le sue scarsissime entrate, trovavasi sempre bisognoso di denaro, e perciò costretto a vendere la propria alleanza e protezione, interrompere le imprese, mancare ai propositi; e più che all’impero badava a crescere i suoi Stati ereditarj, dai quali derivò poi la grandezza di Casa d’Austria.