Talmente Venezia spingeva la gelosia per l’eguaglianza delle sue famiglie patrizie, che, avendo il re di Ungheria chiesto per moglie una Morosini, la Signoria obbligò il padre a rinunziare ogni diritto paterno, e l’adottò come figlia della Repubblica. Quando, durante lo scisma, fu eletto papa Angelo Corrér (1406) col nome di Gregorio XII, benchè egli cercasse cattivarsi i Barbarigo, i Morosini, i Condulmer con cappelli cardinalizj, fu sempre guardato di mal occhio, giudicandosi pericoloso un pontefice legato coi senatori; e appena il concilio di Pisa lo dichiarò scaduto (1409), la Signoria non solo s’affrettò a riconoscere il surrogatogli Alessandro V, ma a lui profugo negò stanza ne’ suoi dominj[42]. Ito nel Friuli, papa Gregorio venne a rissa con quel patriarca che era tedesco, e lo cassò surrogandogli Anton da Ponte nobile veneto. L’imperatore Sigismondo, dichiaratosi protettore dell’espulso, menò le cose di modo, che venne a rottura con Venezia. Questa repubblica da Ladislao, competitore di Sigismondo al trono d’Ungheria, aveva comprato per centomila fiorini la città di Zara; ridomandando la quale e le antiche città imperiali, Sigismondo entrò sul Veneziano (1413) guastandolo e ribellando: ma Venezia strinse lega difensiva con Nicolò III d’Este, i conti Porcia e Collalto, i Malatesti, i Polenta, i signori d’Arco e Castelnuovo, Castelbarco, Caldonazzo, Savorgnano; e questi, e la rigidezza dei vicarj di Sigismondo, la poca costanza degli Ungheri ch’egli versava di qua dell’Alpi, il valore del condottiere Filippo d’Arcoli, fecero trionfare il leone veneto per tutto il Friuli.
Dalla Marca Trevisana Sigismondo pensò fare una corsa in Lombardia senz’armi. Liete accoglienze gli profusero i tirannelli: a Cremona col papa vagheggiò dal torrazzo la pianura lombarda; a Cantù ricevette omaggio da Filippo, il quale però nol volle accogliere in Milano; istituì de’ vicarj imperiali, cui faceano capo i Ghibellini per onestare la loro tirannide: ma nessuna efficienza ebbe sulle vicende italiane.
Dopo vent’anni di regno, nojato dalle lunghe brighe in Germania e in Boemia, e dal dirigere una macchina pesante e rugginosa, com’egli chiamava l’impero, pensò tornare di qua dall’Alpi (1431) a farvi una comparsa quale solevano i suoi predecessori. I tempi erano ben cambiati; quanto erasi perduto in parziale libertà, tanto erasi acquistato in generale indipendenza; nè la nominale superiorità sarebbe bastata perchè convocasse a Roncaglia tutti gli Stati d’Italia a rendere l’omaggio e ricevere giustizia. Con duemila Ungheri e Tedeschi a cavallo, più per corteggio che per difesa, capitò a Milano; e Filippo, che pur gli avea sempre mostrato piena soggezione, e l’avea sollecitato a discendere sperando danneggiarne i Veneziani, insospettito si chiuse nel castello di Abbiategrasso, senza tampoco lasciarsi vedere all’imperatore, che in Sant’Ambrogio fecesi coronare (1431 25 9bre).
Qui dunque temuto e timoroso, eppure in Toscana malvisto come amico del duca, sempre povero di denaro e di forze, obbligato ad ogni passo a patteggiare o difendersi, a un punto di rimanere preso in Lucca dal capitano dei Fiorentini, trattenuto in Siena per debiti, Sigismondo traversò l’Italia meschinamente (1432), dirigendosi a Roma onde persuadere il papa ad accettare il concilio di Basilea: nè tampoco a questo riuscito, cintasi la corona d’oro (1433), ricoverò a’ suoi paesi, lasciando l’Italia alle ambizioni e agli agitamenti di prima.
CAPITOLO CXVI. Repubblica Ambrosiana. Venezia conquistatrice. Francesco Sforza. I Foscari.
| I Visconti e gli Sforza | |||||||||||
| Uberto Visconti | |||||||||||
| Obizzo | |||||||||||
| Teobaldo | |||||||||||
| Matteo Magno 1295-1322 | |||||||||||
| Galeazzo I 1322-28 | |||||||||||
| Azzone 1328-39 | |||||||||||
| Luchino 1339-49 | |||||||||||
| Marco | |||||||||||
| Giovanni arcivesc. 1339-54 | |||||||||||
| Stefano | |||||||||||
| Matteo II 1354-55 | |||||||||||
| Bernabò 1354-85 | |||||||||||
| Galeazzo II 1354-78 | |||||||||||
| Gian Galeazzo 1378-1402 primo duca nel 1395 | |||||||||||
| Valentina in Luigi d’Orléans, ava di Luigi XII | |||||||||||
| Gian Maria 1402-12 | |||||||||||
| Filippo Maria 1412-47 | |||||||||||
| Bianca Maria in Francesco Sforza 1447-66 | |||||||||||
| Ascanio cardinale | |||||||||||
| Galeazzo Maria 1466-76 | |||||||||||
| Gian Galeazzo Maria 1476-94 | |||||||||||
| Bona regina di Polonia | |||||||||||
| Caterina in Giovanni de’ Medici avo di Cosimo granduca | |||||||||||
| Lodovico il Moro 1494-1500 | |||||||||||
| Massimiliano 1512-15 | |||||||||||
| Francesco Maria 1522-26 e 1529-35 | |||||||||||
| Gabriele Maria figlio naturale | |||||||||||
| Uberto stipite di case ancora sussistenti | |||||||||||
| Gaspare | |||||||||||
| Lodrisio | |||||||||||
| Ottone arcivesc. 1277-95 | |||||||||||
Filippo Maria Visconti non lasciava figliuoli, onde molti si sporsero al fiuto di sì pingue eredità. Fin allora nel Milanese non era stato regolato il modo di succedere al dominio; e come negli altri principati italiani, ora lo teneano i fratelli in comune, ora se lo spartivano, o l’uno succedeva all’altro senza riguardo alla discendenza dell’estinto: persino i figli naturali ne toccavano qualche porzione. Ora la casa francese d’Orléans vi pretendeva a cagione di Valentina Visconti, cui Gian Galeazzo, maritandola a Luigi d’Orléans, n’avea dato l’aspettativa pel caso che i suoi figli morissero improli. Ma il titolo non valeva, giacchè questo non era un feudo femminino; tanto minor diritto v’avea lo Sforza, marito della figlia naturale, quantunque legittimata, di Filippo Maria. Questo aveva un tempo pensato a nuocere ai Veneziani col lasciare il suo paese ad Alfonso re di Napoli; il che avrebbe di tanto avanzata l’unità italiana: e Alfonso in fatti produsse un testamento a favor suo; ma foss’anche autentico, si trattava egli d’una proprietà che si potesse lasciare a talento?
Il Milanese era uno Stato libero, riconosciuto nella pace di Costanza; il che importava, secondo il diritto d’allora, che non potesse venir ristretto a sudditanza di verun particolare. Venceslao l’avea ridotto tale investendone Gian Galeazzo; ma sovrano dell’Impero non era già il re di Germania, bensì gli elettori, rappresentanti l’antico senato e popolo romano: e in fatto essi ne fecero rimprovero a Venceslao, e fu uno degli aggravj per cui lo spodestarono[43]. Sigismondo ne diede regolare investitura a Filippo Maria, riservandosi gli antichi diritti imperiali[44]; ma realmente il Milanese, operando come Stato libero, aveva affidato il governo politico ai Visconti, e allo spegnersi di questi tornava di propria balìa. Sentirono questo diritto i Milanesi, e mentre i Bracceschi inalberavano sul castello lo stendardo di Alfonso di Napoli, ed altri suggerivano di darsi al duca di Savoja fratello della duchessa vedova, Antonio Trivulzio, Teodoro Bossi, Giorgio Lampugnani e Innocenzo Cotta eccitano alla libertà i Milanesi, che a furia smantellano il castello, nido della tirannia contro il popolo; e disingannati del dominio d’un solo come pessima pestilenzia, proclamano l’aurea repubblica ambrosiana (1447 14 agosto), tornando in istato di popolo al modo antico. Il vicario coi dodici di provvisione eleggono ventiquattro capitani e difensori della libertà del Comune, che furono confermati dal consiglio generale, e che affollarono ordini buoni o meschini, come sempre avviene nei primordj; rimettono i banditi; proibiscono il bestemmiare, i giuochi zarosi, il portar armi; allestiscono ricoveri per poveri, e massime per contadini che la guerra avea sturbati dai campi; si ravviano le scuole, invitando i maestri con condizioni che meritamente potranno accontentarsi; e da spontanee largizioni raccolgono ottocentomila zecchini ad tuendam patriæ libertatem[45].
È uno dei temi più soliti e più facili agli epigrammi da caffè la debolezza de’ governi usciti da una rivoluzione, come il vacillamento delle rivoluzioni che non riuscirono: nè per verità da una reggenza che durò meno di due mesi potevano pretendersi stabili intenti, concordi progetti, efficace azione. Pure sarebbersi allora potute costituire in Italia tre robuste repubbliche, di Firenze, Venezia e Milano, mettendo in comune il senno educato dell’una, la potenza marittima dell’altra, le colte lautezze dell’ultima; e associandosi alla forza degli Svizzeri, opporre una federazione di liberi all’aumento delle monarchie confinanti. Chi pensi che in quel tempo, essendo morto Carlo il Temerario duca di Borgogna nel combattere gli Svizzeri[46], restavano libere le Fiandre e i Paesi Bassi, comunità fiorentissime di commercio e costituite al modo delle nostre, non può a meno di riflettere qual diverso andamento avrebbe preso l’Europa se, invece di consolidarsi le monarchie collo spartire la Borgogna tra Francia e Austria, fosse prevalso il sistema repubblicano. Se i Milanesi vedessero allora questa preziosa eventualità, è difficile il dirlo; ma trovo codardo l’insultarli dell’aver preferito una forma di governo che allora presentava tanto avvenire. Sgraziatamente però Firenze cominciava con Cosmo de’ Medici a piegare a principato: Venezia dal doge Francesco Foscari era intalentata a conquiste, a segno di posporvi la giustizia e la pubblica libertà; e sperando quell’unione che più tardi effettuarono gli Austriaci, spasimava di tutto il Milanese, e profittò del momento per ciuffare Brescia e Bergamo.
Allora Venezia trovavasi all’apogeo della sua grandezza. Trieste, i cui pirati avevano rapito le spose della ancor novella repubblica, indi era stata sottoposta da Enrico Dandolo a capo de’ Crociati, non si rassegnò mai al giogo, più volte rinnovò guerra, e nel 1367 si diede al duca d’Austria; ma i Veneziani l’assalirono e presero per fame, poi nella pace, chetato l’Austriaco a denaro, le imposero di giurar fedeltà a San Marco; alla nomina di ciascun doge, lo stendardo del leone sventolerebbe un giorno sul mercato di Trieste, e tutti gli anni a Pasqua sul palazzo; i Triestini osserverebbero i trattati conchiusi da Enrico Dandolo in appresso, e la Serenissima vi eserciterebbe la giurisdizione penale. Nella guerra di Chioggia i Genovesi presero Trieste, e la consegnarono al patriarca d’Aquileja: avendola Venezia ripigliata (1382), i Triestini inalberarono di nuovo la bandiera dei duchi d’Austria, i quali poi la tennero sempre: ma doveano correre più di quattro secoli prima che acquistasse tale importanza sul mare, da prevalere all’antica dominatrice.