Vedemmo come si fosse ampliata la signoria de’ patriarchi d’Aquileja sopra tutto il Friuli, l’Istria, gran parte della Carintia e Carniola, e la Stiria, con tanti poderi da estrarne ducentomila zecchini. Però i papi aveano tratto a sè il diritto di nominare il patriarca, sicchè ne cessò l’indipendenza; e avendo essi dato quella sede in commenda a Filippo d’Alençon, i signori paesani ricusarono obbedienza a questo, eleggendo un altro, donde baruffa civile, nè più fu possibile sottometterli interamente. Il patriarca fu dunque costretto ricorrere al popolò, agli stranieri, a bande mercenarie; e intanto i signori si rendevano viemeno dipendenti, per quanto il patriarca cercasse avvincerseli col moltiplicare i feudi e suddividerli e concedere franchigie.
E si alleò a Francesco Carrara (1388), che colle armi occupò tutti i paesi: ma i Veneziani, temendo che questo operosissimo loro nemico tenesse il Friuli per sè e intercettasse i loro commerci colla Germania, presero parte con Udine «con altre città, riottose al patriarca, e annichilarono nel modo che dicemmo la potenza dei Carrara. Venuto poi il patriarcato al tedesco Lodovico Theck (1414), e questo avendo favorito l’imperator Sigismondo, Venezia ne colse occasione di tor via que’ vicini, ostinatamente avversi. Pertanto occupò il loro paese finchè non fosse compensata delle spese di guerra; ma queste ammontavano a tanto, che il patriarca non potè più pagarle; onde a quel prelato, fin allora il più ricco d’Italia dopo il pontefice, altro non rimasero che i castelli di San Vito e San Daniele, e lo stipendio di cinquemila ducati che ricevea dalla Repubblica.
Adunque il dominio veneto si estendeva in Italia dall’Isonzo al Mincio; oltre il litorale dell’Adriatico sin alle foci del Po, aveva ad obbedienza fra terra le province di Bergamo, Brescia, Verona, Crema, Vicenza, Padova, la Marca Trevisana con Feltre, Belluno, il Cadore, il Polesine di Rovigo, Ravenna, il Friuli, l’Istria eccetto Trieste città imperiale; supremazia sulla contea di Gorizia, che prima faceva omaggio al patriarca d’Aquileja; sulla costa orientale dell’Adriatico teneva Zara, Spalatro e le isole che fronteggiano la Dalmazia e l’Albania; avea tolto Veglia ai Frangipani, Zante a un Catalano; in Grecia occupava Corfù, Lepanto e Patrasso; nella Morea Modone, Corone, Napoli di Romania, Argo, Corinto, avute a prezzo dai possessori che non poteano difenderle dai Turchi; altre isolette dell’Arcipelago, e qualche parte del litorale; finalmente Candia e Cipro.
Mentre in Italia si era limitata ad opporsi a chi vi predominasse, tenendo per lo più coi pontefici, allora aspirò a dominarvi, donde vennero le guerre che abbiam veduto con Filippo Maria, nelle quali, se cresceva di credito nella penisola, sviavasi dal commercio, e rimaneva esposta agli arbitrj de’ venturieri, coi quali usava or rigore, ora carezze; or mandava al supplizio il Carmagnola, or se ne redimeva coll’ascrivere fra i nobili il Gattamelata e Michele Attendolo. E d’acquistare il Milanese le dava lusinga lo sfasciarsi di questo alla morte di Filippo.
Per quell’assurdo concetto che repubblica significhi obbedire a nessuno, le singole città ridestando le municipali gelosie, colsero pretesto dalla rivoluzione di Milano per sottrarsi a questa, riformandosi a reggimento municipale indipendente, ed elessero signori e governi distinti, preferendo l’indipendenza dei singoli alla libertà di tutti. Como, Alessandria, Novara seppero accordarsi colla Repubblica ambrosiana, ma a patti che tendeano principalmente a ricuperare la giurisdizione ed aggravare i popoli soggetti: tal era il senso dei sessantasette capitoli stipulati dai Comaschi, diretti a ristabilire il dominio della città sopra il contado e sopra la Valtellina e il Chiavennasco. Pavia, Parma, Tortona vollero reggersi da sè; Lodi e Piacenza introdussero guarnigione veneta; Asti si chiarì pel duca d’Orléans; gli esuli signorotti tornavano, e riprendevano gli aviti possessi e la baldanza di tiranneggiare perchè aveano sofferto; se non altro, saccheggiavano; dappertutto rinasceano le antiche cupidigie; ma s’erano talmente abituati all’obbedienza, che, appena uno primeggiasse, lo chiedevano signore.
L’attività scompigliata produceva debolezza universale; mentre erasi perduto l’uso delle armi, d’ogni parte sonavano minaccie; la Repubblica era in grande setta e divisione nell’interno, fra le pretensioni dei capitani di ventura, che nè poteansi licenziare nè tenere in obbedienza; lo schiamazzo popolare diventava potenza, sempre micidiale, ed or faceva ardere i libri del censo, ora demolire il castello, soliti carnevali dei neoliberati; i cittadini medesimi si divideano in partiti, quale pendendo all’Impero, quale ai reali di Francia, al duca di Ferrara, a Venezia. Luigi di Savoja credette opportuna l’occasione di fermar piede in Lombardia, e si collegò col re francese, a patto che Genova e Lucca si conquistassero per questo, Alessandria si desse al Monferrato, le terre fra il Ticino, l’Adda e il Po, coi castelli di Trezzo e Pizzighettone, ad esso, duca di Savoja[47]. Venezia aveva già rotta guerra a Filippo, e adesso la continuava contro la Repubblica, ed accostavasi minacciosa all’Adda.
In que’ frangenti che tolgono il senno anche ai più savj, i capitani della Repubblica parvero dimenticare le pretensioni di Francesco Sforza; ed aggirati o spinti dai Ghibellini, affidarono ad esso le armi, perchè li difendesse da’ nemici. Egli mostrò obbedire a coloro cui sperava comandare; dal carcere, ove l’avea cacciato Filippo Maria, trasse Bartolomeo Coleone, condottiero bergamasco, e se lo fece compagno alle imprese; colle artiglierie abbatteva mura che prima arrestavano gli eserciti, e prosperò nella guerra marchesca. Assediata Piacenza, la piazza più forte dopo Milano, riuscì a prenderla ed entrar per la breccia (1447 16 9bre): fatto portentoso e quasi nuovo nell’arte guerresca d’allora, ove la difesa era ancor superiore all’offesa. La città venne abbandonata al peggiore saccheggio e a tutti gli obbrobrj de’ soldati, che violentavano a scoprire i tesori; diecimila cittadini furono venduti; i ferramenti, i legnami portati a vendere nelle vicine città; nè Piacenza più risorse.
Ma lo Sforza non operava a pro di Milano; anzi, dopo ch’ebbe con insigni vittorie, e massime con quella di Caravaggio (1448), fiaccato i Veneziani che erano stati a un punto d’acquistare il Milanese, e fattone prigioniero l’esercito, arsa la flotta, patteggiò di lasciar loro non soltanto Bergamo e Brescia, ma e il Cremasco e la Geradadda, cioè fino all’Adda, purchè l’ajutassero a succedere a Filippo Maria. L’accordo fu accettato (18 8bre).
Francesco aveva un buon esercito, i Milanesi nessuno; prima Pavia, poi Piacenza, poi altre città lo chiedeano signore; perfidie non lo sgomentavano, e Cosmo de’ Medici amico suo gli aveva insegnato a badare alle convenienze proprie, non alle altrui, e che il mondo non si governa coi paternostri. In Milano rincalorivano le parti di Guelfi e Ghibellini; e i primi, guidati dal Trivulzio, avrebbero voluto una pace che assicurasse la Repubblica e dai nemici e dal difensore: il Lampugnani, il Bossi ed altri Ghibellini ricusavano la pace con Venezia, che sottraeva tanto territorio, e che preparerebbe forse la dominazione di quella città: il vulgo tumultuava ora per questi, ora per quelli, secondo l’opinione o le ciancie o il denaro. Carlo Gonzaga di Mantova, fatto comandante della città, batteva la mira a rendersene signore appoggiandosi ai Guelfi, sicchè i Ghibellini entrarono in trattati collo Sforza per garantire o qualche franchigia alla patria o qualche vantaggio a sè; ma scoperti, furono mandati al supplizio Lampugnani ed altri, molti in fuga, confiscati i loro beni. Allora prevale quella seconda schiera che sottentra sempre ai moderati; e nuova gente senza credito, traforatasi nel governo e impinguatasi delle confische, impresse l’impeto rivoluzionario, eccitò i Milanesi a resistere al traditore, al disertore, giurando piuttosto darsi al granturco e al demonio; spedirono per tutto bandi che il diffamavano; promisero diecimila zecchini di mancia e altrettanti in fondi a chi l’uccidesse; chiesero soccorsi dal duca di Savoja, i cui soldati non dando quartiere, facevano quel peggio che sapessero. I Milanesi stessi aveano scritto milizie paesane con fucili, arma nuova che, per quanto imperfetta, incuteva terrore ai dapprima invulnerabili corazzieri; e le battaglie divennero sanguinose, e costarono la vita a molti prodi condottieri.
Ma lo Sforza era di lunga mano superiore per sentita di guerra, e sostenuto dai Veneziani, che tradivano cittadini liberi per procacciarsi un pericoloso vicino. Tardi s’accorsero dell’ambizione dello Sforza, e fecero pace colla Repubblica Ambrosiana; e avendo lo Sforza ricusato riconoscerla, spedirono truppe a soccorso di Milano (1449 27 7bre): ma l’incerta fede de’ capitani di ventura, disertati dalla Repubblica per mettersi dove la fortuna piegava, e il valore d’esso Sforza ne elisero l’effetto. Milano, disperata di miglior consiglio, proponeva di sottomettersi alla Serenissima; ma lo Sforza, domate Monza, Melegnano, Vigevano e le altre città provinciali, cinse la capitale. Il popolo, visti uscir vani tutti i suoi partiti, si levò a rumore, mosso dall’oro nemico, secondo la frase antica e moderna; cassò i magistrati popolari, ostinantisi alle armi, per surrogarvene di ghibellini: i quali però neppur essi aveano un disegno premeditato, nè sapeano finire la guerra, a terminar la quale erano stati eletti. Carlo Gonzaga, che avea mostrato l’ambizione del comando, non l’abilità, come vide i nuovi capitani della libertà non favorire alle aspirazioni sue, ma voler lui stesso obbediente, patteggiò collo Sforza, facendosi dare Tortona in compenso del tradimento. Gaspare Vimercato in parlamento dipinse la trista situazione: — I soccorsi piemontesi sono fiacchi, lontani quei di Napoli, pericolosi quelli dei Veneti; ecco crescere ogni giorno orrida e irreparabile la fame; più che un disperato resistere, non val meglio cercare pane e riposo allo Sforza? alla fine egli vanta de’ diritti, sicchè avrà minor bisogno d’infierire, e piuttosto desiderio di conservare». La proposizione fu accolta al solito da fischi ed urli, tra i quali però il senso comune si fe strada; la fame operò il resto, e il popolo assalì a tumulto il palazzo del governo; onde s’inviò a fare la sommessione, e lo Sforza spedì tosto gran ristoro di viveri, che il fece benedire.