Ondate di Milanesi andavano a visitarlo ognidì al suo quartier generale, e gli sciorinavano elogi in versi, elogi in prosa, sonori quanto le imprecazioni che in suo vitupero eransi fatte testè, da ciascuno a chi peggio. Poi, il giorno della sua entrata (1450 26 genn.), «avevano preparato un carro trionfale con un baldacchino di panno d’oro, e così con gran moltitudine aspettavano il principe avanti alla porta Ticinese. Ma Francesco per la sua modestia ricusò il carro e il baldacchino, dicendo tali cose essere superstizioni da re; il perchè, entrando, andò al sagro e massimo tempio di Maria Vergine, e fermo innanzi alla porta, si vestì di drappo bianco sino a’ piedi, la qual veste era di consuetudine che si vestivano i duchi quando pigliavano la signoria» (Corio); ebbe la corona ducale, e il Milanese si racconciò nella monarchia militare. Francesco addormentò il popolo colle feste; coi belligeranti strinse buoni accordi; l’una dietro l’altra tornò in obbedienza le città, che preponevano ad una libertà procellosa una tranquilla servitù, ed ultime anche Como e Bellinzona; e incominciava una nuova politica e una nuova dinastia, preconizzata ai destini più insigni, e che pure dovea, fra micidj e tragedie, giungere a stento alla sesta generazione.
Egli seppe mettere nel fodero la spada, colla quale aveva acquistato un sì bel dominio, e attese a far dimenticare la violenta origine e riconciliarsi i popoli col modo migliore, il beneficarli; non diè carico a’ suoi avversi; non lasciò campo a quelle riazioni, che irritano ed inimicano; resse con saviezza, restituendo al governo il vigore senza la crudeltà de’ Visconti; e riuscì uno dei principi più grandi e, secondo il tempo, de’ più buoni. Nella capitolazione erasi stipulato non si darebbe impiego a verun forestiero, i tribunali starebbero sempre in Milano, non rincarite le gabelle, garantiti i creditori dello Stato, messi fuor di città i soldati. Vedendo che «la plebe, riavvezzata alle armi, si ricordava della libertà», lo Sforza pensò ricostruire l’abbattuta fortezza; ma non volendo con ciò mostrare diffidenza, sparse tra il popolo suoi creati, che persuadessero ciò come ornamento e sicurezza della città; e per quanto i meglio avvisati si opponessero, gli altri prevalsero, e le parrocchie pregarono il duca di fabbricare il castello, che riuscì il meglio forte d’Italia in piano. Monumento più insigne della Sua munifica pietà rimane l’Ospedal grande, sontuosa fabbrica nella quale raccolse i varj ospedali della città; compì il naviglio che mena l’Adda a Milano. Sul trono serbò i modi franchi acquistati negli accampamenti; liberale dell’oro, asserendo non esser nato per fare il mercante; onorò le arti, favorì i letterati; davasi premura di smentire le dicerie sul conto suo, e di spiegare i motivi delle sue azioni.
Tutto che militare, associò la sua politica a quella del negoziante Cosmo de’ Medici, che gli continuò sempre una grossa pensione; dissipò una lega che Venezia aveva giurata a danno di lui col re di Napoli, il duca di Savoja, il marchese di Monferrato, i Senesi, i Correggeschi: e seppe mostrarsi necessario ai varj potentati. Doppio matrimonio il collegò coi reali di Napoli, altri col marchese di Mantova, colla Savoja e con Francesco Piccinino, capitano non degenere dal padre, pel qual modo si furono riconciliati Sforzeschi e Bracceschi: e se ai Veneziani fu costretto lasciare Bergamo, Brescia, Crema, col loro circondario, di rimpatto acquistò Savona e Genova.
Questa città non parve sottrarsi al duca di Milano che per avventarsi più dissennata nelle discordie tra Fregosi e Adorni, i quali strappavansi a vicenda l’effimero dogato. Ne conseguì tal debolezza, che la Repubblica, atterrita anche dall’avanzarsi de’ Turchi i quali avevano occupato Costantinopoli, non credette poter difendere la Corsica e la Gazarìa altrimenti che col cederle al Banco di San Giorgio. In questo soltanto si conservava la virtù repubblicana; non fazioni, non corruttela, non turbolenze, ma quieta e savia amministrazione, attenta previdenza da mercanti; esempio che sciaguratamente non sapessi imitare dai cittadini. I quali di nuovo ricorsero allo sciagurato partito di darsi a’ forestieri; e Carlo VII di Francia, avutane la signoria, spedì Giovanni d’Angiò a governar Genova (1458), e la fece sua piazza d’armi per guerreggiare il Napoletano. Ma d’una tal guerra stanchi i Genovesi, si sollevarono contro Francia (1461), e Carlo tentò invano coll’armi ridomarli.
In quei fatti cominciò a segnalarsi il cardinale arcivescovo Paolo Fregoso, che poi, valendosi della costernazione in cui era Genova per le crescenti conquiste de’ Turchi e per le interminabili nimicizie co’ reali di Napoli, ottenne per intrighi di far salire al dogato un suo cugino Spinetta. Costui in breve fu cacciato di posto, non però di speranza; e in tre Fregosi fu mutata quell’anno la dignità di doge, che per costituzione era in vita (1463). Alfine riuscì ad aversela l’arcivescovo, e ne informò il papa, che rispose: Non dissimuleremo la meraviglia al sentirti accettare il governo temporale d’una città che a lungo non tollera governanti. Tu ’l sai per prova, ed a noi stessi giunsero a un tempo le nuove della tua prima elezione e dell’infelice cacciata. Non è certo impossibile esser principe e vescovo insieme; ma corre obbligo tanto maggiore di operare virtuosamente. Molte cose si condonano in un secolare, che sono intollerabili in un ecclesiastico. Ad una norma non procedono l’Impero e la Chiesa. Il sacerdote vuol essere tutto clemenza, tutto carità e amor paterno, astenersi dal male vero, schifare pur l’apparente. Se tali sono le tue intenzioni, se vuoi giusto e piamente imperare, non solamente sopra il tuo popolo, ma su te stesso; se non l’ingiuria del prossimo ma ti proponi la difesa del nome cristiano contro gl’Infedeli, confidando che cotesto principato sia stato a te conferito secondo le leggi della tua patria, e che ne userai a benefizio del popolo, in nome della santa Trinità noi lo benediciamo».
Già prevedete che neppure l’arcivescovo doge vi si assodava; e si tornò ad esibirsi a Luigi XI di Francia, re positivo, che non amava gl’incrementi non fruttiferi, e sopra ogni merito stimava l’obbedire e star quieti, si fosse popolo o baroni. Quando dunque i Genovesi offersero di darsi a lui, rispose: — Ed io li do al diavolo».
Quell’astutissimo facea gran conto de’ consigli e’ dell’amicizia di Francesco Sforza, il quale nella guerra di Borgogna lo sussidiò anche di quattromila cavalli e duemila fanti, capitanati dal proprio figlio Galeazzo Maria, che mostrarono anehe oltremonti non esser bugiarda la reputazione del valore sforzesco: in compenso Francesco si fe cedere Savona, aspirando a Genova. Frattanto Monaco, Finale, Ventimiglia erano sollevate, Cipro si staccava, e l’arcivescovo doge non curava o non sapeva rimediarvi; vilipesi i magistrati, rispettato chi avesse baldanza; i luoghi di San Giorgio caduti a ventitre lire; i Fregosi stessi a guerra fra loro. Molti malcontenti fuggivano a Milano, e Francesco gli accoglieva; alfine mandò bande sopra Genova (1464), e bastò perchè l’arcivescovo se ne andasse; il Castelletto non tardò a cedere, e ambasciadori vennero (13 aprile) ad offrire la superba capitale della Liguria, e seco la Corsica, al signor di Milano.
Questi poteva aspettarsi qualche ostacolo alla sua potenza per parte dell’Imperatore. Sigismondo avea sposato la figlia Elisabetta ad Alberto d’Austria, e sudato perchè a questo passassero le corone d’Ungheria e Boemia: in fatto l’ottenne (1439), come anche quella di Germania. Morendo prestissimo, Alberto lasciò la moglie gravida d’un figliuolo, che fu detto Ladislao Postumo; e suo cugino Federico III d’Austria assunto all’Impero, ebbe regno più lungo che qualunque altro suo predecessore, e concentrò in sè le eredità de’ tre rami austriaci. Pigro e pusillanime, le lodi dategli da Enea Silvio Piccolomini, che prima fu suo segretario, poi papa Pio II, non l’assolvono dell’avere per negligenza e avarizia lasciato che l’Impero andasse sossopra fra guerre ripullulanti, mentre portava al colmo la propria famiglia, a’ cui membri attribuì il titolo d’arciduchi, e adottò per divisa AEIOU, volendo esprimere Austriæ Est Imperare Orbi Universo.
Anch’esso volle scendere in Italia (1452), non per rinnovare la maestà dell’Impero, ma per farsi incontro ad Eleonora di Portogallo sua fidanzata; il giornale di questa comparsa attesta quanto i nostri, malgrado tante sciagure, precedessero in civiltà i forestieri. Nicolò Lanckman suo cappellano, per giungere in Portogallo, dovette col suo seguito travestirsi da pellegrino: eppure o bande di masnadieri, o prepotenti comandanti delle città li spogliavano tratto tratto[48]; felici allorchè trovassero qualche banchiere fiorentino che li rifornisse di denaro. Federico a Siena ebbe incontro ben quattrocento dame di quella terra: dovette cercare un salvocondotto dal Coleone, che allora guerreggiava in Romagna[49]: entrando in Firenze, Carlo Marsuppini segretario della Repubblica gli recitò un’orazione latina gonfia di stile e vuota di cose, quale usavano gli eruditi; il Piccolomini rispose frasi positive e dirigendo alcune domande, alle quali il Marsuppini non seppe rispondere perchè non preparato.
Federico traeva seco il nipote Ladislao Postumo, si può dir prigioniero; e avendo gli Ungheresi tramato di rapirglielo, i Fiorentini l’impedirono, ma invano s’interposero presso l’imperatore a favor di quello. A Roma fu sposato e coronato (18 marzo); a Napoli visitò lo splendido Alfonso: del resto faceva mercato e cortesia delle antiche pretensioni imperiali; per denari conferì a Borso d’Este il titolo di duca di Modena e Reggio, e conte di Rovigo e Comacchio; per denari creò nobili e notaj e conti palatini quanti vollero. Allorchè visitò Venezia, gli fu, tra altri donativi, presentato dalla Signoria un magnifico servizio de’ cristalli di Murano; e sua maestà fe cenno al buffone, il quale dando una spinta al tavolino su cui era deposto, mandò ogni cosa a pezzi; e i nostri mostrandone dispiacere, l’imperatore sclamò: — Fossero stati d’oro, non si sarebbero infranti». Francesco Sforza sapea dunque da qual lato pigliare costui, che esitava a riconoscerlo duca; e bastò si mostrasse risoluto a pagar con denari o a difendere colle armi il titolo concessogli dal suo predecessore.