Sedici anni dopo, Federico tornò in Italia, e tutti almanaccavano reconditi fini al suo viaggio; ma scopo unico n’era lo sciogliere un voto alla madonna di Loreto: a Roma baciò le mani e i piedi del papa, gli tenne la staffa, assistette da diacono alla sua messa. Non volle riconoscere il successore di Francesco Sforza, dicendo che duca di Milano era lui stesso; ma nulla fece per sostenere tale pretensione.
Meglio fortunato degli altri condottieri, lo Sforza potè dirsi anche l’ultimo. E noi non vogliamo staccarci da costoro prima di salutare Bartolomeo Coleone bergamasco. Nel suo castello di Malpaga erasi dato alla quiete, al bere, al novellare e sentir notizie de’ suoi commilitoni, fossero le prosperità dello Sforza o i supplizj del Piccinino, del Caldora, del Brandolini, d’altri, contro cui ritorceasi il ferro de’ principotti dacchè più non ne bisognavano. Dichiarato capitano generale dei Veneziani, vi fu onorato come principe dalla Signorìa e dal popolo: ma egli struggeasi di qualche impresa; finchè Venezia finse congedarlo (1467) acciocchè passasse ai fuorusciti fiorentini, cospiranti a ricuperare la patria. A molti condottieri che gli si unirono, si opposero altri pagati dal papa, dal re di Napoli, dal duca di Milano, da Firenze, capitanati da Federico d’Urbino; ed esso gli affrontò alla Molinella, giornata famosa ne’ fasti delle guerre d’avventurieri. Le lunghe manovre finirono con una pace, ove promettevasi mandar tutte le forze contro i Turchi, sotto al Coleone; ma l’impresa non ebbe effetto. Egli tornò al suo ritiro, dove gli giungevano ripetuti inviti dal re di Francia, dal duca di Borgogna, spesse ambasciate, e domande di consigli, e visite di principi (1475). Ricchissimo e senza figli, pensò tramandare il proprio nome con opere di beneficenza: lasciò alla Basella una chiesa, due monasteri a Martinengo; a Bergamo donò i bagni di Trescore, il canale de’ mulini, tremila ducati d’entrata per costituire doti, e vi eresse la ricchissima cappella di San Giovanni. Dell’ingente sostanza, dotò per due terzi tre sue figlie maritate nei Martjnenghi, quattromila ducati a due altre, cenquarantunmila a luoghi pii, altra liberalità ai poveri, ai servi, ai coloni, ai buffoni di sua casa. De’ rimanenti ducentosedicimila ducati costituì erede la repubblica di Venezia, oltre un credito di settantamila; o diecimila in contanti perchè gli elevasse una statua, e dotasse povere zitelle.
Ma da questo tempo i capitani di ventura pérdono importanza, e i principi hanno dominj estesi quanto basti per levar truppe su quelli e finanze per mantenerle[50]. Fra le battaglie interminate che da due secoli si combattevano, i politici aveano immaginato che unico modo di conservare Italia fosse il mantenervi la bilancia fra gli Stati. A ciò contribuivano le alternate alleanze; a ciò viepiù i condottieri col passare dall’uno all’altro, in guisa che lo Stato più poderoso poteva al domani trovarsi sguarnito, e il debole essere rinforzato con sussidio di denari. Specialmente Firenze, posta di mezzo fra Venezia e Milano a settentrione, Napoli e il Patrimonio della Chiesa a mezzodì, accostavasi agli uni o agli altri secondo vedeva necessario di correggere la prevalenza di questi o di quelli. È quel famoso sistema d’equilibrio, che l’ammodernata Europa si vanta d’avere inventato, dopo che la sua politica cessò d’essere costituita sopra idee morali.
Le città dell’antica Lega Lombarda stavano tutte a dominio d’un solo, eccetto Bologna che alternava fra tirannia e franco stato. La Sesia segnava i confini del Milanese col Piemonte, ove i duchi di Savoja per molto tempo nessun altro acquisto fecero che della contea d’Asti. La Toscana obbediva ai Fiorentini, tranne Siena e Lucca indipendenti; Ferrara e Modena agli Estensi, pacifici e colti come educati dal Guarino veronese; Mantova ai Gonzaga, prodi guerrieri, e insieme istrutti nelle lettere da Vittorino da Feltre; Urbino passava dai Montefeltro a casa della Rovere; Romagna era sminuzzata in cento signorie, divise fra l’alto dominio papale e l’imperiale.
A Venezia, più che rimestare le cose d’Italia, sarebbe stato opportuno curar quelle d’oltremare, dar fiore alle colonie di Levante, e farle partecipi della cittadinanza: eppure, mentre diciottomila cavalli ed altrettanta fanteria pose in campo contro il duca di Milano, in Morea non mantenne mai meglio di duemila uomini di truppe regolari. A voler prolungare la’ sua grandezza, minacciata dalle conquiste ottomane e dalla nuova direzione presa dal commercio, le sarebbe giovato farsi potenza illirica, o almeno trasferire in qualche isola di Dalmazia il porto troppo infelice in città, e dove a questa avrebbe servito d’antemurale; e raccogliendoci i Greci che fuggivano dalle spade turche, e soccorrendo agli Albanesi che vi resistevano, alzare una potenza a contrasto dell’ottomana[51]. Ma i nobili stavano attaccati alla città, da cui traevano il titolo di loro preminenza; il popolo credeva patriotismo il concentrare nelle isole tutta la vita; i mercanti voleano aver terre da spogliare; e intanto chi ne profittava era il nemico comune.
Che che però ne fosse della convenienza d’aver surrogato una politica guerresca alla pacifica che Tommaso Mocenigo raccomandava, Francesco Foscari avea per trentaquattr’anni coperto Venezia di gloria militare, e campatala dalla minaccia dei Turchi. Ma come si tornò in pace con questi e coll’Italia, rivisse dentro la parzialità dei Loredano, implacabilmente ostile al doge. Non paga di contrariarlo in ogni proposta, in ogni interesse, volle essa trafiggerlo nella parte più sensitiva, cioè in Jacopo, unico figlio sopravissutogli. Poco innanzi, le costui nozze eransi celebrate con pompa principesca: trentamila persone per dieci giorni s’affollarono sulla piazza San Marco a vedere le giostre che vi avea bandite Francesco Sforza, e dove il marchese d’Este e il Gattamelata fecero prova di sè (1445), tra gli applausi delle patrizie vestite di broccato d’oro. Ora a questo figlio fu data accusa d’aver ricevuto regali da principi forastieri, e nominatamente da Filippo Visconti; e interrogatone avanti al padre e al consiglio de’ Dieci, fra gli spasimi della tortura confessò. Relegato in Romania, per fievole salute ottiene di restare a Treviso. Ma dopo cinque anni essendo ucciso Ermolao Donati uno de’ suoi giudici, n’è imputato Jacopo (1450), e messo di nuovo alla tortura, benchè negasse[52], fu bandito alla Cánea, nè gli si consenti il ritorno, sebbene un Erizzo morendo si confessasse reo di quel sangue. Jacopo allora, struggendosi pel desiderio della nativa laguna, dei cadenti genitori, della moglie e de’ figli; nè trovando chi in Venezia parlasse a suo pro, si volge al duca di Milano perchè gl’impetri di recare in patria le ossa infrante. Era severamente vietato interporre stranieri in cose di Stato: perciò, essendo la lettera intercetta (1454), ed egli chiamato, «dopo trenta squassi di corda» confessa averla scritta apposta ond’essere ricondotto in patria almeno pel processo. Un nuovo giudizio lo confina a Candia, concedendogli d’abbracciare i parenti, ma senza poter confondere le lacrime che sotto l’occhio dell’autorità. «Il doge era vecchio in decrepita età, e camminava con una mazzetta. E quando egli andò, parlogli molto costantemente, che parea non fosse suo figliuolo, licet fosse figliuolo unico. E Jacopo disse: Messer padre, vi prego che procuriate per me acciocchè io torni a casa mia. Il doge disse: Jacopo, va e obbedisci a quello che vuole la terra, e non cercar più oltre. Ma si disse che il doge, tornato a palazzo, tramortì» (Sanuto).
Il figlio morì di crepacuore; il padre continuò a subire la nimicizia de’ Loredani; ed essendo morti due di essi quasi subitaneamente; ne fu imputato egli stesso; Jacopo Loredano finse di crederlo, e s’impegnò a vendicarsene (1457). Fatto dei tre inquisitori, imputò il Foscari d’avere per la perdita del figlio mostrato un dolore che sapea di rimprovero, e come vecchio e acciaccoso propose di deporlo. Due volte il Foscari aveva esibito di abdicare, e, non che consentirglielo, era stato indotto a giurare di non ripetere la domanda finchè la guerra il rendeva necessario: ma allora, benchè fosse caso senz’esempio, fu obbligato a rassegnar la sua carica fra ventiquattr’ore, e uscì dal palazzo, dov’era abitato per trentacinque anni, senza figliuolo nè amici nè forze, tra un popolo che l’amava, ma che più temeva l’inquisizione allora appunto istituita (1457), tra i varj corpi dello Stato, nessun de’ quali osava protestare contro questa violazione della popolare sovranità. Quando la squilla di San Marco annunziò sortito il suo successore (23 8bre), il vecchio Foscari spirò; e sulla sfarzosa tomba erettagli ne’ Frari fu scritto: «Eccovi, o cittadini, l’effigie del vostro doge Francesco Foscari, per ingegno, memoria, eloquenza, inoltre giustizia, forza d’animo, consiglio, per lo meno degno di pareggiar la gloria de’ più gran principi: non mai troppo mi parve l’amore verso la mia patria; gravissime guerre in terra e in mare per la salute e dignità vostra per più di trent’anni con somma fortuna sostenni; sorressi la pericolante libertà d’Italia; i perturbatori della quiete repressi colle armi; Brescia, Bergamo, Ravenna, Crema aggiunsi allo Stato vostro; d’ogni ornamento crebbi la patria; data a voi la pace, stretta Italia in tranquilla lega, esauste tante fatiche, dopo ottantaquattr’anni di vita e ventiquattro di dogato all’eterna pace passai. Voi la giustizia e la concordia conservate, acciocchè sempiterno sia questo impero».
Il Loredano, alla partita di debito che aveva aperta ne’ suoi registri a carico de’ Foscari per la morte dei suoi parenti, contrapponeva Pagata. Bel tema di romanzi e tragedie, e opportuno contrapposto all’ambizione fortunata dello Sforza: nè noi siamo disposti a scagionare ingiustizie e tirannie, vengano da repubbliche o da despoti, da forestieri o da nostrali.
Ma l’amor delle arti, della quiete, delle lettere invadeva principi e popoli, non più la sola guerra; l’interesse, che un tempo si fermava unicamente sul capitano, dirizzavasi anche al letterato e al pittore; e d’altra materia empiremo noi il libro che succede a questo di perpetue battaglie. Repente l’attenzione e i ragionamenti si volsero sulle conquiste de’ Turchi; e la presa di Costantinopoli (1453) fu guardata da tutti come domestica sciagura, come un pericolo universale, del quale si doleano d’essersi accorti troppo tardi. Allora Francesco Sforza concepì il divisamento di stringere tutta Italia in federazione, all’intento d’escluderne gli stranieri qualunque si fossero, e conservare la pace interna; e mediante frà Simonetto da Camerino (1454), fu stipulata in Lodi tra esso Sforza e i Veneziani, come padroni disponendo anche degli altri Stati d’Italia: Cosmo de’ Medici, i signori di Savoja, di Monferrato, di Modena, di Mantova, le repubbliche di Siena, Lucca, Bologna e il papa vi aderirono; e da ultimo anche Alfonso di Napoli: onde per un momento Italia respirò dalle battaglie, e potè sperare che una confederazione le salvasse l’indipendenza e la libertà. Fu un sogno anche questa volta.