CAPITOLO CXVII. I papi in Avignone. Il grande scisma. La Chiesa e i Concilj.

Papi durante lo scisma
Urbano VI (Bartolomeo Prignano) eletto
il 9 aprile 1378 da sedici cardinali, quindici de’ quali poco poi eleggono
Clemente VII (Roberto di Ginevra) 21 settembre 1378
Bonifazio IX (Pietro Tomacelli) 2 novembre 1389
Benedetto XIII (Pietro di Luna) 28 settembre 1394, deposto dal concilio di Pisa, 5 giugno 1409, poi da quello di Costanza, 26 lugl. 1417
Innocenzo VII (Cosma Meliorati) 17 ottobre 1404
Gregorio XII (Angelo Correr) 30 novembre 1406, deposto dal concilio di Pisa, 5 giugno 1409; abdica, 4 luglio 1415 Alessandro V (Pietro Filargo) 26 giugno 1409
Martino V (Ottone Colonna) 11 nov. 1417 resta papa, finendo lo scisma Giovanni XXIII (Baldassarre Cossa) 17 maggio 1410 deposto dal concilio di Costanza, 29 mag. 1415; abdica, 13 mag. 1419 Clemente VIII (Gilles Muñoz) in giugno 1424 eletto da due cardinali; abdica, 26 luglio 1429

La prolungata dimora dei papi in Avignone d’estremo disgusto era motivo agl’Italiani, avvezzi a bersagliarli finchè li possedono, ribramarli appena gli abbiano perduti. E tanto più che, cessando i vantaggi, non cessavano le noje; e di là arruffavano essi la patria nostra vie peggio, perchè dei mali che le procacciavano non erano partecipi. Dal 1317 sino al chiudersi del secolo li vedemmo in guerra guerreggiata contro i Visconti di Milano, e per sottomettere popoli rivoltosi, o signorotti ripullulanti nelle terre papali; e non ostante le vittorie di Bertrando del Poggetto e dell’Albornoz, altro effetto non ne trassero che di rovinarle di popolo e di frutti.

Innocenzo VI (Stefano d’Aubert) (1352), che si diè tanto moto per rintegrare il potere pontifizio in Italia, moderò il lusso di sua Corte e de’ prelati, cacciò i parasiti e le male donne che in Avignone trafficavano famosamente, e impinguò i nipoti, obbrobrio omai comune. Al suo tempo il re di Francia, fiaccato dalle lotte coll’Inghilterra, trovavasi impotente a salvaguardare il papa, ricovratosi sotto la sua ala; il popolo stesso francese, tumultuante per quelle idee che oggi si chiamano comunismo, facea macello di possidenti e di ricchi (la Jacquerie); e le bande di ventura rimaste senza soldo fiutavano ove fosse a saccheggiare. Mossero elle (1361) sopra Avignone, sicchè i papi dovettero provvedere a difendersi e gridare al soccorso: ma non n’ebbero se non dai nobili del contorno, i quali vi vedeano l’interesse proprio, ed erano pagati dai cardinali; poi il marchese di Monferrato, avuti centomila fiorini del tesoro papale, soldò quelle bande e le menò in Italia per adoprarle nelle proprie nimicizie.

Se non che la peste era stata recata in Avignone da quelle ciurme, e nove cardinali, settanta prelati e gran moltitudine perirono. Le quali sventure faceano ribramare l’Italia, e Urbano V (Guglielmo di Grimoard) (1362), buon principe e buon cristiano, divisava restituirvi la sede, anche per tôrre agli altri vescovi il pretesto di lasciar vedove le chiese, a sè la necessità di annuire alle crescenti domande del re di Francia, e sottrarsi alle masnade che tratto tratto ritornavano a taglieggiarlo, tra cui quella del famoso Bertrando Di Guesclin pretese centomila lire e l’assoluzione plenaria. Ma i cardinali preferivano Avignone, dove non si trovavano a fronte nè la petulanza d’una plebe riottosa come la romana, nè la prepotenza de’ baroni; sicchè vi si erano adagiati come in domicilio stabile, aveano fabbricato suntuosamente, e quindi persuadevano il papa dover egli preferire la Francia: questa, sua patria; questa, centro dell’Europa; questa, meglio governata e quieta che l’Italia; questa, più santa di Roma perchè religiosissima già la chiamava Cesare, e i Druidi vi esistevano prima del cristianesimo; questa infine, più cara a Gesù Cristo perchè vi si conservavano le reliquie più insigni[53].

I Turchi sempre più guadagnavano verso l’Europa; e Pietro Lusignano re di Cipro girava le corti esortando a sostenere gli ultimi possessi de’ Crociati, se non voleano vedere la mezza luna drappellarsi rimpetto all’Italia. Urbano sembrò compunto di questo pericolo; Carlo IV imperatore fece grandi preparativi per una crociata, la quale però non riuscì se non ad uno sbarco scarso ed infruttuoso sopra Alessandria d’Egitto.

Però e il papa e l’imperatore presero accordo di ripristinare la santa Sede a Roma. Questa città avea sempre altalenato fra insania demagogica e oligarchica arroganza, or ribelle al pontefice per bizzarria, or sottomessagli per paura. Si pensò ottenere maggior quiete col nominare un podestà forestiero: ma i Romani sel recarono ad oltraggio, e abolito il senatore, istituirono sette riformatori della Repubblica; poi fra poco diedero poteri dittatorj a Lello Pocadote calzolajo, poi ripristinarono i riformatori. Quale allettamento aveva dunque un papa a ritornarvi? Pure sentiva esser fuori di posto in una terra dove vestiva aspetto d’un esule ricoverato, piuttosto che d’un sovrano dei re; e dove prelati quasi tutti francesi davano alla Corte un’aria nazionale, ben diversa da quella cosmopolita che soleva in Roma; l’assenza sua porgeva pretesto ai Romani di rivoltarsi, agli altri vescovi di abbandonare le proprie sedi. Adunque, da che le conquiste dell’Albornoz assicurarono il principato civile (1367), Urbano deliberò restituirsi di qua dall’Alpi.

Appena se ne motivò, Roma e Italia tutta fecero gran sembianti d’allegrezza; Napoli offrì cinque galee, Pisa tre, Genova quattro, Venezia dieci, due Lucca. Ricevuto dappertutto con vive feste, e fra un cantare al popolo d’Israele che usciva d’Egitto, alla casa di Giacobbe dal popolo barbaro, non avea però troppi motivi a fidarsi de’ Romani. In Viterbo, ove a lungo s’indugiò, una sommossa popolare tenne tre giorni in pericolo il sacro collegio; e repressa dai cittadini, furono arrestati cinquecento colpevoli, di cui cinquanta ebbero il bando, sette la forca. L’arrivo di Nicolò II d’Este con settecento uomini d’arme rassicurò il papa ad entrare a Roma, e celebrò sull’altare papale, ove nessuno più da Bonifazio VIII in poi; e in Laterano benedisse il popolo colle teste dei santi Pietro e Paolo, per le quali fece fare due reliquiarj, che valsero trenta e più mila fiorini d’oro. Abolì i riformatori, rimettendo un senatore semestrale con tre conservatori; e tolse i tredici banderesi, capi de’ rioni fin con diritto di sangue, e che traendo a sè tutti gli affari, rimanevano i veri padroni della città.

Vi giunse poi, come avea promesso, Carlo IV con gran seguito di duchi e marchesi, volendo procacciare alla quarta sua moglie lo spettacolo della coronazione colla maggior maestà che fosse possibile. Anche Giovanni Paleologo imperatore di Costantinopoli venne a fare omaggio a Urbano, e riconoscere la Chiesa latina; spettacolo non più visto da Teodosio in poi, gl’imperatori d’Oriente e d’Occidente inginocchiati davanti al papa. Ma Carlo partì fretta fretta, e Urbano, che proponeasi di rassettare la dignità della Chiesa coll’assistenza di cinquantamila uomini da lui promessigli, si trovò in asso: che se finchè stette in Avignone facea qualche mostra di vigoria adoprando l’oro racimolato da tutta cristianità a domare questi signorotti lontani, allora si trovò in loro balia e colla borsa vuota; mentre Bernabò Visconti, ridendosi delle scomuniche, gli ammutinava tutte le città di Romagna. Vedendo dunque non approdare a verun bene, malgrado le esortazioni de’ più e del Petrarca, tornossi ad Avignone (1370), anzi vi consolidò l’esiglio coll’eleggere altri cardinali francesi; e l’Italia continuò le minute baruffe, ispirate da gelosie, esercitate dalle bande.

Caterina, nata in Siena (1347) da Benincasa ricco tintore, datasi alla solitudine, alle austerità, all’orazione, fatto voto di verginità e difesala contro la insistenza domestica, cominciò ad avere torrenti di grazie dal Signore, il quale «le avea insegnato a fabbricarsi un ritiro dentro dell’anima sua per richiudervisi di continuo, e le aveva anche promesso di farvi trovare tal pace e riposo, che niuna tribolazione potrebbe turbare»[54]. Si vestì terziaria di san Domenico, e superando gli spasimi d’incurabili malattie e le impure tentazioni, ristorando l’anima colle dolcezze della preghiera e colla carità verso gl’infermi e i peccatori, ebbe rivelazioni e comunicazioni celestiali; Cristo in visione le esibì a scegliere fra una corona d’oro e una di spine, e poichè ella prese questa e la si calcò sul capo per somigliare a lui, egli le diede a succhiare il proprio costato; un altro giorno cambiò il cuore di lei col suo; la sposò anche solennemente, porgendole un anello che sempre le rimase in dito, e ch’ella sola vedeva, come le stigmate della passione. Tali e ben altre meraviglie ci sono narrate dal suo confessore Raimondo di Capua, il quale dubitò lungamente fossero allucinazioni di devota fantasia, fin quando non vide la giovane faccia di Caterina trasformarsi in quella proprio del Redentore.