Fu privilegiata del dono di convertir peccatori, come fece di tutta la famiglia Tolomei, e di due assassini dannati al patibolo; tantochè il papa deputò tre Domenicani che in Siena ricevessero le confessioni di quelli ch’essa avea tratti a penitenza. Del potere che la virtù davale sugli animi, avea fatto uso a minorare i patimenti della sua patria; cercò distogliere il feroce avventuriero Giovanni Acuto dal più guerreggiare i Cristiani. Alla santa ebber ricorso i Fiorentini quando il pontefice stava irato con essi; ed ella, schermitasi invano, fu ricevuta a Firenze come in trionfo, ottenne pieni arbitrj, e al papa scriveva: — Pregovi che vi mandiate proferendo come padre, in quel modo che Dio vi ammaestrerà, a Lucca ed a Pisa, sovvenendoli in ciò che si può, ed invitandoli a star fermi, perseveranti. Essi stanno in gran pensiero, perocchè da voi non hanno conforto, e dalla contraria parte sono stimolati e minacciati che facciano la pace; ma per infino a qui al tutto non hanno acconsentito. Seguitate la mansuetudine e pazienza dell’agnello immacolato Gesù Cristo, la cui vece tenete. Confidomi in lui, che di questo e d’altre cose adoprerà tanto in voi, che n’adempirò il desiderio vostro e mio; chè altro desiderio in questa vita io non ho, se non di vedere l’onore di Dio, la pace vostra, e la riformazione della santa Chiesa, e di vedere la vita della grazia in ogni creatura che ha in sè ragione. Confortatevi, che la disposizione di qua, secondo che mi è dato a sentire, è pure di volervi per padre, e specialmente questa città tapinella, la quale è sempre stata figliuola della santità vostra, e che costretta dalla necessità fece di quelle cose che le sono spiaciute: voi medesimo gli scusate alla vostra santità, sicchè coll’amo dell’amore voi gli pigliate. Potreste dire, Per coscienza io sono tenuto di conservare e racquistar quello della santa Chiesa. Ohimè! io confesso bene che egli è la verità, ma parmi che quella cosa che è più cara si debba meglio guardare. Il tesoro della Chiesa è il sangue di Cristo, dato in prezzo per l’anima, perocchè il tesoro del sangue non è pagato per la sostanza temporale, ma per salute dell’umana generazione. Sicchè poniamo che siate tenuto di racquistare e conservar il tesoro e la signoria della città, che la Chiesa ha perduto; molto maggiormente siete tenuto di racquistare tante pecorelle che sono un tesoro nella Chiesa, e troppo ne impoverisce quand’ella le perde. Pace, pace, santissimo padre; piaccia alla santità vostra di ricevere i vostri figliuoli, che hanno offeso voi padre; la benignità vostra vinca la loro malizia e superbia; non vi sarà vergogna d’inchinarvi per placare il cattivo figliuolo, ma saravvi grandissimo onore ed utilità nel cospetto di Dio e degli uomini del mondo. Ohimè, babbo, non più guerra per qualunque modo; conservando la vostra coscienza si può aver la pace; la guerra si mandi sopra gl’infedeli, dove ella debba andare».
Fu poi in persona ad Avignone, e Urbano anch’egli rimise in lei ogni differenza; ma altri ambasciadori fiorentini sturbarono la conclusione. Caterina non cessò di esortare il papa ad armarsi alla crociata, ed a restituirsi a Roma[55], come seppe indovinargli n’avea fatto voto segreto. Al quale uopo avea con lei contribuito santa Brigida, nobile svedese, che, perduto il marito mentre andavano pellegrini a San Jacopo di Galizia, prese un vivere sempre più austero, e istituito l’ordine di San Salvatore, venne in Montefiascone a cercarne la conferma ad Urbano, cui annunziò averle la beata Vergine rivelato come pessimamente gli avverrebbe se uscisse d’Italia. Non le diede egli ascolto, ma tornato in Avignone, presto (1370) fu colpito dalla morte[56]. Pio a segno, che si credettero operati miracoli al suo sepolcro, generoso colle chiese e cogli studiosi, di cui manteneva un migliajo sulle Università, avea regnato pei popoli non per sè: ma è un’insipida lode quella attribuitagli dal Petrarca, di non aver fatto nessun malcontento.
Dopo una sola notte di conclave gli fu dato successore Pietro Roger, modesto, virtuoso e insieme dottissimo, che già cardinale frequentava a Perugia le lezioni di Baldo, e ne fu il più sapiente scolaro. Volle il nome di Gregorio XI, e badando ai gravi mali d’Italia e alle esortazioni di quelle sante[57], meglio che alle opposizioni del re di Francia, piantossi in Vaticano (1377), e vide il gonfalone della Repubblica e dei dodici rioni deposti ai suoi piedi: ma i magistrati li ripigliarono ben presto, continuando a governare da sè; di che il papa soffrì e si scontentò, e forse solo morte gl’inpedì di restituirsi di là dall’Alpi. Pure egli fu l’ultimo papa francese; e dopo settantun anno e tre mesi la santa Sede era stata riportata di Francia in Italia. Le miserie di questa che fautori e avversari deplorano come schiavitù di Babilonia, invigorirono la scossa che allora d’ogni parte veniva alla maestosa unità cattolica, preponderante nel medioevo. Le nazioni eransi formate attorno ai vescovi, donde l’assoluto potere ecclesiastico, come d’un padre sopra i figli che generò e crebbe. Costituitesi, riuniti molti territorj, nato il potere pubblico, vollero svilupparsi dalle fasce della Chiesa per vivere di vita propria, e compresero che il temporale potea sussistere disgiunto dallo spirituale: onde alla società senza limite di spazio sottentravano società particolari e distinte, all’andamento generale le parziali destinazioni.
I tentativi di Bonifazio VIII per rintegrare la supremazia pontifizia destarono ne’ principi quella gelosia, che proviene mentosto da reali violenze che da paura. Alle immunità attribuite ai beni ed alle persone degli ecclesiastici, i Comuni non esitavano por la mano, dovessero anche affrontare gli anatemi del pontefice. Pistoja statuì che, chi entrava chierico, perdesse diritto al patrimonio, nè dai parenti potesse ripetere alcuna cosa, se non a titolo di largizione o per infermità o per andare a studio. I Fiorentini sottoposero alle gravezze e ai tribunali comuni gli ecclesiastici, perciò vietato di far voltura in loro testa sul libro dell’estimo de’ beni a loro pervenuti, talchè la ditta fosse sempre obbligata alle gravezze, e i beni medesimi ipotecati a favore del Comune. Venezia, nella guerra del 1379 coi Genovesi, decretò tutti i monasteri si armassero, e cacciò i monaci che lo ricusarono come contrario al loro istituto. A Genova bastava esser chierico per rimanere escluso da qualfosse pubblico impiego, per la ragione che l’immunità gli avrebbe sottratti al castigo in caso di trasgressione. Il comune di Perugia nel 1319 destinava un uffiziale a sopravvegliare gli ecclesiastici; e propose che nessuna lettera si mandasse al papa, foss’anche dal vescovo, se non suggellata dal Comune (Graziani). Torino faceva uno statuto super iniquitate, superbia et immoderata avaritia cleri et presbyterorum, e li obbligava, oltre il resto, a concorrere a mantenere il ponte sul Po.
Padova voleva aggravezzare i beni degli ecclesiastici, questi ricusavano, e tant’oltre si andò che il Comune nel 1282 stabilì, chi ammazzava un chierico pagasse un grosso e fosse assolto (Gennari), e vi ebbe chi ne profittò a sfogo di vendette. Meglio i Reggiani, scomunicati dal vescovo nel 1280, si può dire scomunicarono lui, vietando ogni relazione coi cherici, non pagar loro le decime, non dar consiglio nè ajuto nè prestito, non pasti, non contratti con essi, non entrare in casa loro, non macinarne il grano o fare il pane o radere la barba; il che lo portò a pronta composizione. D’altra parte il papa volendo rimeritare i Fiorentini d’avergli spediti ajuti in Lombardia, nel 1323 concedette che il clero contribuisse alla spesa di fortificare la città. Di rimpatto il legato pontifizio voleva essere investito della pingue abazia dell’Impruneta; e perchè i Buondelmonti si opposero considerandola come loro patrimonio, egli mise l’interdetto sulla città.
Quando l’edifizio sociale era impiantato sulla fede, ogni opposizione si risolveva in eresia: le scomuniche, contro cui eransi fiaccati l’orgoglio e la potenza degl’imperatori sassoni e svevi, perdeano efficacia dacchè prodigate in effetti mondani; i Siciliani durarono ottant’anni in rotta colla Chiesa; i Visconti degli interdetti si vendicavano col pesare viepeggio sugli ecclesiastici; e gli avvocati ergeano la fronte contro i papi, ai quali erasi incurvata quella dei re.
Ormai dalla fede assoluta passavasi alle religioni comparate. Maestro Urbano da Bologna nel 1334 scrisse un commento di Averroe, che invogliò a conoscere il testo; e quelle opere entrarono di moda, e con esse i dubbj sulla vita futura e la pendenza al panteismo; e il Petrarca si piange che la filosofia aristotelica inducesse al materialismo, tanto che non otteneva nome di dotto e filosofo chi non aguzzasse la lingua e la penna contro la religione. Un di costoro «i quali pensano non aver fatto nulla se non abbajano contro di Cristo e della sovrumana sua dottrina», andò a trovare il poeta a Venezia, e lo cuculiava perchè avesse citato un detto dell’apostolo delle genti, e — Tienti la tua religione, io non ne credo acca; il tuo Paolo, il tuo Agostino e cotest’altri furono chiaccheroni; e deh potessi tu soffrire la lettura di Averroe, che ben vedresti quanto e’ sorvola a cotesti tuoi buffoni». Petrarca se ne stomacò, e tutto dolce ch’egli era, prese pel mantello e mise fuor di casa il temerario.
Nè per tanto si rinnegava la Chiesa. Quei Patarini che l’aveano conturbata due secoli prima, erano scomparsi d’Italia o nascosti; il popolo amava le splendidezze del culto, se anche non ne venerava l’austerità, e compiaceasi del papa e della corte pontifizia: gli studiosi ostentavano questa incredulità accademica, ma non le si conformavano nelle pratiche; e d’altra parte, non poteano essi declamare contro la Corte romana colla libertà che avea usata Dante, senza incorrere negli anatemi? Ma dacchè erasi trasportata in Avignone, e Guelfi e Ghibellini del pari la bersagliavano, quasi cessasse d’essere cattolica cessando d’essere romana. Il Sacchetti mercante, il Petrarca canonico, il Pecorone frate, e persone di grande scienza e di celebrata santità avventavansi contro quella Babilonia, che tal nome meritava non meno pel lusso che per la corruzione, dove parea costume ciò che altrove vizio, dove la disonestà accoppiavasi colla perfidia e colle bassezze.
Ciò che altre volte sarebbe valso poco più che per esercizio di retorica o sfogo di bile, diventava pericoloso allorchè, perdendosi il senso de’ simboli, la società riducevasi affatto pratica; laonde i politici guatavano con disgusto questa Corte che, vivendo nel mondo, n’avea presa la licenza, le passioni, gl’intrighi, e reso la Chiesa un mezzo di governo e di speculazione. Di tal passo venivasi a vilipendere quel che prima erasi venerato, e declinava nei popoli lo spirito d’obbedienza quando appunto i pontefici lasciavano quello di dominazione. Allora parve insopportabile la giurisdizione ecclesiastica, che colla pubblicazione del VI e VII libro delle Decretali, poi delle Estravaganti erasi estesa per modo, che qualsivoglia lite poteva anche in prima istanza recarsi al pontefice.
Agostino Trionfe d’Ancona, agostiniano, che dettò a Parigi poi a Napoli, carissimo ai re Carlo e Roberto, dedicò a Giovanni XXII una Somma della podestà ecclesiastica, apologia dell’onnipotenza dei papi: da Dio immediatamente derivare la loro giurisdizione, superiore ad ogni altra perchè tutte giudica, da nessuna è giudicata; come spirituale, così è temporale, perchè chi può il più può anche il meno: non può il papa essere deposto dal concilio generale, nè giudicato dopo morte: è assurdo appellarsi al concilio, giacchè questo non trae autorità che dal pontefice, il quale unico può proferire sui punti di fede, nè altri informare dell’eresia senz’ordine di esso. Come sposo della Chiesa universale, tiene immediata giurisdizione sopra ogni diocesi, e per sè o per mandati suoi vi può fare quel che vescovi e parrochi. Al papa devono obbedienza Cristiani, Ebrei e Gentili; egli può punire i tiranni e gli eretici anche con pene temporali; egli, non i vescovi, scomunicare; fin di là della tomba estende il potere per via delle indulgenze: potrebbe scegliere di qualsiasi paese l’imperatore senza ministero degli elettori, o renderlo ereditario: l’eletto dev’essere da lui confermato e giurarsegli ligio, e può da lui essere deposto: tutti i re sono tenuti obbedire al pontefice, dal quale traggono la potenza temporale: a lui può appellarsi chiunque si sente gravato dal principe: e i principi e’ può correggere per peccati pubblici, deporli anche, e istituire un re di qualsiasi regno.