L’esagerazione è sintomo di autorità minacciata; e sempre maggiore ardimento pigliava l’opposizione. Guglielmo Occam, scolastico nominatissimo, per favorire Lodovico Bavaro contendeva l’infallibilità non solo al papa, ma anche al concilio universale e al clero; i laici in corpo poter decidere risolutamente; contro il papa potersi all’uopo adoprare anche la forza, o stabilirne diversi un dall’altro indipendenti. Marsiglio di Mainardino da Padova, eloquente professore all’Università di Parigi, poi rifuggito ad esso Lodovico, gli insinuò che a lui competesse riformare gli abusi della Chiesa, perchè questa è sottomessa all’Impero; e con Ubertino da Casale pubblicò il Defensor pacis, ove già s’incontrano le negazioni di Calvino rispetto all’autorità e costituzione della Chiesa; la potestà legislativa ed esecutiva di questa fondarsi sul popolo che la trasmise al clero; i gradi della gerarchia essere invenzione posteriore; il primato, consistente solo nel convocare concilj ecumenici e dirigerli, non fu dato al vescovo di Roma se non con autorizzazione d’uno di tali concilj e del legislatore supremo, cioè di tutti i fedeli o dell’imperatore che li rappresenta; Gesù non lasciò a capo della sua Chiesa verun capo visibile, nè Pietro avea preminenza che per l’età; al sovrano, purchè fedele, spetta l’istituire prelati, eleggere il papa, giudicare i vescovi come Pilato giudicò Cristo, e deporli, convocare concilj e regolarne le deliberazioni; eguali essendo i vescovi, l’imperatore solo può elevarne uno sopra gli altri, e a grado suo abbassarlo[58]. Sì poco sono moderne le dottrine che subordinano la Chiesa ai governi!

Le teoriche negative si traducevano in fatti: la bolla d’oro di Carlo IV sottraeva il sacro romano impero dai papi; il re di Francia, non che emanciparsi dalla supremazia di questi, li minacciava come sudditi proprj; i lontani seguitavano a venerarli solo in quanto ne traessero vantaggio.

Di mescolarsi nelle cose ecclesiastiche prendea pretesto l’autorità secolare dagli scandali del tempio, quando la santa Sede, fatta ligia dei re, non valeva a frenare la irruente corruzione, fosse la grossolana del clero inferiore o la fastosa de’ prelati. Grave torto faceva alla Chiesa il patriziato delle maggiori dignità: poichè essa, che ripudiò sempre ogni distinzione di natali, attenendosi unicamente ai meriti, vedeva il cardinalato e le nunziature affidarsi a taluni, il cui unico titolo era l’essere degli Orsini o dei Colonna o dei Savelli; e le costoro case, potenti in città per armi e per clientele, trescavano a voglia anche nel santuario, prepotevano nelle elezioni dei pontefici e ne’ loro consigli, con tirannide peggiore di quella degli imperatori del secolo precedente, perchè più immediata. Le emulazioni di queste famiglie, prorompenti spesso in guerra civile e in criminosi attentati, s’insinuavano nel concistoro e nel conclave, e toglieano al pontificato e al sacerdozio quella dignità che traggono dall’essere superiori alle mondane rivolture.

I prelati sotto la stola mantenevano le abitudini dell’educazione secolaresca e lusso sfrenato; ned altro testimonio ne voglio che il concilio Lateranese III, il quale, avvisando i prelati quanto disdica il camminare con treno sì numeroso e il consumare in un pranzo l’intera annata della chiesa che visitano, vuole i cardinali s’accontentino di quaranta o cinquanta vetture, gli arcivescovi di trenta o quaranta, i vescovi di venticinque, gli arcidiaconi di cinque o sette, di due cavalli i decani; tutti poi vadano senza cani da caccia nè uccelli. Accumulavansi fin quaranta o cinquanta benefizj in una sola mano; e vuolsi che Benedetto XII proponesse ai cardinali, se rinunziassero ad averne più d’uno, assegnar loro centomila fiorini d’oro di rendita e metà delle entrate dello Stato pontifizio; e ad essi non parvero abbastanza. Pastori negligenti, sicchè nè tampoco veduta aveano la loro greggia, esercitavano insolente giurisdizione tirannica; nel clero minore ignoranza, venalità de’ sacramenti, comune l’ubriachezza, sfacciata la libidine; nelle chiese e ne’ conventi si stabilivano bettole e giuochi; le monache uscivano dai monasteri; trafficavasi di grazie, dispense, perdoni.

Degli antichi Ordini religiosi rilassata la disciplina: perfino in quel Montecassino, che fin allora avea dato ventiquattro papi, ducento cardinali, milleseicento arcivescovi, ottomila vescovi, molti canonizzati santi, i monaci vestivano bene, abitavano comodi, riservavansi peculj particolari, anzi riceveano dal convento una prebenda colla quale vivere in case secolari. Presa vergogna dall’operosità e astinenza de’ Mendicanti, anch’essi dovettero riformarsi, applicando agli studj; ma perchè a questi non pareva potersi attendere degnamente che nelle Università, i monaci che v’erano mandati vi trovavano incentivi e dissipamenti e peggio.

Però anche gli Ordini nuovi presto diminuirono l’esemplare fervore primitivo, gli uni facendo divorzio dalla povertà, sposata dal loro patriarca, gli altri per zelo dimenticando la carità. A tacere le diatribe dei loro nemici, quali Mattia Paris e Pier delle Vigne, san Bonaventura, generale de’ Francescani, nel 1257 dirigeva una querela ai provinciali e guardiani; perchè a titolo di carità i fratelli s’impacciassero d’affari pubblici e privati, di testamenti, di secreti domestici. Sprezzando il lavoro, caddero nell’infingardaggine, e mentre pregano ginocchione o meditano in cella, possono darsi a studj vani o sbadigliare o dormire, e forse dai libri composti trarre una vanità che non prenderebbero certo dal tessere fiscelle o stuoje, come i primi romiti. Andando girelloni, riescono d’aggravio agli ospiti e di scandalo; per rimettersi dalla stanchezza mangiano e dormono di là del prefisso; scompigliano la regola del vivere; domandano con tale importunità, da farli schifare quanto i ladri. La vastità delle fabbriche turba la pace de’ conventi, incomoda gli amici, espone a giudizj sinistri. Ai parrochi poi dispiaciono per la premura che si danno intorno a funerali e a testamenti. Inoltre le città chiamavano i frati a compor paci, gli abati ad eseguire commissioni, come gente non pericolosa e di niuna spesa ne’ viaggi; l’Inquisizione li riduceva a specie di magistrati criminali, con bidelli, famigli armati, carceri, braccio secolare a loro disposizione, essi istituiti a profonda umiltà e povertà esatta.

La regola di san Francesco imponeva tali austerità, che alcuni la sentenziarono d’impossibile o di micidiale; sicchè papa Nicola III credette doverla spiegare[59] nel senso che i frati Minori erano tenuti osservare il vangelo, vivendo in obbedienza, in castità, in povertà tale da non possedere cosa veruna; lo spossessamento totale per Dio essere meritorio; averlo Cristo insegnato colla parola, confermato coll’esempio, e gli apostoli ridotto in pratica; i Francescani vivendo così, non faceansi suicidi nè tentavano Dio, giacchè confidandosi nella Provvidenza, non però repudiavano gli espedienti suggeriti dalla prudenza umana. Vi si chetarono gli avversarj, ma tra i Minoriti alcuni ne trassero motivi d’un fanatico misticismo, da una parte asserendo che la regola di san Francesco fosse il vero vangelo, dall’altra che la spropriazione dovea portarli ad avere nulla più che il mero uso delle cose necessarie alla vita.

Pier Giovanni d’Oliva di Linguadoca predicò siffatta dottrina, e bersagliando la Chiesa ricca e mondana, annunziava i Minori, come destinati a rigenerarla. Fece molti proseliti, e sotto papa Celestino V, incline al vivere cenobita, ottennero di costituirsi in nuova congregazione (1234), detta degli Eremiti Celestini. Perseguitati, presero abito e capi particolari, e massime per la diocesi di Pisa e tra i monti di Vecchiano e di Calci seguivano tenor di vita più rigoroso, alla Chiesa visibile ricca, carnale, peccaminosa affacciandone una frugale, povera, virtuosa. Tennero a quelle dottrine Corrado da Offida, Pietro da Monticolo, Tommaso da Treviso, Corrado da Spoleto, Jacopone da Todi, e col nome di Fraticelli o Frati spirituali, ebbero capi frà Pietro da Macerata e Pietro da Fossombrone. Bonifazio VIII li combattè vigorosamente, e proferitili eretici, li fece processare e perseguire da frà Matteo di Chieti, sicchè essi ricoverarono in un’isola dell’Arcipelago e in Sicilia, aggregando a sè chiunque disertava dai Francescani per seguire una vita più austera; cari al vulgo per l’aspetto di maggior perfezione, e avendo per generale il mistico Ubertino da Casale. Angelo, plebeo senza lettere, della vallata di Spoleto, n’avea radunati molti; e così l’ordine del padre serafico restava scisso, nè Clemente V riuscì a riconciliarli nel concilio di Vienne.

Il resistere, e la superbia che facilmente nasce dal rigore esagerato, li portarono a farsi accanniti detrattori della santa Sede, negando ch’ella potesse permettere ai Francescani di tener granajo e cantina, e asserendo una vicina riforma. Ne seguirono perfino sommosse a Narbona, in Sicilia, in Toscana; onde Giovanni XXII provvide a comandare la soggezione, dicendo che «gran cosa è la povertà, più grande la castità, ma superiore l’obbedienza»[60]. Eppure essi durarono contumaci, appellando al futuro concilio, onde ebbero condanna; e quei che non vi si sottomisero, fuggirono in Sicilia, ove Federico re di Trinacria, sempre malvolto alla santa Sede, li protesse, e dove presero capo Enrico di Ceva, professando sempre che la Chiesa era divenuta una sinagoga, lupo il suo pastore.

Chi bestemmia Giovanni del rigore usato con essi, chi di essi fa beffa come apostoli d’una ineffettibile povertà, non venga poi a declamare o a sbigottirsi al cospetto del comunismo, forma moderna della medesima dottrina.