Ma tra i dibattimenti avendo alcuno asserito che Gesù Cristo nè i suoi apostoli non aveano nulla posseduto, la proposizione, rejetta dai Domenicani e da altri, venne sostenuta dai Francescani; e poichè la regola di san Francesco diceasi esprimere il vangelo, tornava sott’altra apparenza il medesimo concetto dell’assoluta spropriazione. Giovanni condannò anche questa dottrina; Michele di Cesena generale dell’Ordine, Guglielmo Occam e Buonagrazia da Bergamo protestarono, e rifuggiti a Pisa presso Lodovico Bavaro, lo sostennero e accannirono nella lotta contro quel papa. Tale quistione insinuò ne’ Minoriti uno spirito di sottigliezza, troppo contrario all’intento tutto pratico del loro fondatore; e ne pullulavano altre quistioni, a dir poco, oziose: se la regola astringesse sotto pena di peccato mortale o soltanto veniale; se obbligasse ai consigli del vangelo quanto ai precetti; se alle ammonizioni quanto ai comandi: dal che, facile tragitto, si passò a sofisticare sul decalogo e sul vangelo; ed oltre la disputa sempre accesa sull’immacolata concezione di Maria, un’altra ne ebbero coi Domenicani, se il sangue di Cristo, uscito nella passione, restasse non pertanto ipostaticamente unito al Verbo.
È difficile sincerare quanto abbiano di vero le oscene imputazioni che accompagnano i processi di costoro, massime de’ Fraticelli, avvegnachè l’opinione era straniata alla peggio, e la manìa de’ processi recò a prestar fede ad assurdità, ribadite nel vulgo dai supplizj inflitti e dalle declamazioni di chi avrebbe dovuto dissiparle. Anzi mi si fa credibile che le procedure allora ordinate dagli statuti civili ed ecclesiastici moltiplicassero le stregherie, dapprima quasi ignote. Giovanni XXII nel 1322 notificava che «alcuni figli di perdizione, allievi d’iniquità, dandosi alle ree operazioni di loro detestabili malefizj, fabbricarono immagini di piombo o di pietra, sotto la figura del re, per esercitare sovr’essa arti magiche, orribili e vietate». E avendo gl’imputati declinato la giurisdizione ordinaria, il papa incaricò tre cardinali d’esaminarli, e rimetterli ai giudici secolari. Poi l’anno stesso meravigliasi de’ progressi delle scienze occulte, commosso nelle viscere che molti, cristiani soltanto di nome, lascino la luce della verità, e talmente siano involti nelle nebbie dell’orrore, da fare alleanza colla morte e patto coll’inferno, immolando ai demonj, adorandoli, fabbricando immagini, anelli, specchi, fiale ed altri oggetti in cui legare i diavoli; e a questi domandano risposte e ne ricevono, gl’implorano a soccorso dei depravati loro desiderj, e in ricambio della vergognosa assistenza offrono vergognosa servitù. O dolore! questa peste si diffonde oltremodo nel mondo, infettando tutto il gregge di Cristo».
Con tali persuasioni, si estesero i supplizj per malìe. Il 1292 Pasqueta di Villafranca in Piemonte fu multata in quaranta soldi perchè faciebat sortilegia in visione stellarum: nel 1363 Antonio Cariavano, accusato di aver fatto grandinare in Pinerolo con libri necromantici, fu multato in quaranta fiorini: nell’86 due della valle di San Saturnino pagarono cenventi franchi d’oro per avere prestato fede a un incanto gittato onde smorbare le loro mandre: nell’81 la nuora di Francesca Troterj avendo smarrito una collana di perle, per trovarla ricorse a maestro Antonio di Tresto da Moncalieri, il quale, pigliato il secchiello dell’acquasanta, lo coprì con un altro, vi accese attorno dodici candele, descrisse varie figure colla verga, e fece segni di croce: poi mise per terra due candele in croce, e su quelle fece posare il piede dritto della donna che avea smarrito il collare. Non so se si trovasse: ma il maestro fu accusato al vicario del vescovo; e quegli confessò nulla intendersi di magìe, ma far quelle frasche per ciuffare qualche soldo ai credenzoni[61].
A questi mali è fortuna quando si trova da opporre caldo zelo, soda pietà, scienza matura. Anime fervorose e gran santi neppur allora mancarono: verso il 1319 nacquero gli Olivetani alla badia di Montoliveto nella val dell’Ombrone senese, per opera del beato Bernardo Tolomei; e lo sterile paese fu coltivato, adorna di pitture la chiesa. Il beato Giovanni Dominici fiorentino, oratore famosissimo, studiando al miglioramento de’ secolari e più de’ claustrali, fu vero restauratore della vita regolare in Italia e in Sicilia, e infine arcivescovo di Ragusi e cardinale: senza maestro s’approfondì nelle scienze, mentre colle prediche traeva a monacarsi donzelle e giovani. Nel riformare i Domenicani, cominciando a Firenze e Pisa, fu accompagnato dal beato Lorenzo da Ripafratta, che fu maestro ed amico a sant’Antonino, dal venerabile Tommaso Ajutamicristo, e da altri di quell’Ordine, infervorati a pietà dalla beata Chiara de’ Gambacurti, la quale avea riformato le Domenicane in Firenze, donde si diffusero a Genova, a Parma, a Venezia. Anche il beato Raimondo da Capua operò a ristabilire la regolarità ne’ conventi domenicani, insieme col beato Marconino di Forlì, entrambi d’affettuosa pietà. Ai conforti del pio Marco, parroco di San Michele in Padova, che gemea di veder depravato l’ordine Benedettino, e Santa Giustina abbandonata ai disordini, Luigi Barbo tolse a riformarlo con regole più severe, e che presto si estesero a Genova, a Pavia, Milano e più lungi. I Camaldolesi ridussero florido il Casentino, ed esemplarmente conservavasi il bel bosco di abeti e di faggi. Il beato Giovanni Colombino, di nobile gente senese ed elevato alle prime dignità, dalla pazienza della moglie e dal leggendario dei santi fu chiamato a vita pia ed austera, e ad assistere malati e pellegrini: poi ridottosi povero, andava predicando penitenza, e raccolti alquanti seguaci, istituì l’ordine dei poveri Gesuati, approvato da Urbano V il 1367; «e i forti cavalieri di Cristo, fatti novelli sposi dell’altissima povertà, incominciarono allegramente a mendicare,... e posti in un’altezza di mente, calcando il mondo sotto i loro piedi, tutte le cose terrene stimavano come fango, e tuttodì crescevano in desiderio di patire e sostenere pene per amore di Cristo»[62]. Suor Agata stette murata gran tempo in s’una pila del ponte Rubaconte a Firenze, poi nel 1434 fondò il monastero famoso delle Murate.
Al tempo stesso diedero odore di gran santità in Siena Gioachino Pelacani, che la sua devozione per Maria espandeva in carità pei poveri (-1305), e Antonio Patrizj; Andrea de’ Dotti di San Sepolcro, scolaro di Filippo Benizzi; Bonaventura Bonacorsi di Pistoja, caldo ghibellino, che dal Benizzi stesso convertito, riparò i danni recati, e edificò colle virtù più austere (-1315). Simone Ballachi, figlio del conte di Sant’Arcangelo presso Rimini, dalla dissipazione raccoltosi a Dio, esercitavasi ne’ più umili uffizj e nell’istruire bambini e convertir peccatori (-1319). Agnese di Montepulciano domenicana, Emilia Bicchieri di Vercelli (-1314), Benvenuta Fojano del Friuli vennero illustrate per doni celesti; e così Margherita di Metela presso Urbino, cieca nata; Chiara di Montefalco presso Spoleto, eremitana (-1308); e quell’Oringa di Santa Croce presso Firenze, che divenne il modello delle fantesche, dal santo Spirito illustrata alla conoscenza di sublimi veri, sebben nè leggere sapesse, onde empì Lucca e Roma della fama di sua virtù e carità, e presto de’ suoi miracoli. Gli Orsini ci portano il loro sant’Andrea carmelitano, che, malgrado l’illustre nascita, accattava pe’ poveri, e, malgrado la sua umiltà, fu messo vescovo di Fiesole, ove continuò le austerità, e riconciliò più volte la sua colle città vicine. Dai Falconieri uscivano Alessio, Carissima e Giuliana, tutti venerati sugli altari; dai Soderini la beata Giovanna (-1367) e un altro Giovanni (-1343); dai Vespignano di Firenze il beato Giovanni; dagli Adimari il beato Ubaldo; dai Della Rena di Certaldo la beata Giulia. Pellegrino de’ Latiozi di Forlì fu stupendo per pazienza nel soffrire sia le percosse di quelli di cui voleva acquietare i litigi, sia gli spasimi d’una cancrena (-1345). Pietro Geremi di Palermo, già professore di diritto, diedesi a Bologna a tali austerità, che si circondò il corpo di sette cerchi di ferro, scena che molti convertì. Giovanni da Capistrano, dopo adoperato in magistrature e negoziati, resosi francescano, si diè tutto all’amor di Dio e del prossimo, e continuò a riconciliar nimicizie e risse nel nome di Dio, e possedendo lo spirito di compunzione e il dono delle lacrime, moltissimi convertiva, e spesso le donne dopo le sue prediche davano in limosina tutti i loro ornamenti. Fra l’alto clero sono a mentovare il beato Bertrando patriarca d’Aquileja che tanto operò alla riforma di questa chiesa, e fu assassinato da masnadieri del conte di Gorizia nel 1350; il beato Lorenzo Giustiniani, patriarca di Venezia; Matteo da Cimarra vescovo di Girgenti; Nicola Alberga vescovo di Bologna, adoperato, spesso a metter pace fra le città d’Italia e fra Inglesi e Francesi[63].
Bernardino (1380-1444), dell’illustre famiglia degli Albizeschi di Massa marittima, fu educato nella pietà e nella carità; nella peste del Quattrocento si profuse a cura de’ malati di Siena, ove poi professossi francescano della stretta osservanza. «Fu in concetto d’uomo grande e meraviglioso nel predicare: ovunque andasse traeva con sè tutto il popolo, eloquente e forte nel ragionare, d’incredibile memoria; di tal grazia nella pronunzia, che non mai recava sazietà agli uditori; di voce sì robusta e durevole, che mai non venivagli meno, e ciò ch’è più mirabile, in grandissima folla era udito colla stessa facilità dal più lontano come dal più vicino»[64]. Vincenzo Ferreri, che allora empiva Italia delle virtù e de’ miracoli suoi, predicando ad Alessandria esclamò: — Fra voi si trova un vaso d’elezione, un figlio di san Francesco, che ben presto diffonderà immensa luce in tutta Italia, e di sue virtù e dottrina usciranno i più insigni esempj». Pure oggi non troviamo ne’ suoi sermoni che un fare stringato e scolastico.
E per verità sul pulpito, trionfo degli Ordini nuovi, non recavano studj profondi e dogmatica precisione, ma zelo e modi popoleschi e importuna applicazione alle circostanze giornaliere. Chi affronti la noja di leggere le prediche rimasteci, non trova che aridi tessuti di scolastica e di morale, rinzeppati di brani e brandelli d’autori sacri e profani alla rinfusa, con dipinture ridicole o misticismo trasmodato, talchè i grandi effetti non se ne saprebbero attribuire che al gesto, alla voce, allo spettacolo, e in alcuni alla persuasione della santità.
Tali dobbiamo credere il beato Michele da Carcano, frate Alberto da Sarzana, frate Ambrogio Spiera trevisano, ed altri, famosi per conversioni ed efficacia morale. Alcuni non mancavano di merito letterario, e noi lodammo altrove il Cavalca, il Passavanti, frà Giordano di Rivalta. Quest’ultimo distingueva le devozioni dagli abusi, in un modo da far meraviglia a chi in que’ tempi e in que’ frati non sa vedere che superstizione. — Viene (diceva egli) viene l’uomo, e andrà a Santo Jacopo in pellegrinaggio: ed anzi ch’egli sia là, cadrà in uno peccato mortale talotta, e forse in due, e talotta in tre peccati mortali, e talotta forse più. Or che pellegrinaggio è questo, o stolti? che rileva questa andata? Dovete questo sapere, che, chi vuole ricevere le indulgenze, conviene che ci vada puro, come s’egli andasse a ricevere il corpo di Cristo. Or chi le riceve così puramente? e però le genti ne sono ingannate. Di queste andate e di questi pellegrinaggi io non ne consiglio persona, perch’io ci trovo più danno che pro. Vanno le genti qua e là, e credonsi pigliare Iddio per li piedi: siete ingannati, non è questa la via; meglio è raccoglierti un poco in te medesimo, e pensare del Creatore, o piagnere i peccati tuoi o la miseria del prossimo, che tutte le andate che tu fai».
Parole altrettanto libere avea proferite l’anno innanzi in Santa Maria Novella: — E’ sono molti che si credono fare grandi opere a Dio; intra noi, noi ce ne facciamo grandi beffe. Verrà una femmina, e porrà sull’altare una gugliata di refe e tre fave, e parralle avere fatto un grande fatto: or ecco opera! Simigliantemente de’ pellegrinaggi; che pare così grande fatto di quelli che vanno in Galizia a Santo Jacopo. Oh come pare grande opera questa, e di gran fatica cotal viaggio grande! E vanterassi, e dirà, Tre volte sono ito a Roma, due volte ita a Santo Jacopo, e cotanti viaggi ho fatti. E se vedesse in Roma le femmine a girar cinque volte e sei all’altare, e’ par loro avesse fatto un grande deposito, e rimproveranlo a Dio, come quello Fariseo che dicea, Io digiuno due dì della settimana: or ecco grande fatto! e manuchi, il dì che tu digiuni, una volta, e quella manduchi bene e bello. Questo andare ne’ viaggi io l’ho per niente, e poche persone ne consiglierei, e radissime volte; chè l’uomo cade molte volte in peccato, ed hacci molti pericoli. Trovano molti scandoli nella via, e non hanno pazienza; e tra loro molte volte si tenzonano e adirano, e con l’oste e co’ compagni; e talotta fanno micidio ed inganni e fornicazioni; e di questo si fa assai, e caggiono in peccato mortale»[65].
I così fatti saranno stati non pochi, vogliamo crederlo: ma altri cercava cattivar l’attenzione col mescere ai discorsi allusioni alla politica; e chi predicava pei Guelfi, chi pei Ghibellini, pei Medici, per lo Sforza; talora sorgeano in aperto attacco contro ai principi o ai papi.