È bizzarro in taluni l’associare una pietà sincera, un’ingenuità profonda, col ridicolo e col teatrale, in modo d’uscirne composizioni grottesche e senza gusto, che non hanno di serio se non l’intenzione. Di Roberto Caracciolo da Lecce, dai contemporanei supremato nell’eloquenza, sciaguratamente ci restano alcuni sermoni, più materia di riso che di compunzione[66]: sale in pergamo a predicar la crociata, e, cavata la tonaca, rivelasi in abito da generale, come pronto a guidar egli stesso l’impresa. Paolo Attavanti ad ogni tratto cita Dante e Petrarca, e se ne gloria nella prefazione. Mariano da Genazzano, levato a cielo dal Poliziano e da Pico della Mirandola, «predicava attraendo con l’eloquenza sua molto popolo, perciocchè a sua posta aveva le lagrime, le quali cadendogli dagli occhi per il viso, le raccoglieva talvolta et gittavale al popolo»[67]. I discorsi di Gabriele Barletta, sì reputato che dicevasi Nescit prædicare qui nescit barlettare, darebbero sollazzo a qualche festevole brigata. Per Pasqua racconta che molte persone offrironsi a Cristo onde annunziare la sua risurrezione alla madre: egli non volle Adamo, perchè, piacendogli i fichi, non si badasse per istrada; non Abele, perchè andando non fosse ucciso da Caino; non Noè, perchè correvole al vino; non il Battista, pel suo vestire troppo conosciuto; non il buon ladrone, perchè aveva rotte le gambe; ma donne, per la popolosa loquacità. Blandiva un sentimento troppo comune quando predicava: — O voi donne di questi signori e usuraj, se si mettessero le vostre vestimenta sotto il pressojo, ne scolerebbe il sangue de’ poveri». L’erudito Bracciolini fa dire da Cincio in un suo dialogo: — Parmi che tanto frà Bernardino da Siena, come altri troppi vadano errati per istudio di brillare più che di giovare; non volti a curar le infermità dell’animo delle quali si annunziano medici, quanto a ottenere gli applausi del vulgo, trattano qualche volta recondite e ardue materie, riprendono i vizj in modo che pare gl’insegnino, e per desiderio di piacere trascurano il vero scopo di loro missione, quello di render migliori gli uomini».
Contro i siffatti avea tonato l’Alighieri, dicendo:
Ora si va con motti e con iscede
A predicare; e pur che ben si rida,
Gonfia il cappuccio, e più non si richiede.
I quali versi commentando, Benvenuto da Imola adduce alquante scempiaggini di un Andrea vescovo di Firenze che mostrava in pulpito un granello di seme di rapa, poi se ne traeva di sotto la tunica una grossissima, e diceva: — Ecco quanto è mirabile la potenza di Dio, che da sì piccol seme trae sì gran frutto». Poi: O domini et dominæ, sit vobis raccomandata monna Tessa cognata mea, quæ vadit Romam; nam in veritate, si fuit per tempus ullum satis vaga et placibilis, nunc est bene emendata: ideo vadit ad indulgentiam[68].
Que’ modi erano certo men dignitosi, però più efficaci che non le esanimi generalità, le perifrasi schizzinose, e i consigli senza coraggio dei tempi d’oro. Ma se a persone semplici e credenti servivano d’edificazione, tornavano a scandalo dacchè vi si applicassero la critica e la negazione; e i predicatori usandone esageratamente, davano appiglio ad accuse, alla lor volta esagerate. Il fervore, non sempre disinteressato per certe devozioni nuove, come il rosario de’ Domenicani e lo scapolare de’ Carmeliti, faceva proclamarle quale rimedio sufficiente a tutti i peccati, i quali perdevano l’orrore quando annunziavasi così facile il redimerli, e ne veniva presunzione a chi le osservasse, e confidenza d’una buona morte dopo vita ribalda.
Giacomo, arcivescovo di Téramo poi di Firenze, scrisse varie opere, tra cui è rinomata una specie di romanzo col titolo Consolatio peccatorum o Belial: suppone che i demonj, indispettiti del trionfo di Cristo sopra Lucifero, eleggano procuratore Belial per chiedere giustizia a Dio contro le usurpazioni di Cristo; Dio commette la decisione a Salomone; e Cristo citato, manda per rappresentante Mosè, il quale adduce a testimonj giurati Abramo, Isacco, Giacobbe, Davide, Virgilio, Ippocrate, Aristotele, il Battista. Belial li scarta tutti, eccetto l’ultimo, sostiene la sua causa con finezza diabolica; pure ha decisione contraria. Si appella, e Dio demanda la causa a Giuseppe, se non che Belial preferisce scegliere degli arbitri; e sono Aristotele ed Isaia per Mosè, per Belial Augusto e Geremia. I passi più venerabili sono stiracchiati beffardamente; e dopo tutti i garbugli della giurisprudenza, ove Belial imbarazza sovente Mosè men versato ne’ cavilli, gli arbitri danno di quelle vaghe decisioni, che lasciano ad ambe le parti captare trionfo.
Così la credulità univasi alla miscredenza per dare fomite alla corruttela, tanto più pericolosa, in quanto che «il maggior padre ad altra opera intendeva» (Petrarca). Gregorio XI aveva autorizzati i cardinali ad eleggergli il successore a semplice pluralità di voci, senza aspettare i fratelli assenti, per abbreviare al possibile la vacanza: e poichè di sedici radunati quattro soli erano italiani, il popolo di Roma, timoroso che l’eletto non tornasse ad Avignone, circondò il conclave d’armi schiamazzando — Lo volemo romano», toccando le campane a martello, e minacciando entrarvi di forza. Dopo tempestosissima discussione, questi, per ripiego e con riserve tacite o espresse d’una più libera elezione, diedero i voti (1378 9 aprile) a Bartolomeo Prignano di Napoli, arcivescovo di Bari; ma temendo che il popolo lo disgradisse perchè non romano, fu gridato dal terrazzo andassero a San Pietro e saprebbero chi era l’eletto. Il popolo intese che l’eletto fosse il cardinale di San Pietro, vecchione di casa Tebaldeschi; onde si cominciò a gridargli Viva e saccheggiarne il palazzo secondo l’usanza, e adorar lui, che invano ingegnavasi a far comprendere il vero. Di questo scompiglio s’avvantaggiarono gli altri cardinali per fuggire nelle varie fortezze e ne’ feudi; l’arcivescovo di Firenze presentò il Prignano ai pochi rimasti, con un sermone sul testo Talis debebat esse, ut esset nobis pontifex impollutus; e questi sul testo Timor et tremor venerunt super me, et contexerunt me tenebræ, cominciò a dissertare sulla dignità del posto e l’indegnità propria, finchè l’arcivescovo gli fece intendere si trattava ora solo di dichiarare se accettasse o no; ed egli disse di sì, e prese il nome di Urbano VI.
Uomo di dottrina e coscienza, ma severo, melanconico, colleroso, immoderato, avventatosi a riformare di colpo, vietò ai prelati d’usare a tavola più d’una pietanza, com’egli stesso ne dava l’esempio; minacciò non solo ai simoniaci, ma a chiunque di essi accettasse doni; proponeasi, con creare cardinali nuovi, togliere la prevalenza che da un secolo avevano i francesi; e ne’ concistori secreti li rabbuffava indiscretamente, ad uno dava sin dello sciocco, a un altro ch’era bugiardo come un calabrese. Queste sconvenienze, e il vedere ch’ei voleva fermamente tenerli a Roma, indisposero i cardinali; e la più parte separatisi da lui, protestarono l’elezione non essersi fatta liberamente, ma sotto la costrizione di un popolo tumultuante; e raccomandando la loro vita alla tutela di Bernardo di Sala, capo degli avventurieri guaschi e bretoni che aveano fatto sì rovinoso governo di Cesena, dichiarano non avere operato che per paura della morte; Urbano essere intruso, apostato e anticristo; e a Fondi eleggono papa (21 7bre) quel Roberto di Ginevra che come legato pontifizio avea data a ruba e strazio la Romagna, e che si chiamò Clemente VII. Urbano fu accettato in Italia, Germania, Inghilterra, Danimarca, Svezia, Polonia e nel settentrione de’ Paesi Bassi; Clemente dalla regina di Napoli, da Francia, Scozia, Savoja, Portogallo, Lorena, Castiglia; gli altri paesi esitavano.