Urbano bandì contro del competitore una crociata colle indulgenze concesse a quelle contro gl’infedeli: ma la compagnia de’ Bretoni, soldata da Clemente, si difilò sopra Roma, e fece macello de’ cittadini che sortirono per respingerla, ma non osò penetrare in città. Allora i Romani diedero addosso a quanti Francesi cherici o laici colsero in città; mentre gli Orsini e Francesco di Vico devoti a Clemente devastavano i contorni, e Pietro Rostaing dal Castel Sant’Angelo bombardava gli edifizj: una volta (1379) Silvestro di Buda, capitano de’ Bretoni, sorprende i nobili adunati in Campidoglio e trucida sette banderesi, ducento ricchi, innumerevole popolo, poi di nuovo lascia la città.

Urbano solda Giovanni Acuto e Alberico da Barbiano, che secondato dai cittadini, sorte addosso ai nemici, e sconfittili e fatti prigioni i due capi, mena trionfo[69]; Castel Sant’Angelo si rende, e il papa a piè scalzi, seguito da tutta la popolazione, torna in Vaticano. Clemente allora ricovera a Napoli, ben accolto dai re; ma il popolo a tumulto lo respinge, sicchè fugge in Provenza, e postosi ad Avignone, moltiplica i cardinali, largheggia di aspettative, e sì poco contava sullo Stato pontifizio, che volle almeno punire i Romani e deprimere i feudatarj col costituirlo in regno d’Adria a favore di Luigi I d’Angiò, al quale, per averlo partigiano, prodiga esorbitanti concessioni: tutta la decima in Francia, nel regno di Napoli, in Austria, in Portogallo, in Iscozia; metà delle entrate di Castiglia e d’Aragona, le spoglie de’ prelati che muojono, ogni censo biennale, ogni emolumento della camera apostolica; il papa obbligherà a prestiti gli ecclesiastici, darà in ipoteca Avignone, il contado Venesino ed altre terre della Chiesa; inoltre gli assegna per feudi Ancona e Benevento, e tutto giura sulla croce. Tale spreco facea dei beni di San Pietro nella fiducia d’esser liberato dall’antagonista; mentre Urbano, pien di sospetti, reggevasi con rigiri e sangue e torture, senza riguardo a dignità o danni de’ prelati e cardinali.

Accannito alla regina Giovanna I, contro di lei come signore sovrano del Reame e come scismatica sollecitò Luigi d’Ungheria, che affidò a Carlo di Durazzo l’incarico di punirla. Urbano spogliò chiese e altari per raccogliere ottantamila fiorini, che diede a Carlo, il quale in ricambio promise riconoscere il regno dal papa, e appena coronatone cedere il ducato di Durazzo a Francesco Batillo nipote di esso, e i principati di Capua e d’Amalfi. Vedemmo come la spedizione riuscisse: ma Carlo non pensava mantenere la parola, onde venne in piena rotta col papa, il quale assediato in Nocera, sparnazzava scomuniche scandalose e scandalosi decreti. I prelati sue creature s’erano concertati sul modo di terminare le stravaganze d’un pontefice che prolungava una guerra senza ragione, e farlo il mal arrivato; ma scopertili, Urbano non gliela soffrì impunita (1386), e messi in ceppi l’arcivescovo d’Aquila e sei cardinali, li trasse seco quando potè fuggire da Nocera; perchè il primo non potea cavalcare a paro cogli altri, il fece uccidere e abbandonare insepolto; giunto a Genova, e dicendosi circonvenuto da cospirazioni, malgrado le istanze del doge, fece buttar nel mare i cardinali, salvo un inglese reclamato dal suo re.

Qui comincia doppia serie di papi paralleli; ma qual era il vero? Personaggi di senno e santità grande parteggiarono per l’uno e per l’altro; prove in favore addussero questi e quelli, per modo che può mettersi fuor di quistione la buona fede d’entrambi i partiti. La Chiesa finora non ha proferito, benchè i nostri abbiano generalmente considerato per antipapi quei che sedettero oltremonte, e il nome d’alcuno di questi sia stato assunto da qualche papa successivo[70].

Per mezzo secolo fu partita la cristianità in due campi ostili, e tra pontefici che rimbalzavansi calunnie e taccia d’intruso e d’eretico. Come le nazioni, così erano divisi i cittadini, gli scolari d’un’Università, i monaci d’un convento; ogni giorno dispute, collisioni fin al sangue; due vescovi eletti dall’uno o dall’altro pontefice si contendevano la medesima sede, aborrivansi le messe degli uni o degli altri. I papi, per conservarsi partigiani, erano costretti a rassegnarsi a minaccia, a importunità, a dissimulare e simulare, intrigare, congiurare, promettere, concedere, guadagnar tempo, fingendo di desiderare una riconciliazione, di cui aveano in mano il mezzo. Le piaghe del papato, come il cadavere di Cesare, furono esposte agli occhi di tutti, invelenite dalla collera de’ nemici non meno che dai ripicchi dei pontefici rivali. La santa Sede, scapitando nella venerazione, lasciava baldanza a’ principi di sminuirne l’autorità, ai dotti di chiamarla a severo e passionato esame: le satire contro di essa, che prima erano esercizio letterario, inteso, applaudito e dimenticato, acquistavano peso quando uscivano dalla bocca de’ pontefici stessi, e portavano ad immediata applicazione; indubbio entrava ne’ cuori più sinceri, l’indifferenza ne’ più generosi, la disperazione ne’ più robusti: la beffa trovava di che esercitarsi sulle cose sacre.

Urbano VI non depose mai il desiderio di restare arbitro del regno di Napoli, escludendo e Ladislao e Luigi d’Angiò per mettere in istato quel suo nipote che passava dal carcere alla reggia; intanto scomunicava di qua di là, e mandava bande a devastare. Fra sì deplorabili imprese, minacciato fin della vita dai Romani, miseramente morì (1389 18 8bre), e i quattordici cardinali della sua obbedienza elessero Pietro Tomacelli col nome di Bonifazio IX (5 9bre). Buon parlatore, buon grammatico, non sapea scrivere, nè cantare, nè i costumi della corte romana: onde non capiva di che si trattasse, sentenziava senza conoscenza, e palesava avidità. Sospendendo la folle guerra del suo predecessore, ricevette in grazia Ladislao, e avventò scomuniche ai fautori di Luigi d’Angiò, che scendeva favorito dall’altro papa.

A viva forza dovette occupar Roma e gli altri possedimenti ecclesiastici, straziati dalle fazioni e dalle bande, e colla violenza e i supplizj vi si sostenne. Urbano, accorciando l’intervallo del giubileo, lo bandì pel 1390, ma non v’accorsero che i popoli ubbidienti a Bonifazio, il quale mandò ne’ varj paesi a concedere l’indulgenza a chi pagasse tanto, quanto gli sarebbe costato il viaggio a Roma[71]. I collettori trassero insieme ingenti somme, ma Bonifazio sospettò alcuni d’averne distratte e li punì, altri furono trucidati dal popolo, altri s’uccisero da sè. Sotto quel manto vi fu chi andò trafficando di assoluzioni e dispense, non badando a pentimento o a riparazione o ad abjura; gli abusi fecero fremere i pii, e la prodigalità del papa stesso in fatto d’indulgenze recò non lieve scredito a quel tesoro di grazie, di cui faceasi mercimonio; mentre la concessione di giubilei a chiese parziali scemava l’aurifero concorso de’ pellegrini a Roma, svogliati anche dalle bande di Bernardo di Sala, che professavasi fedele a papa Clemente per ispogliare i dissenzienti.

I Colonna tramarono per togliere al papa la signoria temporale di Roma, invasero la città, ma non furono secondati: trentuno de’ loro masnadieri finirono sul patibolo; Bonifazio avventò contro i Colonna una lunga bolla, dove ne enumera i delitti fin dal tempo di Bonifazio VIII. Anche i Gaetani di Fondi circondavano con bande la città, spogliando i pellegrini che andavano al nuovo giubileo del 1400. E il papa facea denaro con concedere grazie, aspettative, cumuli di benefizj; poi ad un tratto le abolì tutte, ma per aver pretesto a nuove concessioni con guadagno nuovo.

A vicenda i cardinali di Clemente VII a questo diedero successore Pier di Luna aragonese (1394 28 7bre), detto Benedetto XIII, uomo d’astuta ambizione, ed egli, come l’altro, per procacciarsi partigiani scialacquava privilegi, conniveva a traviamenti e usurpazioni, spogliava il basso clero, sicchè i curati erano fin ridotti a mendicare, mentre l’alto riservavasi le migliori grazie e le commende e i benefizj, dandoli in appalto a persone dappoco.

La Chiesa talmente scaduta, sentivasi impotente a ricomporsi da se stessa; e principi, università, giureconsulti, teologi disputavano sui mezzi di ripristinarne l’unità. Il più ovvio sarebbe stato un concilio generale: ma poichè il convocarlo riguardavasi da secoli come attribuzione del papa, a qual dei due spettava? Si dovette ripiegare con sinodi particolari; il re di Francia ne raccolse due, per cui decisione egli mandò a tenere assediato più di quattro anni nel palazzo d’Avignone Benedetto XII, sinchè non fosse ripristinata l’unione: ma questi trovò modo a fuggire (1403), e per la persecuzione crebbe di partigiani, ed ebbe dalla sua non solo il pio Vincenzo Ferreri, ma i due lumi dell’Università parigina, l’eloquente Clemengis ed il cancelliere Pietro d’Ailly.